Primarie Pd. Hanno votato 1.840.000, un milione meno del 2013. Farlocchi i dati diffusi ieri. Renzi perde 600mila voti. Gotor, è una sconfitta. Resta il mistero dei numeri

Primarie Pd. Hanno votato 1.840.000, un milione meno del 2013. Farlocchi i dati diffusi ieri. Renzi perde 600mila voti. Gotor, è una sconfitta. Resta il mistero dei numeri

Solo nella tarda mattinata del primo maggio, una nota dell’ufficio stampa del Partito democratico finalmente comunica che l’affluenza al voto alle primarie è stata di  “1.848.658 così suddiviso: Orlando 357.526 (19.50%) Emiliano 192219 (10.49%) Renzi 1.283.389 (70.01%) Inoltre si sono registrate 15.524 tra schede bianche e nulle”. Si certifica così che i due milioni di votanti sparati ieri sera al termine delle operazioni di voto erano il frutto di una furba propaganda, e nascondevano la verità, ovvero che non solo il Pd ha perso un terzo dei votanti alle primarie, un milione, ma che lo stesso Renzi è stato decisamente penalizzato. Qell’8 dicembre del 2013, infatti, Renzi ottenne 1.895.000 voti, ovvero 600mila voti persi per effetto dei 1000 giorni di governo. Non si comprende dunque l’euforia che ha preso tutti i dirigenti del Pd, e parte della stampa nazionale e internazionale. Anzi, gran parte della stampa quotidiana si è lasciata abbindolare dalla farlocca euforia in casa Pd, e non ha riportato, ad esempio, il totale black out nel flusso di voti, dalle 23.30 di ieri alle 13 di oggi, e neppure ha ricalcolato il numero dei votanti. Perché se lo avesse fatto avrebbe sollevato qualche dubbio sulla trasparenza dei risultati. Su molte prime pagine infatti, campeggiava ancora fino a qualche ora fa, quel numero, due milioni di voti, che è risultato essere del tutto falso e strumentale. Che vi sia qualcosa che non quadra è dimostrato anche dall’ultimo comunicato della mozione Orlando, che ritiene di aver ottenuto un risultato superiore al 22,6% contro il dato stimato dalla commissione nazionale del 19,5. Tuttavia, neppure il comitato di Andrea Orlando ci fornisce un numero assoluto di votanti dal quale ricavare una percentuale attendibile.

La verità è che il Pd ha subito un notevole calcio negli stinchi, soprattutto da parte dei suoi militanti e simpatizzanti nelle regioni dove governa, Toscana, Emilia Romagna, Puglia (dove ha vinto Michele Emiliano, senza il quale sarebbe stata una catastrofe), Piemonte, Marche, Umbria, nelle quali l’affluenza è stata dimezzata. Ma il vero sconfitto, al di là di quel 70% dei voti conquistati, che non vuol dire nulla sul piano politico, è proprio Renzi, il quale dovrebbe meditare in queste ore sul perché più di un terzo dei voti presi nel 2013 se ne sono andati via nel 2017. Cosa dunque ci sia da festeggiare è un mistero. Così come si rivela un mistero il dato relativo all’afflusso. Avevamo già osservato ieri che i conti non tornavano. Lo riaffermiamo oggi, proprio alla luce dei dati forniti dal Nazareno, sede del Partito democratico a Roma. Insomma, restiamo non persuasi nemmeno di quel milione e 800mila.

Il dato disaggregato per regioni conferma i dubbi anche sul milione e 800mila

Torniamo sui dati ufficiali disaggregati per regioni, calcolando su quelle di cui sono stati forniti i dati ufficiali. Lombardia, 226.337; Valle d’Aosta, 1889; Trentino Alto Adige, 14.029; Friuli Venezia Giulia, 25.536; Liguria, 47.972; Emilia Romagna, 216.220; Toscana, 210.867; Umbria, 40.562; Marche, 47.350; Molise, 11.697; Puglia, 152.000; Basilicata, 41.054; Sardegna, 40.000; Sicilia, 100.000. La somma delle 14 regioni di cui si hanno dati abbastanza certi è di 1.175.513. Ciò significa che, pur aggiungendo i votanti del Veneto, che sono stati 86.737, secondo il dato diffuso alle ore 17 del primo maggio, quelli del Piemonte, 90.285, e quelli della Campania, 151.000 si arriva a 1.503.535. Per arrivare a 1.845.000, dato diffuso dalla commissione nazionale del Pd, mancano 350mila votanti circa. Tutti nel Lazio (ma si sa che a Roma il numero dei votanti non ha superato quota 78mila) e in Calabria? Sarebbe opportuna maggiore trasparenza da parte della commissione elettorale del Nazareno sull’entità dell’afflusso, perché il mistero dei numeri continua e il dato diffuso nella tarda mattinata del primo maggio non ci persuade ancora. Perché, infatti, se il numero dei votanti fosse non superiore al milione e 600mila si spiegherebbe il calcolo del 22,6% effettuato dal comitato Orlando, e il numero delle preferenze ottenute da Renzi sarebbe costretto a scendere.

