Cgil. Festa grande, bandiere al vento, pugni chiusi, manifestazione di popolo. Il sindacato riscopre la sua storia, le sue origini, le lotte di ieri, un patrimonio di democrazia, guardando al futuro, al “sol dell’avvenire”

Cgil. Festa grande, bandiere al vento, pugni chiusi, manifestazione di popolo. Il sindacato riscopre la sua storia, le sue origini, le lotte di ieri, un patrimonio di democrazia, guardando al futuro, al “sol dell’avvenire”

Susanna Camusso, una bella manifestazione, tanta gente, tanto popolo, ma siete soli, non ci sono Cisl e Uil, non hanno condiviso con voi la vittoria nel referendum, quello sulla “riforma” della Costituzione e quelli promossi dalla Cgil. La segretaria generale della Cgil, sempre molto prudente nell’esprimere valutazioni e giudizi sui “colleghi”, nel comizio conclusivo ricorderà infatti le iniziative comuni, mi guarda e dice: “Che ci debbo fare”. Guarda anche verso la piazza in questa grande periferia romana che si è andata riempiendo di lavoratori e di bandiere rosse, mentre volano grandi palloni con scritto “Libera il lavoro, referendum popolare per il lavoro 2017”. Quel referendum non si farà più, dopo l’abolizione dei voucher e l’intervento sulla legge degli appalti deciso dal governo, una “vittoria” dirà dal palco, ma non ci fermiamo, la Carta universale dei diritti del lavoro è la nuova battaglia.

Vergassola: “Una Camusso pimpante, il sindacato che si sveglia dopo il referendum”

“Una Camusso pimpante – mi dirà Dario Vergassola che conduce la manifestazione insieme a Natascia Lusenti – dopo il referendum, i sindacati si sono svegliati, sono usciti dall’angolo, manifestazioni come questa fanno bene al Paese, il governo deve capire che il lavoro è il grande problema da affrontare. Sono qui per dare il mio contributo, dalla parte dei lavoratori”. Già, Camusso “pimpante”, scherza e balla insieme alle compagne della segreteria, anche i maschi vengono coinvolti. Seguono il ritmo infernale delle musiche che dal palco lanciano i “ Med free Orkestra” e poi i “tradizionali” Modena City Ramblers. Levano verso l’alto i pugni chiusi così come fanno migliaia e migliaia di persone che gremiscono la piazza. Un filo rosso, fatto di emozioni, ricordi, lotte per il lavoro, la democrazia, la pace, tiene insieme il popolo di questo grande sindacato. Scatenati due orchestrali del “Med free” che suonano strumenti a percussione, Kora e Jumbé. Li segue uno sventolio di bandiere, c’è anche chi cerca di imitarli suonando trombette fatte in casa. Ci dice un giovanotto, viene dal Camerun, lavora a Padova, settore edile, che la trombetta rappresenta la voce dei lavoratori, dà voce ai lavoratori. Strimpellerà per tutta la durata della manifestazione, gli fa eco un gruppo di ragazze e ragazzi.

Dopo le canzoni del lavoro la commozione per il ricordo dei  “Morti di Reggio Emilia”

Arrivano i Modena City Ramblers. La loro musica, le loro canzoni, richiamano le lotte operaie, le battaglie  per il lavoro, le lotte per la democrazia, invitano il popolo Cgil a seguire i loro ritmi, alzando le braccia, chiudendo i pugni, il simbolo di chi lotta. Nel sottopalco i primi ad obbedire sono Susanna Camusso, Rossana Dettori, di recente entrata a  far parte della segreteria confederale, si aggregano i segretari maschi. E il “popolo” alza le bandiere rosse e stringe i pugni. Le donne, tante, così come i giovani, gli studenti, gli universitari con uno striscione in verticale che si alza verso il cielo, il diritto allo studio, il diritto al lavoro. Cala il silenzio quando, dopo le canzoni del lavoro, “Contessa”  di Pietrangeli, “Fischia il vento”, in primo piano salgono musica e parole che ricordano i morti di Reggio Emilia, la splendida canzone di Fausto Amodei, le lotte dei lavoratori, i morti lasciati nelle strade e nelle piazze, uccisi mentre difendevano la democrazia, le libertà. Il “capo” della storica band rivendica il diritto per ognuno di “poter inseguire i propri sogni, a partire dal fatto che le cosi si possono cambiare. Ti tolgono anche i sogni – dice – certo è vero che difficilmente i sogni si avverano ma una vita senza sogni è una gran vita di merda”. E “ordina”, alzate le braccia, pugni chiusi. Scatta una ovazione. L’oggi rivive nel passato, nella storia della Cgil, della sinistra politica e sociale, l’unità della Cgil richiamata dalla Camusso parla alla sinistra politica, oggi frammentata, divisa.

La partecipazione di  Scotto, Articolo1-Mdp e di Fratoianni, Sinistra italiana

Ascoltano Camusso, Scotto, Articolo1-Mdp, e Nicola Fratoianni, Sinistra Italiana. Non abbiamo visto alcun esponente del Pd, quasi che il sindacato, la Cgil sia un corpo estraneo. In realtà il “corpo estraneo”, se ce ne è uno, è il renzismo e Camusso non è tenera nei confronti del governo attuale e di quello che lo ha preceduto. Ha avvertito che la mobilitazione continuerà, che il successo nei referendum è una tappa della lotta per il lavoro, i diritti, che l’articolo 18 resta un obiettivo da riconquistare. È quello che hanno chiesto i giovani che sono intervenuti dal palco, quelli da noi intervistati. Sono tanti, ragazzi e ragazze che popolano la piazza, trovi anche nonne che accompagnano nipoti precari, ti raccontano storie drammatiche non solo del lavoro che non c’è , ma anche di conduzioni di vero e proprio schiavismo.

