Viva Macron che ha cacciato i partiti. Si dimentica che sono fondamento della nostra Costituzione. Solo retroscena per mascherare l’inciucio Renzi-Berlusconi. Metti una sera a cena con Obama e imprenditori. Provincialismo e pacchianeria

Viva Macron che ha cacciato i partiti. Si dimentica che sono fondamento della nostra Costituzione. Solo retroscena per mascherare l’inciucio Renzi-Berlusconi. Metti una sera a cena con Obama e imprenditori. Provincialismo e pacchianeria

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Così recita l’articolo 49 della nostra Costituzione. Evidentemente lo hanno dimenticato tutti i “macronisti”, “macroniani” dicono i più raffinati, che inneggiano al nuovo leader che, dicono e scrivono sui giornaloni, ha “salvato l’Europa”. Applicando la proprietà transitiva si evince che oggi per fare politica bisogna abolire i partiti. Oppure, questo vale per Renzi Matteo e i “renziadi” che un partito ce l’hanno e serve per gli affari loro si fa un partito  in cui i  cittadini non concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Sono solo chiamati ai gazebo per decidere chi è il segretario di quel partito e, al tempo stesso, candidato a capo del governo. Poi partito e capo coincidono. Insomma il modello Grillo, lui usa il web, Renzi usa il web e i gazebo. Il metodo è lo stesso, così come il fine. Il giornalismo straccione, i giornalisti a metà venivano chiamati gli scribacchini al servizio del potere, utilizzatori di veline che ti dicevano quello che dovevi scrivere. È in quegli anni che dal mondo stesso dell’informazione partì una battaglia di democrazia e civiltà, il diritto del giornalista ad informare e quello dei cittadini ad essere informati. Oggi c’è rimasto molto poco, ci sono solo sacche di resistenza, briciole di libertà, che compaiono in un mare di conformismo. Esempio clamoroso di quanto affermiamo il silenzio stampa su una grande manifestazione della Cgil, manifestazione di popolo, per il lavoro, i diritti, la pace, la democrazia. In piazza a Roma a migliaia, una manifestazione di “sinistra”, non di partito ma  il lavoro, i diritti, l’eguaglianza sono parole di sinistra.

Elogi sperticati al nuovo “idolo” della politica italiana, un liberista di “mercato”

In linea con questo clamoroso silenzio stampa, i redattori di quei giornaloni non hanno niente da dire? Gli elogi sperticati al nuovo “idolo” della politica europea e mondiale, così è stato scritto, paginate sul nulla, nascondendo il fatto che questo Macron ha un solo merito, o meglio ha avuto una sola grande fortuna. Quella di avere a che fare da una parte con la signora Marine Le Pen, destra estrema, razzismo, xenofobia, dall’altra con un candidato come Fillon, azzoppato da scandali che riguardano i suoi familiari, si dice pagati con denaro pubblico per aver ricoperto incarichi fasulli e uno come Hamon, esponente del partito socialista travolto dalla crisi del suo partito che alle primarie lo aveva indicato come candidato. Hollande, certamente, pur in disgrazia, avrebbe preso più voti di lui. Mélenchon, l’esponente di una sinistra che si rinnova, che si “rifonda” ha  ottenuto un risultato importante, sfiorando il 20% dei voti. Ma i media italioti lo hanno subito eliminato, definendolo di “sinistra estrema”, “sinistra radicale”. Insomma un pericoloso estremista. E Macron è emerso come il “nuovo”, quello che non è “né di destra né di sinistra”, intonso, puro, dimenticando il suo recente passato di ministro, noto per una riforma del mercato del lavoro che ha suscitato proteste e lotte dei grandi sindacati francesi, in testa la Cgt, degli studenti, protagonisti insieme di una forte manifestazione tenuta proprio  il giorno della “incoronazione”, una sceneggiata ben orchestrata, di Macron, un liberista che guarda alle imprese, in linea con il Jobs act di Renzi, con le politiche di austerità della Unione europea da lui sempre condivise, che afferma il primato dei mercati, della politica finanziaria, delle banche. Di tutto questo i media italioti si guardano bene dal dare perlomeno qualche notizia. Anche uno come Prodi, sempre molto prudente nei giudizi, non ha resistito al corso delle cose ed ha messo il timbro in una “cosa”, il macronismo, che con l’Ulivo non ha niente a che vedere.

