Spagna. Psoe. Domani le primarie tra i 187mila iscritti per eleggere il nuovo segretario. In corsa, Pedro Sanchez, Susana Diaz e Patxi Lopez

Spagna. Psoe. Domani le primarie tra i 187mila iscritti per eleggere il nuovo segretario. In corsa, Pedro Sanchez, Susana Diaz e Patxi Lopez

Lacerati da una forte crisi interna, i socialisti spagnoli decideranno nelle primarie degli iscritti di domenica chi sarà il segretario che avrà come missione riportare il Psoe se non al governo, almeno a riprendere la guida della sinistra nel Paese, contesa da Podemos. Ad affrontarsi sono alcune – non tutte – le anime di un partito che, nonostante sia federale per statuto, non può permettersi di abbandonare una vocazione nazionale, il che pone un forte vincolo soprattutto quanto si tratta di affrontare questioni come una riforma costituzionale. Innanzitutto l’uscente Pedro Sanchez, 45enne, ex grande speranza del Psoe del dopo-Zapatero: dopo la sua ingloriosa uscita di scena seguita alla debacle elettorale e al fallimento nei negoziati di governo, si ripresenta come l’alfiere della tradizione di sinistra (che, vale la pena di ricordare, in Spagna è da sempre affare dei socialisti e non di un partito comunista rimasto elettoralmente sempre in secondo piano).

Non avendo grandi successi da vantare, Sanchez si affida al sostegno della base e alla pragmatica astensione parlamentare decisa dalla commissione di gestione ad interim che lo ha sostituito e che ha permesso ai conservatori del premier Mariano Rajoy di formare un governo di maggioranza: una decisione che Sanchez ha definito un “errore” e un “tradimento” e che intende usare come una clava nei confronti dei suoi avversari. Ovvero soprattutto Susana Diaz, una dei principali protagonisti della “rivolta dei baroni” che ha portato alla caduta di Sanchez e che rappresenta il gruppo federale egemonico del Psoe: l’Andalusia, principale serbatoio di voti fin dai tempi di Felipe Gonzalez (e terra dei contributi governativi a pioggia), e la più ricca di iscritti al Psoe, circa 45mila. Diaz si è impegnata con fervore a cercare voti anche nelle altre comunità autonome, ma è improbabile che guadagni molti consensi in regioni come Catalogna o Paesi Baschi in cui guardare con simpatia al federalismo (per non parlare della secessione) rischia di portare al Psoe un saldo elettorale negativo. Diaz rappresenta quindi l’opzione più “centralista” – oltre che “centrista”, secondo Sanchez – ed è probabile che nonostante le accuse di cieca ambizione politica dei suoi avversari finisca con l’avere la meglio su un ex segretario di cui la base ammira i principi ma del quale non si fida più molto.

Terzo incomodo, e rappresentante delle sezioni “periferiche”, è l’ex lehendakari basco Patxi Lopez, l’unico a vantare un curriculum di governo regionale di tutto rispetto, senza contare che un basco alla guida del Psoe – e potenzialmente del governo – sarebbe una prima assoluta. Ma non sembra avere un carisma nazionale sufficiente da poter fare ombra ai due principali rivali, come si evince anche dai numeri: Diaz ha presentato la sua candidatura forte di oltre 59mila firme, contro le 53mila di Sanchez e le 10mila di Lopez. Grande assente e sconfitto è il Psc, la sezione catalana: dilaniato dal dibattito sulla secessione (tabù per quasi tutto il resto del partito tanto quanto per la destra) ha inevitabilmente perso peso all’interno della regione e ciò si è tradotto in una rotta elettorale alle politiche, in cui risultava di solito il primo de partiti catalani. Ciò si è tradotto in una perdita di influenza anche all’interno del Psoe, in cui tradizionalmente aveva un ruolo di “kingmaker”, come nel caso di Zapatero. Recuperare influenza e quindi voti non sarà affatto facile, anche perché entrambi passano dalla proposta di una riforma federale alla quale il resto dell’elettorato socialista non è forzatamente favorevole, anzi: un Psc forte potrebbe portare meno voti di quanti il partito ne perderebbe nel sud. Qui sta l’eterno dilemma di un Psoe da sei anni alla ricerca di un’identità che gli permetta di essere progressista e nel contempo di essere forza di governo: due condizioni che al momento sembrano mutuamente esclusive e che il nuovo segretario dovrà sforzarsi di conciliare.