Francia. Voto di ballottaggio: Emmanuel Macron tra il 65,5 e il 66,1% e Marine Le Pen tra il 33,9% e il 34,5% secondo le prime proiezioni

Francia. Voto di ballottaggio: Emmanuel Macron tra il 65,5 e il 66,1% e Marine Le Pen tra il 33,9% e il 34,5% secondo le prime proiezioni

Secondo i primi exit poll, Emmanuel Macron è eletto presidente della Francia con un risultato tra il 65,5% e il 66,1% dei voti, mentre Marine Le Pen si ferma tra il 33,9% e il 34,5%. Un boato di gioia e migliaia di bandiere francesi al vento alla notizia della vitttoria del candidato centrista En Marche! sulla spianata davanti alla Piramide del Louvre, a Parigi.

Il quotidiano di sinistra Liberation ha titolato sabato: “Fate quel che volete, ma votate Macron”, ed è diretta conseguenza del sondaggio online nel quale Jean-Luc Melenchon ha chiesto ai suoi elettori di esprimersi sul ballottaggio presidenziale di domenica 7 maggio in Francia, tra Marine Le Pen, la candidata del Front National, ed Emmanuel Macron, inventore del movimento En Marche! (che porta le sue stesse iniziali). Ebbene i circa 250mila elettori di Melenchon si sono espressi maggioritariamente per l’astensione o per l’annullamento del voto, mentre solo un terzo ha dichiarato che voterà certamente per Melenchon. Il leader della Gauche aveva ottenuto un risultato eccellente al primo turno: oltre sette milioni di voti, e quasi il 20%, a poca distanza dalla stessa Le Pen e da Fillon, candidato gollista. Dopo i diversi endorsement per Macron, a partire dai socialisti di Hollande e Hamon (candidato presidenziale che al primo turno aveva ottenuto uno striminzito 6,36%), allo stesso ex leader dei gollisti Fillon, per finire ai tanti leader internazionali, dalla Merkel a Gentiloni a Obama, il voto della sinistra francese ha assunto, a questo punto, un valore strategico. Va inoltre detto che mentre Marine Le Pen ha stretto un accordo elettorale e di governo con la destra moderata di Debout la France, forte di un 4,70% al primo turno, e con la designazione del suo leader, Dupont-Aignan, a futuro presidente del Consiglio qualora fosse eletta presidente, Emmanuel Macron non ha stretto alcun accordo. Inoltre, va ricordato che il prossimo 11 giugno i francesi torneranno alle urne per il primo turno della elezione dei deputati dell’Assemblea nazionale, con un sistema elettorale a doppio turno di collegio, col ballottaggio previsto per il 26 giugno. Dunque, con l’elezione presidenziale di domani si apre una stagione di notevoli cambiamenti politici e istituzionali per la Francia, comunque vada, sia che vinca Macron, accreditato dagli ultimi sondaggi del 63%, sia che vinca Le Pen.

Il tormento della Sinistra francese nell’editoriale del direttore di Liberation, Laurent Joffrin

A segnalare il grande tormento degli elettori di sinistra, l’articolato e sofferto editoriale di Laurent Joffrin, direttore di Liberation. Joffrin non sottovaluta il rischio di un Front National al 40% nei sondaggi ma in crescita e con qualche possibilità di vittoria. E richiama l’attenzione dei suoi lettori e degli elettori di sinistra sostenendo che appellarsi all’antifascismo non basta più, perché quel consenso alla Le Pen ha conquistato segmenti importanti di movimento operaio e di masse popolari, che più delle élites hanno sofferto, e parecchio, negli anni della crisi e del privilegio. Pertanto, afferma il direttore Joffrin, non basta “agitare lo spettro fascista senza interrogarsi sulle ragioni per le quali il Front Naional vince nel paese dell’Illuminismo e dei diritti dell’uomo”. Perciò, scrive, gridare per cinque anni “abbasso Le Pen” senza lottare l’evoluzione economica, dura per le classi popolari, ma dolce per quelle elevate, significa combattere l’effetto dimenticandosi delle cause. Perciò, “in queste condizioni, l’arsenale retorico dell’antifascismo ha fatto il suo tempo”. Ma allora perché votare, e soprattutto perché votare Macron da sinistra? Il direttore di Liberation cerca di convincere gli elettori di Melenchon sostenendo due ragioni, tra le altre. La prima: se vincesse Le Pen “dovremmo preoccuparci per coloro che ne subiranno immediatamente gli effetti: i migranti”, che saranno sottoposti allo stato di polizia, a leggi discriminatorie, e ad una ghettizzazione che renderà la loro vita sempre più dura. “Gli astensionisti di sinistra ci pensino”, scrive Joffrin, “perché non si volta solo per se stessi, ma anche per gli altri, per coloro che non possiedono alcuno strumento civico di difesa e che sono oggetto delle politiche degli xenofobi”. La seconda ragione è la Francia, semplicemente la Francia. “Il patriottismo è un’arma”, prosegue Joffrin, “perché è contrario al nazionalismo. È un sentimento spontaneo in tanti francesi, soprattutto nelle classi popolari. Secondo una formula ben nota, è il patrimonio di coloro che non possiedono patrimoni”. Insomma, secondo questo schema, patriottismo di sinistra contro nazionalismo di destra, ogni astensione, ogni voto bianco o nullo, ogni voto che mancherà a Macron, farà meccanicamente aumentare la percentuale dei nazionalisti. E con lo stesso numero di voti, “gli xenofobi sembreranno più forti”.

