Pannella. “Da vivo mi trattano da morto, e da morto mi tratteranno da vivo”

Pannella. “Da vivo mi trattano da morto, e da morto mi tratteranno da vivo”

Mettiamola così: Marco Pannella è un tipo che quando incontra Jean-Paul Sartre, un monumento che cammina, in quella Parigi anni Cinquanta e Sessanta, ne resta affascinato, e gli cede la prefazione al libro I dannati della terra di Franz Fanon; e lui e ricava un articolo per “Il Giorno” a cui collabora, solo che in tipografia fanno un gran casino: le frasi di Sartre sono attribuite a Pannella, quelle di Pannella a Sartre; e lui, il filosofo severo e austero, si diverte come un matto e ne ride di gusto. Pannella è un tipo a cui il commediografo Eugene Ionesco firma la cambiale in bianco: “Non conosco Pannella, non conosco il Partito Radicale, ma ho incondizionata fiducia in loro, mi iscrivo e sosterrò le loro cause”. Pannella è un tipo che fa dire a Umberto Eco: “Insegna agli italiani come essere liberi, e soprattutto a meritarselo”. È un tipo che  riesce a far scrivere a Eugenio Montale: “Dove il potere nega, in forme palesi, ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi”. Un tipo che Leonardo Sciascia dice essere “Il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge e della giustizia”.

Di e su Pannella, da sempre anima e leader del Partito Radicale, uomo dei cento referendum e dei mille digiuni, si è detto e si è scritto di tutto. Di volta in volta definito “fascista”, “amico dei fiancheggiatori delle Brigate Rosse”, “provocatore”, “qualunquista”, “destabilizzatore”. Si concede cose che solo a concepirle, viene la vertigine. Passi sostenere che l’aver fumato tutta la vita ottanta e passa sigarette al giorno gli fa bene alla salute, e che poco importano i due tumori che alla fine l’hanno ucciso, lui agli adorati sigari alla grappa non avrebbe mai rinunciato. Ma si può scrivere su un quotidiano: “Caro Presidente Ciampi, domani ti sparo!”, e quello due giorni dopo lo convoca al Quirinale, baci e abbracci? Ecco, Pannella è stato tutto questo, e tantissimo altro ancora. E mai, “tantissimo” va preso alla lettera. Davvero non lo so se ci credeva davvero quando, alla domanda se aveva o no paura della morte, rispondeva che “semmai di vivere troppo”. Mi permetto di dubitarlo. Forse come tutti noi anche lui ha avuto timore di quella che Hemingway chiamava “l’eterna puta”. Una volta Francesco Merlo osserva: “Ti trattano, da vivo, come fossi morto”. E lui: “E sono pronti, da morto, a trattarmi da vivo”.

Non è proprio così. Giusto o sbagliato che dicesse e facesse, Pannella da vivo era trattato da morto. E ora, da morto, lo seppelliscono bene bene, e procedono con cura nel processo di imbalsamazione. C’è da dire che quella di Pannella più che una vita, è una saga. Per raccontarla non basterebbero i volumi che Renzo De Felice ha dedicato a Mussolini; e occorrerebbe analoga acribia. Ora, a un anno dalla sua morte, limitiamoci a cercare una domanda: ha degli eredi, Pannella? La risposta, a parere di chi scrive, è un NO. Non ha eredi, non ci sono eredi, non li ha neppure troppo cercati. Forse un giorno ci ha sperato, forse un giorno ha perfino sperato di averli trovati. Ma non ce ne sono. E men che mai Emma Bonino, tanto per fare un nome, di chi, a parere di qualcuno, sarebbe la più indicata a raccoglierne il “testimone”. Unico e irripetibile, Pannella.

