Istat confonde le acque: “Il Pil rimane positivo ma evidenzia una decelerazione”. Ridicolo, un nonsenso. L’Ufficio del Bilancio bacchetta il governo e mette in dubbio gli obiettivi indicati nel Def. A rischio anche il reddito di inclusione

Istat confonde le acque: “Il Pil rimane positivo ma evidenzia una decelerazione”. Ridicolo, un nonsenso. L’Ufficio del Bilancio bacchetta il governo e mette in dubbio gli obiettivi indicati nel Def. A rischio anche il reddito di inclusione

L’Istat continua a sfornare dati sullo stato della nostra economia, tutti nel segno più. Quando resta difficile  raccontare che tutto va bene si ricorre a marchingegni costruiti in modo tale da porre in primo piano il bicchiere mezzo pieno in modo tale da farlo apparire colmo fino all’orlo mentre scompare quello mezzo vuoto. Con la nota mensile, l’Istituto cui si abbeverano gli scriba ed offre in particolare ai ministri il modo per emettere gridolini di gioia sul fatto che tutto va bene, la crescita ormai è un fatto consolidato, ha raggiunto un livello tale di “bravura” veramente encomiabile nel mascherare i dati reali dello stato dell’economia. E gli scriba dopo aver preso per oro colato i numeri Istat li ripropongono ai lettori nella versione ministeriale, quella di Palazzo Chigi in primo luogo, con Gentiloni che segue le orme di  Renzi Matteo. Non solo, i soliti scriba, tanto per fare un esempio di cosa significhi la mala informazione, sintetizzano documenti importanti come quelli emessi dall’Ubi, l’Ufficio parlamentare che controlla i Bilanci, in modo tale da dare solo una sintesi, eliminando le parti che contrastano con l’ottimismo di ministri, di Padoan in primo luogo. Confessiamo che ci siamo cascati anche noi. Proprio ieri è stata diffusa una sintesi di un lungo documento nel quale si fa presente che “Il mantenimento dei medesimi obiettivi programmatici stabiliti nell’ottobre scorso e la disattivazione completa delle clausole di salvaguardia sulle imposte indirette determinerebbero la necessità di predisporre, nei prossimi mesi, misure almeno pari a circa 1 punto percentuale di Pil nel 2018 e a circa 1,5 punti percentuali nel biennio successivo, senza peraltro considerare la necessità di finanziare ulteriori interventi dichiarati dal Governo per sostenere la crescita e l’occupazione”. Ci eravamo chiesti dove si trovano i soldi per far fronte a questa situazione. Ma il documento va ben oltre, mette in dubbio che si possano mantenere gli obiettivi programmatici, tante promesse, contenuti nel Documento di economia e finanza. Ciò proprio mentre dalle parti del governo si dà grande risalto ad una dichiarazione che arriva da Bruxelles, di Valdis Dombrovskis, il quale ha dichiarato a proposito della manovrina, la ormai famosa correzione da 3,4 miliardi richiesta dalla Commissione, “a prima  vista lo 0,2  è centrato”.

Un’offesa all’economia, la nota mensile dell’Istat. Dati sbagliati anche sugli Usa

È questo il quadro in cui va vista la nota mensile dell’Istat. Verrebbe da ridire, se non si trattasse di numeri che interessano la vita di milioni di italiani. Ci dice l’Istituto che nella media del trimestre dicembre-febbraio la produzione industriale è aumentata dello 0,7%, non ricorda invece che la disoccupazione è pure aumentata, fa sapere, bontà sua, che “i segnali di dinamicità provenienti dal lato dell’offerta e dal commercio estero stentano a rafforzarsi. L’occupazione è in una fase di stabilizzazione mentre i prezzi registrano un nuovo aumento”. Insomma non va proprio bene. Allora come fare per dare comunque segnali “incoraggianti”? Geniali quelli dell’Istat, inventano una nuova formula. Eccola qui: “L’indicatore anticipatore del Pil rimane positivo, ma evidenzia una decelerazione”. E sapete di chi è la colpa della “decelerazione”? Degli Stati  Uniti la cui economia “rallenta”. Ovviamente si tratta dei risultati della gestione Obama, perché gli effetti delle politiche economiche si misurano nel tempo, i riflessi negativi o positivi non  si producono dall’oggi al domani. Si dà il caso però che, sempre per i riflessi delle politiche di Obama, l’economia Usa non rallenti per quanto riguarda l’occupazione. Al contrario di quanto afferma la nota mensile dell’Istituto ad  aprile gli occupati risultavano 211 mila in più rispetto a 79 mila in più registrati a marzo e  alla previsione di un aumento di 190 mila previsto per aprile. Da notare che le ore di lavoro settimanali sono stabilizzate a 34.

