Assemblea Pd. Renzi incoronato segretario: qui comando io “basta sparare sul quartier generale”. Il popolo non premierà gli scissionisti. Cuperlo fatto fuori dalla Direzione

Assemblea Pd. Renzi incoronato segretario: qui comando io “basta sparare sul quartier generale”. Il popolo non premierà gli scissionisti. Cuperlo fatto fuori dalla Direzione

 L’unica cosa che sarebbe interessante conoscere, così per dovere di cronaca, sulla assemblea del Pd che ha incoronato un Renzi, ancora più “dittatoriale” del solito, e gli ha restituito l’incarico di segretario e, insieme, candidato per statuto del Pd a presidente del Consiglio, sarebbe conoscere quanti dei mille hanno partecipato alle votazioni. Così come sarebbe utile conoscere come è stato eliminato Gianni Cuperlo dalla direzione, è troppo dire stalinismo imperante? Così come si è arrivati all’ingresso in segreteria, oltre al ministro Martina, della Bellanova, anch’ella ex Cgil, oggi viceministro, l’uscita di Guerini che avrà una collocazione nel governo, di Richetti, l’organizzatore delle primarie, di Nannicini, l’economista, l’inventore dell’Ape, il pensionamento anticipato che i lavoratori si devono pagare, cui è affidato il programma Pd, Andrea Rossi, oggi segretario della Giunta emiliana di Bonaccini. Tutto deciso nelle segrete stanze. In particolare l’esclusione di Gianni Cuperlo si dice sia stata fortemente voluta dal segretario che ovviamente smentisce. Proprio anche da questi episodi l’importanza dei dati ufficiali sulla partecipazione alla Assemblea. Per esempio dati ufficiali parlano di una elezione pressoché plebiscitaria di Orfini Matteo, il clone del Matteo maggiore che avrebbe ottenuto tutti i voti dei componenti dell’assemblea salvo 60 contrari e 16 astenuti, gli “orlandiani”. I quali invece danno una versione diversa. Hanno tenuto una assemblea e nel corso della assemblea, ci scusino il bisiticcio di parole ma così parla un comunicato dell’area che fa capo al ministro Orlando, è stato deciso di non dare un voto favorevole alla elezione di Orfini Matteo. La presidenza, hanno sottolineato, anche Emiliano la pensava allo stesso modo poi, pare, si sia rassegnato ad una delle due vicepresidenze che, ci scusino gli eletti, non contano quasi niente, proprio per mantenere gli equilibri di potere in un partito che Renzi vuole “unitario”, sarebbe dovuta andare ad un candidato delle minoranze. Così non è avvenuto e i duecento delegati “orlandiani” si sono così schierati: 60 si sono astenuti, 16 contrari, come anche nei risultati ufficiali, ma 136 non hanno partecipato al voto. Insomma si conferma anche da questo episodio che il Pd è molto restio nella comunicazione dei numeri. Non si saprà mai, per esempio, quanti siano i voti realmente presi da Renzi Matteo. Certamente, come abbiamo scritto più volte non gli “oltre due milioni” come aveva assicurato nella notte della conta il presidente della Commissione che aveva organizzato le primarie.

Sarebbe utile sapere quanti hanno partecipato alla Assemblea. I numeri. Al solito, non tornano

Questo dato ha segnato le pagine dei giornaloni. Poi quando sono arrivate le proteste di Orlando in merito alla percentuale assegnata alla sua lista, si sono fatti di nuovo i conti e il dato ufficioso è passato ad oltre 1.800.000 votanti. E qui si è rimasti anche perché ci sono stati “guasti” al computerone. Ma facendo i conti sulla base dei dati forniti dai Comitati regionali del Pd, siamo sotto anche questi numeri. Si è, di fatto, stabilito un accordo non scritto fra le tre mozioni, quindi più di un milione di votati in meno e più di seicentomila voti in meno per Renzi Matteo, rispetto alle primarie del 2013. Il segretario reintegrato sa bene che non si tratta di una vittoria, anche se i delegati eletti per la sua lista sono settecento, gli altri  se li dividono Orlando ( 212)  ed il resto ( 88) Emiliano. Siccome nella platea della assemblea si notavano diversi vuoti sarebbe utile capire quanti siano stati realmente i partecipanti.

Renzi, malgrado i suoi interventi subito dopo le primarie nei quali ha rivendicato il “successo” ottenuto, quasi un ritorno invocato a gran voce, sa bene che non è così, che la navigazione non sarà facile. E nel suo intervento ha fatto capire che “qui comando io”. Ha detto: “Basta sparare sul quartiere generale” perche il popolo dem “non vuole polemiche” e il segretario è certo che “non premierà chi ha scelto la strada della scissione”. Un passaggio, in gran fretta, quasi a rispondere ad un obbligo, il sostegno al governo Gentiloni, cui assegna i compiti, una “scaletta” da campagna elettorale. Già che c’era ricorda i grandi meriti dei suoi “mille giorni” e indica un programma del “suo” Pd. O meglio, come suo solito tre titoli, anzi tre parole, “lavoro, case, mamme” per parlare al mondo dem la prima, le altre due al mondo “moderato”. Leggi da Alfano a Berlusconi. Parole, titoli, senza contenuti, senza investimenti. Per quanto riguarda la legge elettorale una geniale trovata. Dice che “non farà il capro espiatorio”. Parla a Mattarella che “vuole” la legge elettorale in tempi rapidi: “Tutte le proposte avanzate sono state respinte – dice – l’onere di fare una proposta tocca alle opposizioni, a quelle forze politiche che hanno detto no, no, no” e che “oggi hanno una responsabilità davanti al Paese. Noi abbiamo proposto la riforma, l’estensione dell’Italicum, il Mattarellum, il tedesco e hanno sempre detto no a tutto”. A noi, ha aggiunto, “va bene tutto purché  i cittadini siano lasciati liberi di scegliere”. Insomma il Pd, partito di maggioranza, rifiuta di avanzare una proposta, di mettersi in gioco. Si preoccuperà solo “che i cittadini siano lasciati liberi di scegliere”. Se c’è qualcuno che non li lascia liberi è proprio il Pd con i capolista bloccati. Poi sulla legittima difesa se la cava affermando che “non abbiamo mai inseguito la destra sulla sicurezza. Ma non la spieghi una distinzione tra giorno e notte sulla legittima difesa. O accetti che la legittima difesa è un valore o non la spieghi”. Sibillino, ma non lascia prevedere niente di buono. E sull’Europa? Se la cava parlando di “burocrati”, ma dimentica che il suo governo ha approvato tutto quello che la Commissione  voleva.

Orlando: fra Bersani e Berlusconi, scelgo Bersani. Emiliano soft: vince la comunità ma non fare il superuomo

Per quanto riguarda le posizioni espresse dalle minoranze da segnalare in particolare il ministro Orlando che fra “Bersani e Berlusconi come alleati di governo, non ho dubbi scelgo Bersani”. Applausi e qualche mormorio di dissenso dalla platea. Renzi non pare aver gradito. Emiliano ha rassicurato Renzi pur con qualche critica: “Questa è un’unica arca nella quale sono comprese tutte le speranze e le possibilità per consentire all’Italia di venire fuori dalle crisi di questi anni”. “Io vedo la tua sofferenza (ma non ha detto dove e come la vede, ndr). E allora questa sofferenza mostrala. Perché questa gente non ha bisogno di superuomini al comando. A vincere è la comunità”. Ma di quale comunità parla? Forse ha ascoltato un intervento che Renzi non ha mai fatto.