Giorgiana Masi, 12 maggio 1977. Dopo quarant’anni ancora e sempre la stessa domanda: chi ha voluto quella morte? E perché?

Giorgiana Masi, 12 maggio 1977. Dopo quarant’anni ancora e sempre la stessa domanda: chi ha voluto quella morte? E perché?

Giorgiana Masi, una studentessa romana di 19 anni: con il fidanzato vuole trascorrere la serata ascoltando musica; si dirige a piazza Navona, luogo fissato per il concerto. A piazza Navona non ci arriverà mai. All’altezza del ponte di Garibaldi cerca una via di scampo mentre è in corso una carica dei carabinieri. Qualcuno, dalla parte delle forze dell’ordine, esplode dei colpi di pistola, un proiettile raggiunge Giorgiana alla schiena. La ragazza cade a terra, muore. Sono circa le 20 di sera del 12 maggio 1977. Questi, i fatti, nella cruda essenzialità. Ma non c’è solo questo. Anzi, quello che abbiamo scritto è appena una parte di un “tutto” che ancora, quarant’anni dopo, attende di essere conosciuto, ricostruito: sotto il profilo giudiziario, politico, storico.

Nel volume che raccoglie i diari dell’ambasciatore Ludovico Ortona negli anni in cui è stato Consigliere Stampa di Francesco Cossiga, presidente della Repubblica, alla data 16 maggio 1987, si legge: “Esce su alcuni quotidiani un attacco di Pannella a Cossiga sulle vicende dell’epoca in cui era ministro dell’Interno (Giorgiana Masi, caso Moro). Lo vedo piuttosto turbato, anche se poi si riesce a ridimensionare l’episodio dicendogli che è un attacco del solito Pannella. Ne è chiaramente dispiaciuto”. Lasciamo perdere quel “si riesce a ridimensionare l’episodio”; anche se sarebbe interessante sapere “chi”, ha ridimensionato; e “come” ha ridimensionato. Fermiamoci al “Dispiaciuto…”. Dunque, il presidente della Repubblica a cui Pannella rimprovera il ruolo giocato sulle vicende Masi e Moro, si “dispiace”. Crediamoci. Ma limitarsi a un “dispiacere” (e poi: per le vicende, o per l’attacco subito da Pannella?), è davvero poco. Ma è questo che l’ambasciatore Ortona annota, percepisce, comprende. Della vicenda Moro non parliamo, non oggi, almeno. Concentriamoci sull’“Affaire” Giorgiana Masi.

Il 12 maggio 1977, il Partito Radicale convoca a piazza Navona un concerto. Si vuole festeggiare l’anniversario della vittoria del NO all’abrogazione della legge sul divorzio, e per raccogliere le firme per altri otto referendum abrogativi di legge fasciste, autoritarie, liberticide. Dal ministero dell’Interno, “governato” allora da Cossiga, arriva un NO: la manifestazione è vietata. Quale che sia il timore che si nutre nelle inutilmente austere stanze del palazzone progettato dall’architetto Manfredo Manfredi nel 1911, non è dato sapere. Mai i radicali hanno prestato il fianco per timori di minacce all’ordine pubblico. Chissà: forse già al momento del divieto ad “altro”, si pensa, si vuole; è “altro” che si “costruisce”.

Come che sia, quel giorno Roma è in stato d’assedio: mancano solo i carri armati, o le cariche dei carabinieri a cavallo guidati dai fratelli Pietro e Raimondo D’Inzeo, come, tanti anni prima, durante gli incidenti a Porta San Paolo a Roma; per il resto, c’è tutto: poliziotti e carabinieri in assetto di guerra, caschi, scudi, lacrimogeni, fucili usati come sfollagente; e con loro tanti agenti in borghese, travestiti da autonomi: rivoltella in pugno, spranghe in mano: infiltrati tra gli inermi manifestanti: ore e ore di provocazioni, aggressioni, botte, fermi, arresti; si spara ad altezza d’uomo, e non per legittima difesa, sia chiaro.