La disinformazione sulla situazione politica ed economica del nostro Paese

Da una parte gli elogi sperticatati al neopresidente della Francia, dall’altra i media si esercitano in un’opera di disinformazione per quanto riguarda la situazione politica, quella economica del nostro paese, le prospettive, la legge elettorale.  L’informazione che giunge ai cittadini  è fatta tutta di retroscena. Il “dominus” è Renzi Matteo, cui i media hanno dedicato pagine e pagine raccontando una assemblea nazionale, dove tutto era già stabilito. La cosa che non si conoscerà mai riguarda il numero, quello vero, di chi ha partecipato alle primarie, quanti sono i votanti e i voti persi per strada da Renzi Matteo. Senza dubbio ben più di un milione i primi, più di seicentomila i secondi. In compenso pullulano interviste sulla legge elettorale. Proporzionale, maggioritaria, premi a liste o a  coalizione. I retroscenisti ci raccontano di possibili accordi fra Pd e M5S, ma ce ne sono altri invece che ci dicono che è tutta fuffa: il vero problema è il rapporto fra il Pd e Berlusconi. Si viene a sapere che Franceschini, un capo bastone dei Democratici, si è rivolto all’ex cavaliere e nel nome del vecchio patto del Nazareno gli ha detto: “Lascia stare Salvini e riscriviamo insieme le regole”. Mentre il ministro Orlando invece fra Bersani e il Berlusca, preferisce il suo ex compagno di partito. E Goffredo Bettini, tornato in direzione, rivolto a Renzi gli suggerisce: “Perlomeno tratta D’Alema come Berlusconi”.  Renzi nel frattempo sta riflettendo, si fa per dire, se mandare a casa subito Gentiloni e andare a nuove elezioni oppure affidare al governo in carica la stesura della legge finanziaria che deve essere presentata entro ottobre alla Ue. I retroscenisti ci danno versioni diverse. La data diventa l’argomento principe non i contenuti del documento fondamentale per la nostra economia. Qualcuno si preoccupa per esempio del fatto che siamo ormai prossimi a toccare quel 2% di inflazione a livello europeo che consentirà alla Banca centrale europea, leggi Draghi, di  alleggerire l’acquisto di titolo pubblici,  80 miliardi di euro al mese che dovranno scendere a 60 per tutto il 2017, poi si vedrà? Per l’Italia il bazooka di Draghi  stimola l’economia nazionale basandosi sull’acquisto di titoli prevalentemente ed è  fondamentale per il contenimento dei conti pubblici, un’ancora di salvataggio per quanto riguarda lo spread. Il cittadino deve essere informato? Ma no, visto che le scelte “non sono né di destra né di sinistra” si lasci fare al manovratore. E noi, gli scriba, ti raccontiamo la politica del palazzo. Ed è già tanto. Ognuno ha il suo palazzo, o meglio palazzetto.

Uno scenario sempre più monotono. Cibo e cene  i cronisti si sbizzarriscono

In uno scenario che rischia di diventare sempre più monotono ecco che a movimentare il panorama arriva Barack Obama, una boccata di ossigeno per i media che si scatenano. Una piccola folla di “curiosi, di turisti” che lo attendono davanti all’albergo milanese che lo ospita, diventano una grande folla in delirio per l’ex presidente Usa che, come altri prima di lui, “vende” le sue partecipazioni pubbliche. Si racconta che un suo intervento ad una riunione di banchieri sia stato “ripagato” con 400 mila dollari, che gli siano stati anticipati 65 milioni di euro per un suo prossimi libro.  Non abbiamo capito bene l’iniziativa che si è svolta a Milano dove ha partecipato come relatore a Seeds&Chips, la terza edizione del Global food innovation summit organizzata nel polo fieristico di Rho-Pero. Per assistere all’evento si doveva pagare 850 euro. Tutto esaurito. La Milano dei ricchi non si è fatta attendere. Chi non c’era veniva cancellato dalla buona società. Magari al cibo sarebbe stato interessato anche chi non ce l’ha a Milano, in Italia, in Europa, nel mondo. Pensiamo ai migranti. Obama, ovviamente, ne ha parlato, si è preoccupato del futuro dei giovani, di chi è costretto a lasciare il proprio paese. Ci mancava che non avesse fatto cenno al problema dell’innovazione tecnologica. Forse a quel pubblico da 850 euro a biglietto non interessava proprio, ma doveva esserci. Ma non era questo il clou della visita. L’attesa era per la cena. A tavola si sarebbe visto chi contava, chi aveva ricevuto il biglietto di partecipazione, gratis per l’occasione, da parte dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale che ha sede a Palazzo Clerici. Ovviamente la lista degli invitati è stata controllata dallo staff di Renzi Matteo che aveva già incontrato l’ex inquilino della Casa Bianca nell’albergo  in cui alloggiava. E con la cena gli scriba hanno dato il meglio, secondo noi, che però siamo gufi, il peggio. Non si capisce bene quanti erano gli invitati.