Le interviste. La politica italiana appoggia le grandi aziende e non i lavoratori

Dice Sonia, addetta di Sky, parla dal palco, ci racconta della “sua azienda che non è in crisi, è un’impresa che guadagna miliardi. Malgrado ciò la proprietà licenzia i lavoratori di Roma, ovvero li trasferisce a Milano che per molti è un licenziamento mascherato. Dopo tanti anni di impiego ci fa sentire inutili. La nostra è anche una vicenda emblematica di come la politica italiana appoggia le grandi aziende e non i lavoratori: i diritti quindi ce li dobbiamo riconquistare da soli”. Fabrizio è un precario Ircss, un centro di ricerca a carattere scientifico racconta: “Siamo in 4.000 in queste condizioni. Sono sposato, faccio parte di quei ‘pazzi’ che anche senza contratto si buttano in un progetto di vita. Per ora abbiamo contratti che scadono il 31 dicembre del 2017, poi non si sa. Per noi è come mettere una data di scadenza alla ricerca pubblica in Italia”. Regina è una studentessa di giurisprudenza di Foggia. “Non voglio fuggire, vorrei rimanere in Italia. Ma sono ansiosa, spaventata e, soprattutto, arrabbiata: perché noi giovani abbiamo assistito allo smantellamento dei diritti non solo nell’università e nella scuola, ma anche nel lavoro. Con il 40 per cento di disoccupazione giovanile e contratti precari la mia generazione è in un limbo: prenderò una laurea, ma non so se potrò avere un lavoro, una vita normale e una pensione. Per questo bisogna continuare a lottare per i diritti”. Drammi non solo dei giovani, tanti con i quali ho parlato, studenti, universitari che partecipano alla manifestazione. Una lettera arriva al Palco inviata da Francesco, 50 anni di Manfredonia (Fg), fa parte di quella platea storica di lavoratori socialmente utili che da oltre venti anni lavora per le amministrazioni pubbliche senza una prospettiva di stabilizzazione. Annuncia che sarà a Roma. Penso di rintracciarlo sotto il palco. Non ci riesco, leggo la sua lettera, dopo venti anni di Lsu “nemmeno sulla pensione posso contare, perché noi non abbiamo neppure i contributi”. Parla di “venti anni in cui abbiamo svolto, e altri migliaia come me, lavori importanti per le amministrazioni pubbliche, gli enti locali. Ma la nostra condizione precaria non cambia, sembra non dover avere mai fine. Io non posso dare nulla a nessuno, né a mia figlia né alla mia compagna e nemmeno al mio nipotino. Nulla nemmeno a me stesso. Mi sento solo un uomo fuori posto, con un unico sogno: quello di vedere dopo 22 anni uno Stato di diritto che riconosca il nostro ruolo, la nostra utilità lavorativa, e da qui far discendere una stabilizzazione che sarebbe un atto dovuto perché a prescindere dal lavoro che uno svolge, a tutti deve essere riconosciuta la possibilità di vivere dignitosamente”.

La solidarietà con la Cgil nei messaggi dei sindacati dall’Europa e da tutto il mondo

Camusso concludendo la manifestazione ha fatto politica, buona politica. siamo certi che qualche giornalone, se parlerà della manifestazione, troverà il modo di dirlo, in negativo, riprendendo vecchie, assurde critiche alla Cgil. Parlare di pace, libertà, democrazia, di accoglienza per i migranti, denunciare “le bombe belle”, quelle che piacciono a Trump, denunciare gli arresti di massa avvenuti in Turchia, dire no alle armi di cui, secondo la legge approvata dalla Camera dovrebbe disporre ogni famiglia, parlare di un mondo travolto dalle guerre non è cosa estranea alle lotte dei lavoratori. Non è un caso che mentre si svolgeva la manifestazione arrivavano messaggi di solidarietà “di gran parte del movimento sindacale europeo e internazionale per la manifestazione e, più in generale, per la battaglia che promuoviamo per la Carta dei diritti universali del lavoro. Una solidarietà davvero significativa e di grande portata”, affermava Fausto Durante, coordinatore dell’Area politiche europee e internazionali della Cgil nazionale. “Dalla Confederazione sindacale internazionale a quella europea, dal coordinamento del gruppo lavoratori presso l’Oil, ai sindacati più rappresentativi e impegnati in Europa, fra i quali quelli di Spagna, Belgio, Lussemburgo, Gran Bretagna, Olanda, giungono lettere e messaggi di sostegno e di incoraggiamento, e in molti esprimono apprezzamento per il risultato ottenuto dalla Cgil e dai lavoratori italiani con la cancellazione dei voucher e il ripristino della responsabilità delle imprese committenti negli appalti e nei subappalti. Un risultato considerato come un’indicazione di lavoro su scala europea, che dimostra come sia possibile reagire alla rassegnazione e, attraverso l’iniziativa sindacale, ricominciare a far guadagnare terreno al lavoro e contrastare l’egemonia del pensiero neoliberista e delle sue politiche”.

Una bella giornata, dopo una mattinata piovosa, torna il sole. Sarà un caso, ma un nostro caro amico, un vecchio dirigente della Cgil ci saluta con una battuta: “Guarda, questo è il  sol dell’avvenire”. Un augurio? Forse un sogno, di cui parlavano quelli dei Modena City Ramblers.