Emmanuel Macron, l’uomo “nuovo” che si vede già all’Eliseo 

Trentanove anni, mai eletto, “né di destra né di sinistra”: Emmanuel Macron è considerato oggi pressoché certo di conquistare l’Eliseo, un traguardo fino a qualche mese fa impensabile per questo quasi neofita della politica che scommette su una profonda trasformazione del Paese, sventolando la bandiera del pragmatismo contro le false promesse. Accolto inizialmente con scarsa convinzione, l’ex ministro dell’Economia del presidente socialista François Hollande (agosto 2014-2016) ha colto completamente in contropiede chi lo descriveva come una “bolla” mediatica. Approfittando dello spazio apertosi con i guai giudiziari del candidato della destra François Fillon – coinvolto in uno scandalo di impieghi fittizi per moglie e figli – e forte dell’endorsement di storici esponenti della politica d’oltralpe, in primis il centrista François Bayrou, Macron ha spiccato il volo, scalando via via i sondaggi, fino a ritrovarsi vittorioso al primo turno delle presidenziali del 23 aprile con il 24% delle preferenze. Ex alto funzionario formatosi all’Ena, la scuola delle élite, poi banchiere d’affari, Macron è entrato in politica nel 2012 in veste di consigliere del presidente Hollande. Da questa esperienza all’ombra del potere, seguita da due anni da funzionario a Bercy, il ministero dell’Economia, Macron sostiene di aver tratto una lezione importante: il malfunzionamento “del sistema politico attuale”. Una intuizione che ha spinto Macron – che è nato e cresciuto ad Amiens, piccola città di provincia del Nord industrializzato, in una famiglia della media borghesia – a fondare all’inizio del 2016 il suo movimento, battezzandolo En Marche! – o EM come le sue iniziali – che rivendica circa 200.000 aderenti. Poi sono seguite le dimissioni dal governo e la candidatura all’Eliseo su un programma di profonde riforme di ispirazione social-liberale. Il suo leit-motiv: riconciliare “libertà e protezione”, ovvero liberalismo in economia mitigato da una accentuata attenzione per il sociale dalla classe media a quelle più vulnerabili con l’obiettivo di offrire una chance a tutti i francesi.

Le Pen, figlia d’arte che sogna la vittoria dell’estrema destra 

Capitalizzando sul malcontento dei francesi per la crescente disoccupazione che oggi sfiora il 10% e la sicurezza/immigrazione, dopo l’ondata di attentati, e attingendo a piene mani al vento nazional-populista che ha investito l’Europa e gli Usa, la leader dell’estrema destra Marine Le Pen si trova oggi al secondo turno delle presidenziali francesi, anche se alla vigilia del voto appare distaccata di oltre 20 punti dal rivale. Salvo sorprese, Marine Le Pen sembra dover pertanto rinunciare al sogno di approdare all’Eliseo che fu anche del padre, Jean-Marie Le Pen, 15 anni fa, quando inaspettamente fu catapultato al ballottaggio delle presidenziali, che poi perse contro Jacques Chirac. Al di là dei risultati finali, molto meno inaspettata è stata questa affermazione di Marine alla luce della attuale congiuntura e degli sforzi di anni profusi a “dediaboliser” il Front national (Fn) che l’hanno portata a prendere le distanze dal padre al punto che oggi i due, un tempo alleati di ferro, non si rivolgono più la parola. Dal 2011, anno in cui è succeduta al padre alla guida del Front national, ha messo alla porta i dirigenti più radicali, gli antisemiti, i nostalgici dell’Algeria francese, i cattolici integralisti. Una strategia che ha pagato: il partito ha guadagnato punti costantemente ad ogni appuntamento elettorale. Come puntualmente anche a queste inedite presidenziali. Per questo scrutinio, la figlia del co-fondatore del Front national ha fatto una campagna marcatamente demagogica, nazionalista, anti-immigrazione, anti-europeista e protezionista, proponendo di uscire dall’euro, dall’Ue, di tassare i prodotti importati, di sospendere gli accordi di libera circolazione di Schengen, di nazionalizzare le industrie che delocalizzano, di espellere gli stranieri schedati per radicalizzazione ecc. E’ riuscita anche a sparare a zero sulla magistratura, uno dei pilastri della “Republique”. Sospettata di impieghi fittizi al Parlamento europeo, si è rifiutata di recarsi ad una convocazione dei giudici francesi dicendosi vittima di una “cabala politica”. A fine marzo l’incontro con Vladimir Putin a Mosca, a cui guarda come ad un uomo foriero di una “nuova visione” di un “mondo multipolare”.

Il caso di hackeraggio denunciato dal movimento di Macron

Il movimento ‘En marche’ ha assicurato questa notte di essere stato vittima di un attacco hacker massivo e coordinato che ha portato “alla diffusione sui social network di informazioni interne di diversa natura”. In un comunicato, En Marche ha denunciato che gli archivi hackerati, come email, documenti contabili e contratti “sono stati ottenuti alcune settimane fa grazie all’hackeraggio di indirizzi mail personali e professionali dei responsabili del movimento”. La denuncia ha imposto alcune limitazioni, alla vigilia del voto. Infatti, la commissione nazionale di controllo della Campagna presidenziale francese ha esortato i media a non riferire sui documenti interni diffusi sui social network dopo l’attacco hacker contro lo staff di Emmanuel Macron. In una nota, la commissione ha chiesto ai media, e soprattutto ai siti, di non dare ulteriore eco al contenuto di questi dati che si ritiene siano falsi. L’organismo di controllo ricorda inoltre che “la diffusione di informazioni false è suscettibile di costituire un reato, specialmente penale”. La commissione, che si riunirà nelle prossime ore, ricorda che “sono in gioco la libera espressione del suffragio e la legalità dello scrutinio”.

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