Droga: finalmente spiragli per un dibattito che s’impone e da tempo necessario

Droga: finalmente spiragli per un dibattito che s’impone e da tempo necessario

Da anni, da decenni, ero in attesa che si aprisse un dibattito serio sulla questione della “legalizzazione” (non della “liberalizzazione”, come spesso si sostiene) delle sostanze stupefacenti. Da quando – era il 1970, ed eravamo giovani e si coltivavano ideali che per fortuna non abbiamo gettato alle ortiche come tanti – Marco Pannella in una lettera aperta pubblicata dal “Messaggero” solleva la questione di una legge criminogena che non faceva alcuna distinzione tra grandi spacciatori e consumatori; e in galera ci finivano studenti fumatori di spinelli, non certo boss come Frank Coppola “tre dita”; da quando, nel 1975, Pannella si fa arrestare per “disobbedienza civile”, “colpevole” di aver pubblicamente fumato uno spinello (nella foto, l’arresto); da quando il Partito Radicale promuove e vince un referendum per la depenalizzazione delle cosiddette “droghe leggere”, e per risposta il Parlamento non trova di meglio, poi, che approvare la legge cosiddetta Jervolino-Vassalli; da quando Pannella, con Rita Bernardini, Laura Arconti e decine di dirigenti e militanti del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito mettono in atto decine e decine di manifestazioni di disobbedienza civile chiedendo espressamente che nei loro confronti sia applicata la legge per farne esplodere le clamorose contraddizioni e danni; e a leggere le sentenze di qualche processo, se ne ricava una sorta di manuale dell’assurdo: una corte di giustizia assolve i radicali perché quello che hanno fatto non costituisce reato; un’altra corte riconosce il valore morale del “gesto”, un’altra condanna, ma senza menzione; un’altra ancora condanna, punto e basta. Quando si dice la certezza del diritto… Si può finire con il caso romano: Bernardini coltiva piantine di marijuana, e ne dà pubblica notizia all’autorità giudiziaria. La prima volta sequestrano le piantine, e poi stabiliscono che non contengono principio attivo?

Per anni, per decenni una classe politica indifferente e pavida non ha saputo, voluto, potuto prendere atto che il Parlamento ha approvato una legge, la cosiddetta Fini-Giovanardi, che procura solo danni e ulteriormente aggrava il presunto male che a parole intende contrastare. Da anni, decenni alti magistrati hanno invocato, inascoltati, nelle aperture degli anni giudiziari, la legalizzazione delle sostanze stupefacenti: unica soluzione per contrastare con efficacia i narcotrafficanti e i boss delle mafie che controllano il traffico della droga; il primo, pensate, nel gennaio del 1996, l’allora primo presidente della Corte di Cassazione Ferdinando Zucconi Galli Fonseca; e poi procuratori nazionali antimafia; giuristi, esperti…

Finalmente, “La Repubblica”, e con grande evidenza, dà voce e spazio al procuratore nazionale antimafia Franco Roberti; e a quanti, ogni giorno, sono impegnati su questo fronte. C’è da auspicare, ora, che si apra un vero dibattito, un confronto reale, che renda possibile conoscere le ragioni di chi propone soluzioni diverse dalla repressione indiscriminata, di chi vuole una “legalizzazione”, cioè un controllo e un “governo” del fenomeno, in luogo della sostanziale liberalizzazione che il regime proibizionista garantisce, con la sostanziale impunità per i grandi narco-trafficanti, nonostante gli indubbi sforzi e impegno di magistrati e forze di polizia: le cui risorse ed energie sono dissipate in micro-operazioni che non intaccano i grandi potentati criminali. Sono invece quelli che vanno colpiti e contrastati. Non c’è esperto, ormai, che non lo riconosca; e all’estero sono tanti gli esempi che possono essere positivamente studiati e presi in esame.  La conoscenza è il presupposto fondamentale di ogni democrazia. Sarebbe ora che questo “rivoluzionario” principio einaudiano diventasse il distintivo di tutti noi: c’è un diritto di essere informati; c’è un dovere di informare.