Diciassette a tavola. Un numero che era meglio evitare. Un’abbuffata

Chi dice molti, chi invece parla di 17 a tavola, un numero da scongiuri. Due ore di cena a partire dalle 18. Ci raccontano che solo due i “politici”, Renzi  ovviamente e Mario Monti. Uno scriba, davvero un segugio, ha saputo che  era proibita la cravatta. Ci racconta che “la cena era un momento informale. Tanto che il dress code prevedeva agli uomini di non indossare la cravatta. Pare che Renzi l’abbia fatta togliere al professor Monti”. Pensate un po’ il Matteo è perfino capace di far togliere la cravatta a uno come Monti che non si toglie il loden neppure alle Idi di agosto. Gli ospiti: una selezione a partire da chi è responsabile di fallimenti di aziende, crisi di banche e cosette del genere. Si contano sulle dita di una mano, Marco Tronchetti Provera, Diego Della Valle, Emma Marcegaglia (presidente Eni), una beneficiata  da Renzi, l’altra femmina presente, Maria Luisa Todini, già presidente Poste, John Elkann, Luca Cordero di Montezemolo, ultimo “capolavoro” la gestione Alitalia, il presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta. Per quanto riguarda il cibo gli chef migliori d’Italia hanno offerto uno “spaccato” della cucina italiana. Una vera scorpacciata, tanto provincialismo. Gli scriba si sono rimpinzati di notizie. Ci hanno descritto, riportiamo da un giornalone, “il finger food preparato per stuzzicare il palato (mondeghilli, crostini al Salva cremasco e al peperone lombardo, lecca-lecca al grana padano, poi cannolo siciliano con burrata e pomodoro candito, pane di Altamura con burro di malga alle erbe, carpaccio di branzino, crostino con salsa tonnata e acciuga delle Cinque Terre), i primi piatti (gnocco di ricotta e patate ripieno di formaggio Branzi e servito su un letto di barba dei frati e con una grattata di tartufo di Bracca) e il secondo (alette di vitello alla California, dal nome della Cascina California che si trova nell’hinterland di Milano)”.

Anche il tiramisù che piace a Barack  in versione moderna

Il tiramisù è stato scelto “perché sembra fosse tra le preferenze di Obama, ma presentato e realizzato in una versione moderna”. Tutto moderno, ovviamente, una bella ribollita toscana sarebbe stata un ritorno al passato. Renzi non avrebbe gradito. Il nostro scriba conclude con una osservazione “acuta”.  “Gli organizzatori non avevano avanzato richieste speciali. Anzi una sì: ‘Hanno bocciato il risotto giallo’, dice lo chef”. Mistero sul perché, dice. Forse non c’è nessun mistero. Il giallo con si addice agli Usa, specie ai tempi di Trump. Una “perla “ segnalata dalla cronista attribuita  a  Stefano L’Occaso, direttore del Polo museale della Lombardia. Racconta la visita di Barack Obama al Cenacolo vinciano. “Ha dimostrato – dice – di conoscere e amare il nostro patrimonio”. E poi: “Se fossi una donna gli sarei saltato addosso, è una persona davvero affascinante”. Il direttore dell’Ispi dà i voti a Obama: “Curioso e preparato”. Ci mancherebbe che fosse impreparato. Verrebbe da dire. Poi ci racconta che a tavola Obama ha parlato molto dei giovani, ci “vogliono leader che usino il linguaggio dei giovani, che parlino ai giovani”. E l’Italia? “Deve giocare un ruolo nel mondo”. Le cronache ci raccontano che Obama sedeva a capotavola, ci mancherebbe che fosse stato relegato chissà dove, fra il direttore dell’Ispi, Paolo Magri e John Elkann, presidente Fca, la cui famiglia è proprietaria della Juve. Hanno parlato di calcio con la partecipazione di Della Valle, leggi Fiorentina, per la precisione, scrupolo di scriba, calcio femminile. Le due figlie di Obama, Sasha e Malia, giocano al pallone. Si dice che  l’ex presidente Usa abbia molto apprezzato che in Italia si sappia che le sue due figlie giocano a calcio. Chissà che proprio la Fiorentina, che ha un’ottima squadra femminile, la Fiorentina Women’s che si è laureata  campione d’Italia, non le inviti per un provino. Pensate un po’, le Obama Women al Franchi. Magari accompagnate da Michelle, la madre. A meno che non abbia impegni di campagna elettorale, Trump è avvertito.