L’euforia renziana rimuove il 4 dicembre e la sconfitta in numeri assoluti delle primarie del 30 aprile. La mozione Orlando gli ricorda anche la partecipazione dimezzata in Emilia, Toscana, Lombardia e Piemonte

Lo diciamo anche a beneficio dello stesso Partito democratico, perché continua la litania dei comunicati stampa in cui si parla, con molta e ingiustificata enfasi, di una partecipazione che ha superato i due milioni di votanti, e sappiamo che non è vero. Anzi, sappiamo che la verità è decisamente un’altra. E ci permettiamo di consigliare anche a Matteo Renzi maggiore umiltà e maggiore rigore analitico. Nel saluto che ieri sera ha tenuto sulla terrazza del Nazareno, con un discorso che in diretta televisiva su Rai3, Paolo Mieli ha giudicato impietosamente come “molto molto modeto”, Renzi ha detto “il congresso non è la rivincita. Inizia una storia totalmente nuova. E’ un foglio bianco. Non è il secondo tempo della solita partita. E’ un’altra partita, che dovremo vincere partendo da un presupposto. Che in questi anni non siamo stati capaci di portare la gente dalla nostra parte. Il risultato impressionante delle primarie, ci dice che dovremo andare casa per casa a convincere”. Dal momento che Renzi ha del tutto rimosso il ceffone del 4 dicembre e i 600mila voti perduti tra il 2013 e il 2017, il risultato “impressionante” sembra proprio un altro, quello di un’altra, sonora, sconfitta. E che la questione stia in questi termini, lo sanno bene anche i protagonisti della mozione Orlando, i quali accusano il calo, talvolta vicino al 50%, dell’affluenza proprio nelle regioni ‘rosse’. Segno che qualcosa si è rotto. “Nelle regioni tradizionalmente amministrate dal centrosinistra si è registrata la percentuale più alta di assenza dal voto – ha osservato la deputata Sandra Zampa -. Se in Emilia Romagna il 45% di coloro che votavano alle primarie a questo giro sono stati a casa, e questo è successo anche in Toscana, in Umbria e sostanzialmente anche in Piemonte, significa che dobbiamo riannodare i fili di un dialogo anche con la sinistra e con quei settori che si sono allontanati dal Pdr, dal partito di Renzi”. A Bologna nel 2013 ci furono circa 98 mila militanti che votarono alle primarie, ieri poco più di 46 mila. Stesso quadro a Firenze: 48 mila voti quattro anni fa e 27 mila ieri. Se questa non è una sconfitta…

Un’analisi più seria e rigorosa viene da Miguel Gotor, che parla esplicitamente di sconfitta di Renzi

Un’analisi più rigorosa delle primarie sembra perciò essere quella di Miguel Gotor, senatore di Articolo1-Mdp, il quale sostiene che “Matteo Renzi, dopo essere stato per oltre tre anni segretario e presidente del consiglio, avendo cioè assommato tutti i poteri, perde oltre 600 mila voti personali rispetto alle primarie del 2013, ossia un terzo dei consensi. Inoltre, nel centro nord e nelle grandi città si registra una diminuzione del 40-50 per cento dei partecipanti al voto rispetto al 2013 che sono compensati dalla tenuta del sud e dall’aumento in alcune regioni come la Puglia, a causa dell’effetto Emiliano. Soltanto una crisi di astinenza dal potere può far scambiare questi dati obiettivi per un trionfo. In realtà, i numeri di questo ‘piccolo plebiscito’, pensato per curare le ferite della sonora sconfitta del ‘grande plebiscito’ del 4 dicembre, restituiscono un Pd più debole e isolato, che ha la pretesa di ridurre il centrosinistra solo a se stesso e il partito, ormai definitivamente ‘renzizzato’, alla volontà del suo capo fazione”.

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