 Sfoglio taccuini ingialliti, di quando una decina d’anni fa, raccoglievo materiale per una “vita” di Marco Pannella che mi aveva chiesto l’editore calabrese Florindo Rubbettino. La notazione è del 2009: “Il giorno che Marco sarà altrove, e auguriamoci il più lontano possibile per lui e per noi, i radicali probabilmente continueranno a fare una quantità di cose giuste e necessarie; ma il Partito Radicale voluto, sognato, prefigurato, creato da Pannella è altra cosa. Un’avventura anch’essa unica e irripetibile”. Si può, ora cercare di mettere a frutto il paio di “lezioni” che ci ha lasciato: contrariamente a un machiavellismo d’accatto, non è vero che il fine giustifica i mezzi, piuttosto è vero il contrario: i mezzi prefigurano e qualificano il fine.  La seconda lezione è che la durata è la forma delle cose, lui per tutta la vita ha cercato di “concretare” la massima di Bergson. Fosse solo per questo, i difetti di Pannella sono destinati a impallidire, come gli eventuali errori commessi e gli “eccessi” che gli si rimproverano; è grazie al “matto” radicale se tutti noi ci possiamo permettere oggi di essere “saggi” e “ragionevoli”.

Per venire all’oggi: gli iscritti al Partito Radicale che hanno celebrato il loro congresso, mesi fa, nel carcere romano di Rebibbia si sono posti, condivisibile o meno che sia, un ambizioso obiettivo politico: proseguire le lotte di Pannella:  affermazione dello Stato di Diritto; conquista del diritto umano e civile alla conoscenza; riforma della Giustizia e dell’ordinamento penitenziario, a partire dal necessario, urgente, provvedimento di amnistia e indulto; abolizione dell’ergastolo; Stati Uniti d’Europa, secondo la “visione”  tratteggiata nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Accanto a questi, un altro obiettivo non meno impegnativo: la tassativa chiusura del Partito se entro il 31 dicembre 2017 non si raccolgono almeno tremila iscritti; da confermare per il 2018. Questa la mozione che impegna una presidenza creata ad hoc, e coloro che in questa mozione si riconoscono; la “regola” che il Partito Radicale si è data.

In parallelo, è in corso un’operazione che ora è esplicita, ma iniziata anni fa,  quando Pannella era vivo e in salute: organizzare un partito altro, parallelo, che non ha nulla a che spartire con le iniziative politiche individuate da Pannella, ma ne vuole comunque utilizzare l’involucro, il “brand” come dicono oggi i tecnici della comunicazione. È una mera operazione sopravvivenza. Le analisi politiche di questo costituendo altro non hanno alcuna ambizione di antagonismo e protagonismo politico come da sempre le coltivava Pannella, che a vent’anni aveva l’ardire di “duellare” dalle colonne del “Paese”, guardandolo fisso negli occhi, con Palmiro Togliatti, del quale si può dire tutto il male, ma non che non fosse un politico di grande astuzia e capacità. Li ascolti, questi esponenti del costituendo “altro”, e ti cadono le braccia: legittimo che altro si voglia perseguire; altro interessi; altro si voglia realizzare. Legittimo che si voglia adottare un’agenda politica ed elettorale “altra”; però che lo si voglia fare spacciandolo per “cosa” radicale è penoso. Non si può rivendicare una “continuità”, se l’agenda politica adottata è “altra”, diversa, spesso opposta.

Quando lo paragonavano al dio Crono che periodicamente divora i suoi figli, invidioso di loro, Pannella ne sorrideva. A quanti avevano la ventura di frequentarlo un po’ appariva chiaro che il mito andava rovesciato: i figli si cibavano dei brandelli del “dio-padre”; e a riprova di ciò basterebbe fare l’elenco – lungo elenco – di quanti entrati in polemica con Pannella, o usciti dal Partito Radicale hanno subito trovato il modo di fare belle carriere, rivendendo “blasoni” usurpati al miglior offerente. Storia abbastanza frequente, con Pannella vivo. E figuriamoci ora che è morto. Più che storia, è una cronaca quotidiana. Figli più o meno legittimi di Pannella banchettano alla grande…