Strage Portella della Ginestra: via il segreto di Stato. Lo chiede il presidente del Senato Pietro Grasso. Sarebbe ora di farlo

Strage Portella della Ginestra: via il segreto di Stato. Lo chiede il presidente del Senato Pietro Grasso. Sarebbe ora di farlo

La cosa è passata inosservata (e chissà se è un caso). Il 21 aprile scorso il presidente del Senato Pietro Grasso, interviene a un convegno dedicato alla strage di Portella della Ginestra; tra qualche giorno saranno settant’anni da quell’eccidio. Grasso prende la parola e dice qualcosa che va al di là delle cose che si dicono in queste circostanze. Ricorda, per esempio, che la commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia, con una  delibera dell’11 aprile, ha reso pubblici tutti gli atti su quella strage che dal 1998 in poi sono stati acquisiti: “Sappiamo che ce ne possono essere altri: vanno ricercati e resi pubblici. Bisogna far sì che chi sa di avere, spontaneamente metta a disposizione della conoscenza tutti questi atti…tutto deve essere fatto con la piena collaborazione, e rispondendo alle direttive che ci sono”.

Un po’ di memoria, a questo punto, non guasta. E’ il 1 maggio 1947, si torna a festeggiare la festa dei lavoratori. Sono duemila i lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, San Cipirello, per lo più contadini; si danno convegno a Portella della Ginestra, una vallata incastonata tra i monti Kumeta, Maja e Pelavet. Festa ma anche lotta: contro il latifondismo, per l’occupazione delle terre incolte, per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana: la coalizione PSI-PCI ha conquistato 29 rappresentanti su 90 (il 29 per cento circa dei voti); la DC 21. All’improvviso dal monte Pelavet partono sulla folla raffiche di mitra, fuoco per almeno un quarto d’ora; un eccidio: undici morti, nove adulti, due bambini;  ventisette i feriti, alcuni muoiono dopo giorni di agonia, per le ferite riportate. Ricordiamo i nomi degli undici uccisi: Margherita Clesceri, 37 anni; Giorgio Cusenza, 42 anni; Giovanni Megna, 18 anni; Francesco Vicari, 22 anni; Vito Allotta, 19 anni; Serafino Lascari, 15 anni; Filippo Di Salvo, 48 anni; Giuseppe Di Maggio, 13 anni; Castrense Intravaia, 18 anni; Giovanni Grifò, 12 anni; Vincenza La Fata, 8 anni.

Il giorno dopo il ministro dell’Interno dell’epoca, Mario Scelba interviene all’Assemblea Costituente, e afferma che dietro all’episodio non c’è alcuna finalità politica o terroristica, assicura che si tratta di un fatto circoscritto. Il processo inizia nel 1950, prima a Palermo poi a Viterbo, per legittima suspicione; si conclude nel 1953, gli unici responsabili della strage vengono individuati nel bandito Salvatore Giuliano e la sua banda. Giuliano è stato ucciso tre anni prima, “ufficialmente” dal capitano dei carabinieri Antonio Perenze (in realtà è tradito dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta: vittima di un complotto politico-mafioso, Giuliano dopo essere stato usato, era diventato “scomodo”; e anche a Pisciotta verrà poi tappata la bocca col cianuro; ma queste sono altre storie). Girolamo Li Causi, in Parlamento, le forze di sinistra e la CGIL nel paese, denunciano che Giuliano è stato solo l’esecutore della strage: i mandanti vanno ricercati in quel blocco di potere che ha voluto lanciare un preciso messaggio politico all’indomani della vittoria del “Blocco del Popolo” alle elezioni regionali. In seguito ai riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi. Dagli atti parlamentari della seduta del 26 ottobre 1951, intervento di Li Causi: “Tutti sanno che i miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da Portella della Ginestra nell’anniversario della strage. Nel 1949 dissi al bandito: ‘ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del popolo come te?’. Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del processo di Viterbo: ‘Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo nell’incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita’. È Giuliano che parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l’attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano. C’è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi. Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d’accordo con noi?”.

Ecco, schematicamente, riportato a memoria il contesto. Si può tornare a Grasso, ora. E’ il presidente del Senato, che parla. E’ l’ex magistrato prudente ed accorto, collaboratore ed amico di Giovanni Falcone. Dice che quella strage “realizza un intreccio tra mafia, criminalità comune, politica, poteri pubblici e influenze internazionali, che poi ritroveremo negli scenari successivi”. Dice che dietro quel massacro “c’erano forze politiche e sociali che spingevano alla conservazione di certi poteri nei quali la mafia affonda le sue radici. Portella della Ginestra è stata una strage politica, un atto eversivo non per sovvertire l’assetto politico, ma per consolidare quello esistente e fermare il cambiamento politico e l’avanzamento sociale e dei diritti”. Insomma: strage non destabilizzante, ma stabilizzante; come quelle che saranno fatte negli anni a venire. Portella della Ginestra, diceva Leonardo Sciascia è il momento in cui questo paese ha perso la sua innocenza.

Dice Grasso: “Sono molte le cose da ricercare; ci sono nei ministeri tate di quelle cose che devono essere prima cercare, per renderle pubbliche”. Che così si esprima il presidente del Senato significherà pure qualcosa. Ed è un facile, semplice decrittare: se Portella della Ginestra realizza “un intreccio tra mafia, criminalità comune, politica, poteri pubblici e influenze internazionali”, i ministeri interessati non possono che essere quelli dell’Interno, della Giustizia, degli Esteri. E’ lì, secondo Grasso, che bisogna cercare. Che lo si debba ancora fare dopo settant’anni, è avvilente. Che non lo si sia fatto prima, fa pensare. Che lungo tutti questi anni i titolari dei vari ministeri non abbiano fatto nulla nel senso indicato da Grasso, inquieta; forse può esserci una spiegazione, anzi tre: o non si voleva cercare negli archivi; o non ci si è dati pena di sapere che cosa poteva esserci in quegli archivi; o, infine, in quegli archivi non si doveva ficcare il naso; e magari non lo si deve fare tuttora. Però ora il presidente Grasso ci ricorda che c’è una direttiva della Presidenza del Consiglio che va nella direzione dell’eliminazione del segreto di Stato. Proprio così: eliminazione del segreto di Stato.

Dopo settant’anni, per quel che riguarda la strage a Portella della Ginestra la seconda carica dello Stato dice che ci sono ancora zone d’ombra, segreti da rimuovere, documenti da conoscere: “Abbiamo il dovere di ricordare, di fare memoria”. Non è irrispettoso rispondere al presidente del Senato invitandolo ad affiancarsi a quanti si battono perché, dopo tanto tempo, venga meno questo segreto di Stato, e si faccia finalmente luce e verità. Senza conoscenza non c’è libertà, non c’è democrazia. E quei morti ammazzati a Portella della Ginestra questo ci chiedono, e vogliono che noi non ci si stanchi di chiedere.

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