Elezioni in Germania: canto del gallo e dolori danesi. L’effetto delle consultazioni nello Schleswig-Holstein e del ballottaggio francese

Elezioni in Germania: canto del gallo e dolori danesi. L’effetto delle consultazioni nello Schleswig-Holstein e del ballottaggio francese

Dopo una domenica elettorale segnata dal ballottaggio francese e dalle consultazioni nello Schleswig-Holstein emerge una nuova vittoria per la CDU di Angela Merkel e la seconda sconfitta per l’SPD di Martin Schulz. Tuttavia il successo di Macron contro Le Pen offre alla socialdemocrazia tedesca una possibilità di rilanciarsi.

 Mentre nella repubblica oltre il Reno ha avuto luogo un ballottaggio decisivo per il futuro dell’Unione europea, nel Land più settentrionale della Germania si sono svolte le elezioni per il rinnovo del parlamento locale. I risultati mostrano una chiara vittoria della CDU (32%) e un’altrettanto netta sconfitta dell’SPD (27,2%) che governava la regione assieme ai Grünen (12,9%) e al partito della minoranza danese SSW (3,3%). I liberali dell’FDP hanno ottenuto un significativo successo (11,5%), mentre la Linke non ha superato la soglia di sbarramento del 5%. La destra populista dell’AfD entra anche nel parlamento dello Schleswig-Holstein, ottenendo il 5,9% delle preferenze.

Un’altra debacle socialdemocratica

Il partito di Martin Schulz deve fare i conti con la seconda sconfitta consecutiva dopo quella del 26 marzo in Saarland. Perdendo quasi quattro punti percentuali, l’SPD rimane il secondo partito nella regione, ma deve fare i conti con una probabile conclusione della quinquennale esperienza di governo nello Schleswig-Holstein e con un prossimo passaggio nelle file dell’opposizione. La debacle socialdemocratica ha almeno due padri, e può essere letta tanto in una prospettiva federale quanto in quella locale. Da una parte, infatti, parrebbe che il cosiddetto “effetto Schulze” si risolva piuttosto in un boomerang. Come nelle elezioni in Saarland, la nuova leadership socialdemocratica sembra capace, più che a mobilitare i propri elettori, a convincere indecisi e astenuti dell’opportunità di sostenere i partiti di centro-destra, per far fronte a possibili coalizioni rosso-verdi o rosso-rosso-verdi. Dall’altra, tuttavia, le elezioni di domenica rappresentano anche una sconfitta personale per il presidente dei ministri uscente Torsten Albig – passato agli onori della cronaca per aver sostenuto polemicamente l’inutilità di un candidato socialdemocratico alle prossime elezioni federali – il quale ha fortemente personalizzato la campagna elettorale e il proprio stesso governo degli ultimi cinque anni.

In ogni caso, lo Schleswig-Holstein è un Land agricolo, tradizionalmente liberal-conservatore, dove l’alternanza tra SPD e CDU rappresenta la norma più che un’eccezione. La conferma di tale tratto regionale viene dalla vittoria cristiano-democratica e del suo candidato Daniel Günther che, a dispetto della relativa inesperienza in campo politico, ha saputo intercettare i favori dell’elettorato centrista e assicurare al partito di Angela Merkel una significativa crescita nei consensi. Per quanto di religione cattolica, inoltre, Günther appartiene a quella medesima corrente di “cristianesimo politico” a cui si richiama l’attuale cancelliera, e la sua vittoria può conseguentemente essere ascritta al credito di Merkel sia nel confronto a livello federale sia in quello interno, contro i suoi numerosi avversari nei ranghi della CDU/CSU.

