Francia. Macron eletto presidente col 66%. Marine Le Pen, col 34% e 11 milioni di voti rappresenta ancora una minaccia

Francia. Macron eletto presidente col 66%. Marine Le Pen, col 34% e 11 milioni di voti rappresenta ancora una minaccia

Secondo i risultati quasi definitivi diffusi dal ministero degli Interni francese, Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio delle presidenziali con il 66,06% dei voti. La sua sfidante, Marine Le Pen ha ottenuto il 33,94% delle preferenze. In termini di voti assoluti quando ancora mancano alcune migliaia di voti da scrutinare è la seguente: Macron ottiene 20.703.694 voti, mentre Le Pen 10.637.120. Tra l’astensione (24,95%) e i voti bianchi o nulli (poco più di 4 milioni), più di un francese su tre si è rifiutato di scegliere tra il candidato centrista e la leader dell’estrema destra, un livello record. Emmanuel Macron, dunque, col suo movimento EnMarche!, nato appena un anno fa diventa il presidente più giovane nella storia della Repubblica francese. Il risultato era ampiamente previsto, dato l’arco di forze politiche che lo avevano sostenuto, ed ha fatto tirare un sospiro di sollievo in molte cancellerie europee, e non solo, per l’avanzata del Front National di Marine Le Pen, che con 11 milioni di voti conferma che la minaccia dell’estrema destra ha subito una battuta d’arresto, ma non è stata definitivamente debellata. Come invece avvenne nel 2002, quando Jean-Marie Le Pen, padre di Marine, venne battuto da Jacques Chirac, recuperando uno scarso 18%. Oggi, Marine Le Pen ha quasi triplicato i voti di suo padre, ed ha conquistato altri 4 milioni di voti rispetto al primo turno, quando per la prima volta nella storia del Front National superò la soglia dei sette milioni di voti. Legittime dunque le felicitazioni giunte a Macron da Berlino e da Roma, da Londra e da Pechino e perfino da Trump, e giusta la felicità dei francesi, non solo dei “macronisti”, ma anche della comunità ebraica e della comunità islamica per il pericolo scampato di una Le Pen all’Eliseo. Ma va ricordato, come appunto sanno i francesi, che il prossimo 11 giugno si voterà per il primo turno delle elezioni legislative, e con questi numeri, il Front National, quand’anche cambiasse nome, come è stato annunciato dalla stessa Le Pen, potrebbe conquistare un numero significativo di seggi, soprattutto in quei collegi dove domenica ha già strapazzato Macron. Gli analisti e i politologi francesi alla vigilia avevano sostenuto che la soglia della minaccia lepenista si sarebbe attestata attorno al 40%, sui tredici milioni di voti. E anche loro hanno tirato un sospiro di sollievo quando i numeri assoluti hanno invece portato il Front National a 11 milioni di voti e al 34% circa. Il loro ragionamento logico e politico partiva dalla composizione sociale del voto lepenista e dal fatto che quei voti sono il patrimonio di Le Pen, al contrario dei voti di Macron, che invece sono giunti dalla destra repubblicana, dai socialisti di Hollande e Hamon, da parte dei gollisti, e il prossimo 11 giugno si prevede che a quei partiti torneranno. Per quanto riguarda la composizione sociale, essi ritengono evidente che il Front National ha intercettato parte del disagio e dello scontento delle masse popolari nelle zone dove maggiormente e con più durezza la crisi ha colpito, dal nord ad est a sud-est, mentre Macron ha vinto a Parigi (90% dei voti) e in tutto l’arco atlantico dove la ripresa economica si è fatta sentire con maggior vigore.

Oggi la Francia è un paese diverso, diviso, molto più colpito dalla globalizzazione e dall’incertezza di quanto non fosse 15 anni fa, all’epoca di Le Pen padre. Non a caso, lo stesso Macron si è rivolto per ben due volte a chi non lo ha votato, a quella Francia che ha espresso “rabbia”, e per questo ha votato l’estrema destra. “Non fischiate chi ha votato Le Pen – ha detto alle migliaia di sostenitori che sventolavano bandiere tricolori di fronte alle piramidi del potere mitterandiano – perché chi ha votato Le Pen ha espresso la rabbia, la collera, la delusione e io lo rispetto. Ma farò tutto il possibile perché non ci sia più alcuna ragione nei prossimi cinque anni per votare per l’estremismo”. Poi Macron ha detto qualcosa di politicamente interessante: “L’Europa e il mondo aspettano che difendiamo lo spirito dell’Illuminismo, si aspettano che ancora una volta la Francia li sorprenda e sia se stessa. Ed è proprio quello che faremo. Ci aspetta un compito immenso, per dare maggiore moralità alla vita pubblica, costruire nuove tutele e protezioni per il mondo che ci circonda. Questa sera voi ce l’avete fatta – la Francia ce l’ha fatta. Ci dicevano che questo era impossibile, ma non conoscevano la Francia”, ha aggiunto. “Non cederemo alla paura e alla divisione – ha proseguito Macron – combatterò per voi contro le menzogne, l’immobilismo, io vi servirò con amore, sarò al vostro servizio, con umiltà e con forza. Sarò al vostro servizio in nome del nostro motto, libertà, uguaglianza e fraternità”. Il richiamo alle radici e allo spirito dell’Illuminismo francese è importante, perché su di esso si è costruita nel corso di due secoli e mezzo la modernità in Europa, assumendo una guida intellettuale anche nei periodi più bui della sua storia, durante i totalitarismi e nell’epoca della ricostruzione politica, sottendendo molte Costituzioni democratiche. Se tiene fede a quanto ha detto sul piano dell’impegno storico-filosofico, Macron sarà un buon presidente. Se anch’egli cederà alle sirene della demagogia, si aprirà in Francia una stagione di difficile destabilizzazione politica. E la Le Pen lo sa bene.

Infatti, La ‘de-demonizzazione’ dell’estema destra è il capolavoro politico della Le Pen, che infatti comprende la portata del’evento e annuncia che “il Front National ora deve rinnovarsi”, deve affrontare “una trasformazione per creare una nuova forza politica che sia all’altezza delle necessità del Paese”. Una frase spiegata successivamente dal vice presidente, Florian Philippot, secondo il quale il partito cambierà nome, con lo scopo di andare a cercare quel voto della destra moderata che non si riconosce più nel neogollismo al tramonto impersonato da Francois Fillon. E qualcosa si muove anche a sinistra. Jean-Luc Melenchon, leader della sinistra radicale di France Insoumise battuto al primo turno, ha subito criticato la presidenza di Macron e ha lanciato un appello “ai 7 milioni di persone che si sono unite attorno al programma con cui ero candidato di mobilitarsi e restare uniti in vista del voto di giugno. La nostra resistenza può farci vincere la battaglia”. Insomma, Macron ha vinto la prima battaglia. Ora si attende la seconda e forse decisiva: la battaglia per l’Assemblea Nazionale.

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