Il viaggio destabilizzante in Arabia Saudita di Trump dettato dai produttori di armamenti, per 380 miliardi di dollari. Dall’Europa nessuna reazione critica. Anzi…

Il viaggio destabilizzante in Arabia Saudita di Trump dettato dai produttori di armamenti, per 380 miliardi di dollari. Dall’Europa nessuna reazione critica. Anzi…

Il primo viaggio di Donald Trump all’estero ha avuto inizio sabato 20 maggio, con la calorosa accoglienza in Arabia Saudita e con l’annuncio della Casa Bianca di un mega progetto di vendita di armi ai sauditi che dovrebbe raggiungere, nel corso di pochi anni, una cifra pari a 380 miliardi di dollari. Armi destinate a “fronteggiare la minaccia iraniana”. Il segretario di Stato Rex Tillerson ha dichiarato che gli accordi di Riad, capitale dell’Arabia Saudita, tendono a contrastare “la pessima influenza iraniana e le minacce legate all’Iran lungo tutte le frontiere dell’Arabia Saudita”. E poco dopo l’elezione che in Iran ha confermato Rouhani quale presidente della Repubblica, già artefice degli accordi internazionali per la riduzione dell’arsenale nucleare e la fine delle sanzioni contro Teheran, Tillerson ha pronunciato quella che dovrebbe essere la nuova strategia dell’Amministrazione Trump in Medio Oriente, e in particolare nel Golfo Persico. Il segretario di Stato americano ha infatti invitato Rouhani a smantellare la “rete terroristica” e a chiudere i test balistici. Un tono duro, quello dell’amministrazione americana verso l’Iran, che contraddice apertamente la diplomazia europea e russa, che puntano invece su Rouhani non solo per modernizzare il grande Paese mediorientale, ma a costruire nuovi equilibri diplomatici.

Con la scelta di Trump di armare fino ai denti l’Arabia Saudita, e poi di sostenere le politiche espansionistiche di Israele, altra tappa del suo viaggio, l’equilibrio nel Medio Oriente rischia di essere messo in pericolo ancora maggiore. L’Arabia Saudita è un paese musulmano a maggioranza sunnita, e considera l’Iran, potenza sciita, con il nemico principale nel Medio oriente. Teatri di guerra tra sunniti e sciiti sono diventati la Siria e lo Yemen, con centinaia di migliaia di vittime e milioni di profughi. Ora, suona abbastanza sinistra la posizione di Trump, per il quale i contratti militari firmati a Riad, rafforzeranno la capacità del regno saudita di “contribuire alle operazioni di antiterrorismo nella regione” e di giocare un ruolo più grande nella lotta contro i gruppi jihadisti, l’Isis e Al-Qaeda.

A Trump e a Tillerson ha voluto rispondere immediatamente il presidente iraniano confermato, Rouhani: “il popolo iraniano vuole vivere in pace e in amicizia col resto del mondo, ma non accetta minacce e umiliazioni”. Al contrario, il ministro degli Esteri saudita ha invece confermato che “dall’Iran ci si aspettano gesti concreti, non chiacchiere”, ed ha accusato Teheran di “aver creato la più grande organizzazione terroristica del mondo, Hezbollah”. Insomma, alla mano tesa si replica con la conferma della guerra al nemico sciita.

Quanto al presidente Trump, è apparso abbastanza teso in questo suo primo viaggio all’estero, che rompe una secolare tradizione dei presidenti americani, quella di recarsi prima di tutto nei due paesi vicini, Messico e Canada. Evidentemente, Trump aveva fretta di chiudere l’affare saudita, prima che gli sviluppi del Russiagate si arricchissero della decisione dell’ex capo dell’FBI di testimoniare dinanzi alla Commissione d’inchiesta del Congresso, una testimonianza decisiva che potrebbe portare perfino all’impeachment, qualora quella parte dei Repubblicani segretamente antiTrumpiani dovessero valutare come un atto di tradimento le rivelazioni di Trump ai russi.  Durissimo infatti l’attacco contro Donald Trump portato dal presidente del partito democratico Usa Tom Perez: “è il presidente più pericoloso della storia americana. Se ne deve andare”. Da settimane molti democratici auspicano l’impeachment del presidente per le vicende del Russiagate. Un obiettivo non facile da raggiungere considerando che al Congresso i repubblicani sono in maggioranza sia alla Camera che al Senato. Almeno fino al 2018 quando ci saranno le elezioni di metà mandato che rinnoveranno gran parte del Congresso.

Non ancora soddisfatto del commercio di armi con i sauditi, Trump è riuscito a vendere armi anche al Qatar, anzi “tanti, bellissimi asset militari”, come ha detto questa mattina Donald Trump al termine di un incontro a Riad con l’emiro qatariota Tamim bin Hamad al Thani. I due paesi, ha ricordato il capo della Casa Bianca, sono “amici da tanto tempo”. “Nessuno produce asset militari come gli Stati Uniti” e un eventuale accordo “creerebbe posti di lavoro negli Usa e sicurezza per il Qatar”. Insomma, sembra che Trump voglia militarizzare la parte sunnita del Medio Oriente. Per questa ragione, dovrà trattare con Israele martedì la questione palestinese. A partire dalla definizione che tanto piace al leader israeliano Netanyahu, di Gerusalemme quale capitale di Israele, una vera e propria provocazione. Poi Trump sarà in Italia, prima in Vaticano e poi a Taormina, in occasione del G7, i cui Paesi saranno messi dinanzi al fatto compiuto di una politica verso il Medio Oriente dettata dagli interessi dei grandi produttori di armi che hanno sede in America. Chissà se il padrone di casa, Gentiloni, avrà il coraggio di denunciarlo.

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