Federconsumatori e Adusbef: “Segnali fragili e discontinui, non c’è una vera ripresa”

 Commentano la nota mensile Istat, Rosario Trefiletti, presidente Federconsumatori e Elio Lannutti, presidente Adusbef: “Segnali incoraggianti, ma ancora troppo fragili e discontinui per poter costituire i presupposti di una vera e stabile ripresa. Le famiglie, infatti, continuano ad essere in affanno, soprattutto alla luce dell’incremento dei prezzi che avviene non per effetto di una crescita della domanda interna, bensì a causa dell’aumento delle tariffe. Ad aggravare la situazione contribuisce l’andamento occupazionale, che si mantiene su livelli elevati e che ha segnato un’allarmante crescita della disoccupazione over 50. È indispensabile che il Governo prenda atto di questa situazione ed adotti interventi incisivi in grado di attuare una svolta verso la crescita e lo sviluppo”.  Ma il governo  non solo fa orecchie da mercante. Premier e ministri,  Renzi, in attesa di tornare in sella, non si sa bene a quale ronzino, che magnifica i suoi “mille giorni”, fanno finta di ignorare che il  Def è solo un libro dei sogni, delle promesse.

Torniamo così al documento dell’Ufficio parlamentare del Bilancio. “Il Def – leggiamo – presenta un quadro ancora indefinito sulle misure di correzione da adottare per il raggiungimento di tutti gli obiettivi indicati. Si parla genericamente di interventi riguardanti sia la spesa che le entrate, comprensive, queste ultime, di ulteriori azioni di contrasto all’evasione. Sul versante delle uscite, dovrebbe contribuire il nuovo processo di revisione della spesa, inserito a partire da quest’anno nel ciclo di bilancio e basato su un approccio top-down alla definizione degli obiettivi. In quest’ottica, il DEF fissa in almeno un miliardo all’anno i risparmi da conseguire da parte delle Amministrazioni centrali dello Stato. Al momento, però, l’applicazione della nuova procedura sembra mancare di alcuni passaggi importanti per garantire una piena e coerente realizzazione degli obiettivi, per esempio l’indicazione nel Def dell’articolazione in entrate e spese programmatiche per sottosettori tra cui in particolare quelle dello Stato”. L’Upb parla poi di “elementi di incertezza”. Primo tra tutti viene indicato l’avvio di un percorso di normalizzazione della politica monetaria già nel 2018 con la riduzione del programma di acquisti di titoli sovrani da parte della Bce che “potrebbe essere accompagnata da aumenti non trascurabili del costo del servizio del debito, maggiori di quanto già scontato nello scenario programmatico del Def”. Ancora, il documento parla di “ulteriori dubbi” che riguardano gli introiti derivanti dal piano di privatizzazioni (ridotto a 0,3 punti di Pil l’anno), per valutare la credibilità del quale “non sono stati forniti per ora elementi sufficienti, e una crescita del Pil nominale che nell’arco di previsione si situa al limite superiore delle stime del panel Upb”.

Note dolenti anche per quanto riguarda il reddito di inclusione per combattere la povertà sul quale il governo ha fatto grande pubblicità, una misura “strutturale adottata per la prima volta”.

Nel Def non ci sono i miliardi necessari per combattere la povertà

“Nell’ambito delle politiche sociali – scrive l’Upb – il Reddito di inclusione verrà introdotto in un sistema ancora caratterizzato da una pluralità di misure condizionate alla prova dei mezzi, che presentano criteri di accesso disomogenei e carattere categoriale, e non in grado di ridurre i rischi di povertà sulle fasce deboli della popolazione. L’estensione dello strumento al complesso delle famiglie in condizione di povertà assoluta sarà condizionata allo stanziamento di ulteriori risorse e alla eventuale prospettiva di una più estesa integrazione in un unico strumento delle diverse misure attualmente vigenti”.  Stime condotte nel 2013 nell’ambito del Gruppo di lavoro sul reddito minimo istituito dal Ministro del Lavoro e delle politiche sociali hanno valutato tra i 5 e i 7 miliardi di euro il costo di una misura che consenta di colmare integralmente il gap esistente tra il reddito disponibile e la soglia di povertà per la totalità delle famiglie in condizione di povertà assoluta. Ma questi soldi non ci sono, non figurano nel Def. Altro argomento sul quale Renzi Matteo  ha fondato la campagna elettorale per le primarie, la riduzione della pressione fiscale, Upb propone un approfondimento sull’evoluzione del carico tributario negli ultimi anni. “La flessione – si legge nel documento – ha riguardato in maniera preponderante il fattore capitale, attraverso modifiche alla struttura di imposizione delle imprese e misure più congiunturali di agevolazione e incentivo agli investimenti”. Per non parlare dei circa 20 miliardi incassati dalle imprese grazie al jobs act, imprese che non hanno investito né assunto secondo quanto aveva previsto il governo Renzi ed appena i contributi hanno cominciato a venir meno sono scattati i licenziamenti, grazie alla abolizione dell’articolo 18 e si è tornati alle assunzioni, quando vi sono state, a tempo determinato.

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