La manovra economica arriva in Parlamento. Tempi stretti, uno scippo, una passatina e via. Sale il debito pubblico. Federconsumatori: non scongiurata una stangata sull’Iva

La manovra economica arriva in Parlamento. Tempi stretti, uno scippo, una passatina e via. Sale  il debito pubblico. Federconsumatori: non scongiurata una stangata sull’Iva

Mentre i giornaloni, scritti e radio teletrasmessi, sono impegnati a discettare se Renzi Matteo è il Macron Emanuel italiano oppure se Macron Emanuel è il Renzi Matteo francese, nel silenzio generale si compie un vero e proprio scippo nei confronti di Camera e Senato. E non per una questioncella, ma per il Def, il libro dei sogni, quasi mille pagine  che  raccontano cosa accadrà alla nostra economia, manovrina di aggiustamento dei conti pubblici da 3,4 miliardi, lo 0,2 del Pil, come richiesto dalla Commissione europea. Il documento è stato firmato dal Capo dello Stato dopo, si racconta, incertezze relative al fatto che si tratta  di un decretone che contiene di tutto, di più. Un omnibus, si dice negli ambienti parlamentari, dove ognuno ha infilato del suo. Siamo curiosi di leggere il testo  che dovrebbe essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale.

Dove sta lo scippo? Leggiamo  dal calendario dei lavori del Senato che nella seduta unica di mercoledì  20 aprile, con inizio alle ore 12 i senatori esamineranno il  Documento di economia e finanza. Il testo è stato licenziato dalla Commissione Bilancio il 20 aprile. Passiamo al calendario della Camera. Leggiamo: I lavori in Aula riprendono mercoledì 26 aprile con la discussione del Documento di economia e finanzae votazione. Guardiamo gli orari: la Camera si riunirà alle ore 12 e in seduta pomeridiana con votazioni non prima delle 16 e con eventuale prosecuzione notturna e giovedì (in seduta antimeridiana e pomeridiana, con eventuale prosecuzione notturna) e  votazioni.

Il Def approvato dal Consiglio dei ministri in fretta e furia: un libro, dei sogni

Non c’è da meravigliarsi visto che il consiglio dei ministri, il 13 aprile, approvò il Def, salvo intese, in poco più di due ore. Davvero un record. Forse neppure il tempo di leggere tutto quanto. Nei giorni seguenti, infatti, praticamente il documento venne riscritto e quella che doveva essere una “manovrina” divenne una cosetta composta da più di settanta articoli. I ministri, ovviamente, erano disattenti, così come quando venne espunto, così si dice in termini ufficiali, da un provvedimento che riguardava l’Anticorruzione, l’articolo più importante relativo ai poteri di intervento. La colpa, come afferma un detto popolare, morì fanciulla, venne addebitata agli uffici tecnici. Non c’è quindi da meravigliarsi di niente. Ma che Senato e Camera in poche ore di discussione approvino il Def ci sembra troppo. Perché tanta urgenza? La Commissione europea attende la “manovrina”, ora “manovrona” entro la fine di aprile. I tempi sono stretti ma, si giustifica il ministro Padoan, il “lavoro è stato molto oneroso”.

Nel frattempo si scoprono nuove magagne, impegni assunti su questo o quel problema che non vengono mantenuti. Uno in particolare riguarda l’Iva, argomento molto “sensibile”, sul quale lo stesso Renzi Matteo, anche se non è più premier e neppure segretario del Pd, ha fatto la voce grossa, ma si trattava solo di parole scritte sulla sabbia che il vento porta  via. “Una stangata sull’Iva – scrivono Federconsumatori e Adusbef – non è scongiurata. Le alchimie contabili del Governo, che smentisce a singhiozzo l’aumento dell’Iva – si legge in una nota della Associazone – non hanno scongiurato l’applicazione delle clausole di salvaguardia.

Stangata pari a 421 euro annui a famiglia da aumenti Iva e accise

Ci saranno stangate tra ricadute dirette ed indirette, pari a 421 euro annui a famiglia, con gli aumenti dell’Iva e delle accise, un’arma a doppio taglio, che potrebbero fallire l’obiettivo delle entrate previste, già registrate in passato, con la contrazione dei consumi che riuscirono ad annullare o ridimensionato gli effetti stimati. Se il governo non riuscisse a disattivare le clausole di salvaguardia, in dettaglio per le ricadute dirette dell’aumento dell’Iva, secondo Adusbef e Federconsumatori, è stimabile per il segmento dal 10 all’11,5% per una famiglia media un rincaro di 144 euro; mentre per l’aumento dal 22 fino al 25% nel 2018, rincarato di un ulteriore 0,4% nel 2019 attestandosi al 25,4%, il totale potrebbe essere di 465,68 euro, ossia 609 euro”.

Dal momento che Camera e Senato discutono il Def, pur nelle ristrettezze del tempo, trovassero il modo di discutere di questo problema. Il ministro dovrebbe chiarire, dare assicurazioni. È vero che in questi ultimi tempi il lavoro è stato “molto oneroso “, ma come ha trovato il modo di polemizzare con l’Agenzia di rating, Fitch, che ci ha retrocessi, potrebbe rassicurare i consumatori. Forse non sarà in grado di farlo perché la realtà difficilmente si può contestare. Così come una conferma a quanto affermato da Fitch, sulla debolezza della nostra economia viene dall’Eurostat. Il nostro debito pubblico sale nel 2016 al 132% del Pil. Scende il deficit dal 2,7 al 2,4 non per nostro merito, anzi siamo proprio il fanalino di coda, ma perché in Eurozona il deficit è sceso giù all’1,5%  del Pil nel 2016 dal 2,1% del 2015 e il debito ha toccato l’89,2% dal 90,3% dell’anno precedente.

Nei 28 Paesi  per quanto riguarda il deficit siamo il fanalino di coda

Nella Ue a 28 Paesi il disavanzo del 2016 si è attestato all’1,7% del Pil, dal 2,4% di fine 2015, con un debito calato all’83,5% dall’84,9%. