Renzi accelera. Vuole sloggiare Gentiloni, elezioni al più presto. Legge su voucher e appalti a rischio. Poletti: uso dei Buoni anche per le imprese. Padoan alle prese con le “manovre”. Presidio Cgil a Montecitorio

Renzi accelera. Vuole sloggiare Gentiloni, elezioni al più presto. Legge su voucher e appalti a rischio. Poletti: uso dei Buoni anche per le imprese. Padoan alle prese con le “manovre”. Presidio Cgil a Montecitorio

Ma Gentiloni arriverà fino al 2018? Tutto dipende dall’esito delle primarie del Pd del prossimo 30 aprile. I renziadi suonano la grancassa e preparano l’ambiente più favorevole per andare alle urne già nel mese di giugno. Magari anche in combinazione con i ballottaggi, 26 giugno appunto, per le elezioni amministrative.  Al massimo a settembre. Renzi ha stabilito l’asticella delle primarie a un milione e mezzo di voti o giù di lì ed ha cominciato a muovere le pedine. Il settimanale Panorama annuncia una sua intervista in cui avrebbe sostenuto che “questa volta, se perdo me ne vado davvero”. Subito arriva la smentita, imparata la lezione del referendum costituzionale. La smentita gli serve per far capire che se il Pd non dovesse risultare il primo partito lui potrebbe provare a costruire una alleanza con i centristi e con il berlusca. Alfano è già pronto e può servire come testa di ponte, basta fargli sentir il profumo di posti e il gioco è fatto. Ci sono poi le frattaglie politiche dovute allo spappolamento dei forzaitalioti, i verdiniani sono in lista di attesa. Anche se il primo partito risultasse il M5S, impossibile che i renziani siano in grado di assicurare una maggioranza stabile.

Segnali non proprio rassicuranti per il futuro del Paese

Ipotesi, questa, stravagante, frutto delle nostre fantasie? Può darsi, ma ci sono segnali per niente rassicuranti per il futuro del nostro Paese. Già domani, giovedì, una prima prova. Arriva alla Camera il decreto  che riguarda l’abolizione dei voucher e gli appalti grazie al quale può essere evitato il referendum. Si tratta di trasformarlo in legge in modo che la Cassazione verifichi che sono rispettate le condizioni per evitare il referendum. Ma il fronte pro voucher, da Ap e altre sigle, leggi Alfano-Lupi,  Democrazia solidale, ex Scelta civica e altre schegge partitiche hanno scoperto le carte nel corso di un question time nel quale per il governo a rispondere era il ministro Poletti. Il quale ha annunciato che sta lavorando per mettere a punto in tempi rapidi una legge per l’utilizzo dei buoni lavoro da parte delle famiglie ma anche delle imprese. In linea con l’annuncio da parte dei parlamentari appartenenti ai gruppuscoli di cui sopra, della presentazione, nel corso della seduta della Camera  in cui il decreto deve essere tradotto in legge, di una proposta che rimette in pista i buoni lavoro per le imprese, settori agricoltura, commercio, turismo. C’è anche il problema degli appalti. Il decreto prevede che se l’azienda in appalto non paga il lavoratore deve farlo chi ha commissionato l’opera. Si fa notare – articolo sul Fattoquotidiano – che  nei contratti aziendali questa norma nazionale non avrebbe effetto.

Pressioni degli alfaniani e di gruppetti parlamentari per il ritorno ai vecchi Buoni

Alla Camera comunque non dovrebbero esserci problemi per la trasformazione del decreto, ma al Senato se il Pd non risponde positivamente alle richieste degli alfaniani e delle frattaglie parlamentari, il silenzio di Forza Italia non è un buon segno, potrebbe venir meno la maggioranza necessaria. Nel question time al governo è stato dato un termine: nuova legge entro la metà maggio. Da notare che il decreto decade il 16 maggio. E Poletti si è impegnato a “fare presto”. E se il decreto decade si va al referendum. Un modo solo per evitarlo: le elezioni politiche, il 26 giugno ultima data utile perché a luglio non si può. Si potrebbe pensare anche a settembre, ma è meglio affrontare il più presto possibile il toro per le corna,  sussurrano le “voci” renziane. Si spiegano così altre cose, la prima  riguarda  il mal di pancia dei parlamentari del Pd e il nervosismo mostrato nell’incontro con il ministro Padoan impegnato nella costruzione della “manovrina” correttiva chiesta dall’Europa, del Documento di Economia e Finanza (Def) insieme al Programma Nazionale di Riforma (Pnr).