Gli incidenti cominciano alle 14, vicino al Senato, in quell’Agonale corsia che porta a piazza Navona; poco importa se coinvolgono ragazzi venuti ad ascoltare musica, turisti, passanti. Tocca a chi tocca. Calci, pugni, sputi in faccia ai parlamentari che pur si qualificano come tali, e anzi, magari li si aggredisce e insulta con maggiore gusto e cura. Gli scontri si allargano a macchia d’olio, tutto il centro città è coinvolto in questa programmata follia: fino al ponte Garibaldi e oltre, a Trastevere, una vera caccia all’uomo. E’ a ponte Garibaldi, intorno alle 20, la tragedia: Giorgiana viene colpita alle spalle, e muore.

Nessun agente o carabiniere, in divisa o in borghese ha sparato, dice il sottosegretario agli Interni Nicola Lettieri, subito smentito dai fatti. “Fuoco amico”, insinua Cossiga. “Amico”… ma “amico” di chi? Non certo di Giorgiana, colpita alle spalle, a tradimento, mentre scappa. E’ tutto documentato, nel libro bianco, nelle testimonianze, nelle fotografie, nei filmati che il Partito Radicale diffonde poche ore dopo i “fatti”. Una documentazione inoppugnabile, mai smentita. Quello che sostiene, che rivela questo straordinario documento è vero dalla prima all’ultima parola. E’ il racconto di una strage cercata e voluta; e più che mai si può citare l’Elias Canetti de La provincia dell’uomo: “La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto ‘al momento giusto’”.

Chi ha sparato a Giorgiana su ponte Garibaldi, probabilmente, resterà uno dei tanti misteri italiani. Ma le responsabilità politiche di quell’omicidio, sono chiare da subito. “Anche oggi che sono passati 40 anni, noi Radicali non abbiamo nulla da rimproverarci. C’era qualcuno che voleva un altro morto e l’ha avuto. Che fosse Cossiga, questo qualcuno, non credo. Ma lui ha la responsabilità morale di aver assecondato questo qualcuno” dice Gianfranco Spadaccia, allora presidente del Consiglio federale dei Radicali. Assieme all’allora segretario Adelaide Aglietta, Spadaccia chiama il ministro dell’Interno la sera dell’11 maggio. In piazza Navona stanno già montando il palco. “Gli dicemmo che, se aveva già deciso di bloccare la nostra iniziativa, avrebbe potuto intervenire quella sera facendo smontare il palco dai poliziotti che erano già lì. Ma non fece nulla”.

Gli autori del libro bianco su quei fatti (“Cronaca di una strage”, il titolo), a oggi, ancora uno dei pochi documenti disponibili per ricostruire quanto accaduto quel giorno. Decine i testimoni ascoltati, le fotografie raccolte. Tutti ricordano la foto di Giovanni Santone, il poliziotto in borghese, maglione bianco attraversato da una banda scura, pistola in mano, spranga bianca nell’altra, borsa di Tolfa a tracolla (per custodire la carta igienica, racconterà poi); ma la prova regina, la testimonianza fondamentale è un’altra: un video girato in “super 8” da una signora che abita in piazza della Cancelleria in cui si vedono chiaramente due poliziotti in divisa, nascosti dietro le colonne, che estraggono la pistola dalla fondina e sparano ad altezza uomo. Quelle immagini smentiscono clamorosamente quanto detto dal sottosegretario Lettieri in Parlamento: “Le forze di polizia non fecero uso di armi da fuoco”. La mattina del 12 maggio viene impedito l’accesso a piazza Navona ma non in centro. Centinaia di persone restano bloccate nelle cariche. Se Cossiga la sera dell’11 avesse detto ai poliziotti di smontare il palco i radicali avrebbero protestato, avrebbero sicuramente fatto casino, ma avrebbero capito. Evidentemente il progetto era un altro.