Grandi alleanze per il governo della regione

L’esito ultimo delle elezioni nello Schleswig-Holstein non è tuttavia ancora deciso. Il risultato delle urne non ha stabilito alcuna netta maggioranza e il prossimo governo dovrà necessariamente risultare da una serie di alleanze. Le diverse soluzioni sono tutte “multi-colori” e basate su intese abbastanza ampie. Dato il successo della CDU, quella più probabile dovrebbe essere un’alleanza tra cristiano-democratici, Grüne e liberali. Un’alternativa sarebbe rappresentata sia da una Große Koalition, sia da un patto di governo tra SPD, FDP e Grüne – mentre il partito della minoranza danese, per il quale non è prevista alcuna soglia di sbarramento, ha risolutamente dichiarato di voler passare a un’“opposizione costruttiva”. Altrimenti detto, come probabilmente avverrà nelle elezioni federali di settembre, il futuro governo dello Schleswig-Holstein dipenderà più dalle scelte dei partiti di medie dimensioni (in questo caso Grüne e liberali) che dai risultati di quelli maggiori – considerando come sia la CDU sia l’SPD intendano considerare conclusa l’esperienza della Große Koalition. Commentando a caldo i risultati elettorali, la candidata dei Grüne si è detta disponibile a una partecipazione di governo con entrambi, affermando semplicemente la propria preferenza – grossomodo corrispondente a quella della base del partito – per un’alleanza con i socialdemocratici. Il vero ago della bilancia è qui rappresentato dall’FDP, forte dell’11,5% dei consensi. Il candidato del partito ha però escluso il proprio appoggio a una coalizione con SPD e Grüne, suggerendo implicitamente come l’unica soluzione praticabile sia quella di un governo guidato dai cristiano-democratici.

Echi di Francia

Le elezioni nello Schleswig-Holstein, tuttavia, sono solo una parte – e certamente la meno importante – delle vicende di domenica. Anche l’attenzione dei media e del mondo politico tedesco era rivolta in primo luogo al ballottaggio francese, dove il successo annunciato di Macron è stato superiore a numerose aspettative. Se era scontato il favore bipartisan che il panorama partitico tedesco accordava al candidato indipendente francese – con l’ovvia eccezione dell’AfD – la vittoria di Macron al ballottaggio ha offerto una sponda ai socialdemocratici per limitare i danni della sconfitta in Schleswig-Holstein. Non si è trattato soltanto di una questione di immagine. In un’intervista concessa domenica sera, il vice-cancelliere e ministro degli esteri Sigmar Gabriel – il quale sta intraprendendo una netta “virata a sinistra” dopo aver abbandonato la segreteria del partito e la candidatura alla cancelleria – ha colto al balzo le posizioni del neo-presidente francese sul futuro dell’Europa e, perfino, sulla critica all’eccessiva preminenza tedesca nell’economia europea. Gabriel ha infatti tenuto a sottolineare come l’SPD condivida pienamente l’intenzione di proseguire su una maggiore integrazione dell’UE, affermando come un bilancio comune e un Ministero delle finanze europeo possano rientrare nei programmi socialdemocratici – ma non in quelli cristiano-democratici – e che «nel lungo periodo non è possibile che noi [i tedeschi, NdA] si sia gli unici vincitori in Europa che si rifiutano ancora di investire in Europa».

Non è dato sapere se la direzione del partito intenda proseguire sulla linea indicata dall’ex-segretario. Martin Schulz ha ammesso una propria parte di responsabilità per la sconfitta nello Schleswig-Holstein, ma si è limitato a guardare oltre nel breve periodo, ovvero alle elezioni della prossima domenica in Nordrhein-Westfalen – certamente più significative dal punto di vista politico. Resta comunque il fatto che la carta di un iper-europeismo appartiene al mazzo con cui l’SPD può giocare la partita federale, una carta capace non soltanto di intercettare il favore di ampi strati dell’elettorato, ma anche di evocare e rinnovare la “missione storica” che la Germania sembra essersi prefissa dal secondo dopoguerra.

Forse sono solo ironie della storia, ma nell’ora attuale tornano alla memoria le parole del padre negletto della socialdemocrazia tedesca, quanto affermava – riecheggiando Heine – che «il giorno della resurrezione tedesca verrà annunciato dal canto del gallo francese».

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