Il Pd già in campagna elettorale. Ai deputati: “Niente che turbi i cittadini”

Nell’ottica elettorale, Renzi esige che niente possa turbare gli italiani nel periodo elettorale. Guai a parlare di tasse, o meglio si deve parlare di diminuzione delle tasse. Anche il Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti dice che le tasse sulle imprese, sono 25 punti sopra la media Ue e sul lavoro, ovvero metà degli stipendi bruciata da tasse e contributi. Parola d’ordine, abbattere le tasse. Come? Lotta all’evasione. Ma non ci sono certezze sull’esito, dalla Ue vogliono fatti non promesse. Arriva così la rottamazione rafforzata e Renzi è contento. Ma non basta. Sulla riforma del catasto meglio non parlarne. L’ex premier quando sente parlare di case tocca ferro, toccare gli interessi dei grandi costruttori o dei proprietari di prime case che potrebbero pagare l’Imu, porta male. Anche sulle privatizzazioni calma e gesso. Lo stesso Consiglio di Stato dice che non sono essenziali e bisogna muoversi con cautela. Eppure è stato proprio il giovanotto di Rignano a far fuori l’amministratore di Poste italiane per avere via libera. Padoan  si muove con discrezione, sa bene che le privatizzazioni sono costose ma non determinanti, lo dice la Corte dei conti, ai fini della riduzione del debito pubblico. Il ministro si limita a portare avanti la seconda tranche di Poste e Ferrovie, per fare un po’ di cassa. Quei 3 miliardi e 400 milioni deve pur coprirli con la “manovrina”. Ma lui rassicura i deputati che hanno bene in mente i niet che Renzi ha detto loro di pronunciare. No all’aumento dell’Iva, no a nuove accise sulla benzina, no alla riforma del Catasto, privatizzazioni molte cautele. Padoan offre loro una buona dose di ottimismo: la crescita ha ripreso vigore, per il 2017 ci sono “segnali molto incoraggianti”, tali da far pensare che l’Italia sia in una fase di transizione verso una crescita più robusta e sostenuta, sempre Corte dei Conti parla di “ripresa fragile”, ma non vuol dire, ce la facciamo. Forse pensa che ci sarà un altro al suo posto che se la dovrà vedere con una situazione sempre più pesante, su un terreno scivoloso. Già, perché non solo, nei prossimi giorni, la Commissione Ue attende le nostre mosse.

L’ex premier: la legge di bilancio se mal impostata ci condanna alla sconfitta

E non è poco. Renzi è stato chiaro nel dare la linea ai suoi deputati: “Sia chiaro che la legge di Bilancio, se mal impostata potrebbe condannare il partito alla sconfitta elettorale”. E li ha fatti tremare, il posto in Parlamento innanzitutto. E nelle sortite in televisione ha detto: “Bisogna continuare senza polemica sull’abbattimento delle tasse: se vanno giù l’economia cresce. Noi le risorse le abbiamo trovate con la flessibilità. Penso si possa continuare e Padoan è d’accordo”. E suona dolcemente all’orecchio di Renzi quanto ha detto Giampaolo Galli, economista, deputato renziano doc. Lui è per dire pane al pane e vino al vino. “Gli obiettivi di deficit per il 2018 – avrebbe detto secondo le agenzie di stampa – non sono credibili, e sarebbe credibile dire  alla Ue sin d’ora che non potremo rispettarli”.  Non ci sono solo gli impegni europei da rispettare. Renzi fa finta di niente, Padoan non pronuncia parola, Gentiloni meno che meno, assiste in silenzio al suo destino, forse imminente.

Quando la Bce tirerà i remi in barca per noi saranno guai molto seri

Incombe Mario Draghi, con la fine, ormai prossima del piano della Banca Centrale europea. Il quantitave easing, l’acquisto di titoli di stato e obbligazione, continua ma da questo mese non sarà più di 80 ma di 60 miliardi e a fine anno, senza eccezioni, la Bce tirerà i remi in barca. Draghi ha puntato tutto sulla inflazione nei paesi della Ue al 2%. L’impresa non è del tutto riuscita, anzi ci sono segnali di un ritorno indietro, come i gamberi. Ma è servita perlomeno a tenere bloccati i tassi. Se viene meno l’acquisto di titoli la nostra economia, debole e incerta, potrebbe subire scosse molto forti, a partire da una impennata dello spread. Un addio pesante al paracadute che fino ad ora ha consentito di non affondare, riflessi gravi sul costo del debito, congelamento degli scambi secondari, di obbligazioni e titoli già in circolazione. Insomma un panorama a tinte fosche. Per di più senza una legge elettorale degna di questo nome, un Italicum aggiustato sulla base delle modifiche indicate dalla Corte Costituzionale. Un pasticcio. Ma Renzi ha un solo obiettivo: tornare in sella, in un modo o nell’altro.

Fa bene la Cgil a organizzare un presidio davanti a Montecitorio. In discussione non c’è solo la legge su voucher e appalti, il rispetto di milioni di cittadini che hanno apposto la loro firma ai quesiti e alla proposta di legge di iniziativa popolare, la “Carta dei diritti universali del lavoro”. Già si tratta di problemi di grande importanza. C’è il rispetto delle regole democratiche, di quella Costituzione che milioni di cittadini hanno difeso sconfiggendo il giovanotto di  Rignano.

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