Giornalisti intimiditi dai potenti. Rinunciano alle domande “urticanti”. Torna la mala informazione. Siamo tutti “macronisti”. I media nascondono la realtà del Paese, i drammi vissuti da milioni di famiglie

Giornalisti intimiditi dai potenti. Rinunciano alle domande “urticanti”. Torna la mala informazione. Siamo tutti “macronisti”. I media nascondono la realtà del Paese, i drammi vissuti da milioni di famiglie

Possibile che non ci sia uno straccio di giornalista che abbia la voglia di fare domande “imbarazzanti” a uomini e donne del governo, del potere politico ed economico? O meglio  domande “urticanti”, che ti bruciano, producono irritazione come le foglie di certe piante? Possibile che fra i tanti talk show televisivi, con sempre i soliti i soliti giornalisti, che girano da una rete all’altra, non ve ne sia uno che, una volta tanto, racconti, senza l’intermediazione del solito dibattito fra “esperti”, un fatto, una vicenda, un avvenimento facendo parlare i protagonisti? I quali, per esempio, vengono trattenuti davanti a una fabbrica in crisi mentre in studio si dibatte sulla loro situazione. Stanno lì, mostrano qualche cartello, poi si chiede loro una battuta. E torna il dibattito, si fa  per dire, fra gli esperti, gli scriba in primo piano. Ben altro trattamento viene riservato nei media, in tv in particolare, telegiornali Rai in primo piano, ai potenti, a quelli che sono “impegnati” per esempio nelle riunioni degli organismi comunitari, Commissione dell’Unione europea, i vari G7, G20, chi ne ha più ne metta, anche se non decidono niente. Dichiarazioni, interviste, a ruota libera, cronache degli eventi che sono solo annunci di altre riunioni. Come è accaduto con questo G7 tenuto a Bari in cui si sono fatte solo chiacchiere sulla web tax, la tassa che dovrebbero pagare i giganti di Internet, da Google ad Apple.

Abbiamo seguito, con grande pazienza, per due settimane le varie rubriche televisive che parlano di attualità politica. Escludiamo il Porta a Porta di Bruno Vespa perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, i potenti hanno sempre ragione. Ne abbiamo ricavato una convinzione: che il giornalismo italiano, le generalizzazioni sono sempre pericolose, sia tornato quello che era molti anni fa, intimidito dai potenti, dagli editori amici dei potenti. Quando per esempio si leggono editoriali dei direttori o di economisti, politologi amici  del potere, ed elogiano le decisioni, quando ci sono, o anche solo annunciate del governo, di questo o quel ministro, lo scriba che tutti i giorni scrive la “storia” della giornata può mettersi  in contrasto con la linea dettata da editoriali e commenti? Certo che no.

Nel mondo del giornalismo scatta un meccanismo perverso, di autodifesa

Scatta un meccanismo perverso di autodifesa, molto pericoloso, che deforma fatti, avvenimenti. Due o tre esempi: ora va di moda il “macronismo”, il neopresidente della Francia, salverà l’Europa. Vengono intervistate personalità autorevoli fra cui, tanto per fare dei nomi, non solo renziani doc ma anche Romano Prodi. Perché nessuno in studio gli ha chiesto cosa ne pensa dei programmi di Macron, nessuno gli ha ricordato che proprio a poche ore di distanza dalla sua incoronazione, con una pacchiana manifestazione, anche se di grande effetto, a Parigi c’è stata una prima manifestazione promossa dal Front social di cui fanno parte i maggiori sindacati a partire dalla Cgt, associazioni di studenti, movimenti. Una forte contestazione nei confronti del neopresidente, non solo per le leggi approvate da lui ministro, che hanno attaccato i diritti dei lavoratori, ma anche per le “riforme” annunciate, nel solco del nostro Jobs act. Si dà il caso che nel corso della trasmissione era stato messo in onda un servizio in cui parlavano lavoratori francesi che avevano votato Macron al ballottaggio ma annunciavano che alle legislative non avrebbero confermato questo voto. Ma quel servizio è rimasto lettera morta, non ha fatto parte in alcuna intervista con gli ospiti in studio, tutti macronisti.

Quando a parlare di politica ed economia sono De Benedetti e Briatore. Esilarante

Il fatto più clamoroso in un’altra trasmissione: in studio a parlare di politica quella economica in particolare, udite, udite, il De Benedetti, editore di Repubblica, L’Espresso, La Stampa ed altre testate del nuovo gruppo editoriale di cui fa parte la Fiat, e Flavio Briatore, quello del Twiga, di Marina di Pietrasanta, personaggio molto chiacchierato che si presenta come fosse il mecenate degli anni duemila. Fosse venuto in mente agli scriba di chiedere, per esempio, a De Benedetti se, per caso, Repubblica avesse cambiato linea editoriale, visti gli elogi, non solo di Scalfari, rivolti a Renzi Matteo del quale è stata seguita passo passo, la campagna per le primarie. Il conduttore, poi, se l’è presa con Di Battista, Cinquestelle, che, precisiamo, non abbiamo in simpatia, anzi, il quale faceva presente che De Benedetti era molto “chiacchierato” per vicende che riguardano Sorgenia, Monte Paschi e altre “cosette”. Il conduttore faceva presente, con tono imperativo, che non essendo più in studio il De Benedetti  non si poteva parlare di queste vicende. Ci viene da chiederci: ma non poteva essere lui, il conduttore, a ricordare a chi stava pontificando ricette politico-economiche la vicenda Sorgenia? No, sarebbe chiedere troppo. Non solo le interviste ormai sono truccate. Quasi sempre si tratta, per quanto riguarda la carta stampata, di domande inviate a domicilio, magari concordate con l’ufficio stampa dell’intervistato. Il dato generale è che il mondo dei media ignora, nasconde la realtà del nostro Paese, i drammi vissuti da milioni di famiglie. Per esempio a qualcuno viene l’idea di raccontare la “giornata” di una  famiglia povera e ce ne sono alcuni milioni? No, sono solo dei numeri. O raccontare la disperazione di chi perde il lavoro, di chi è licenziato, deve pagare il mutuo delle casa, non è in grado di far continuare gli studi ai figli. Per non parlare della “realtà” del lavoro nero, dello schiavismo. Si scoprono solo quando c’è il fattaccio. Poi si piange sul latte versato. Il rischio è che il pianto arrivi troppo tardi. Quando non c’è più niente da fare.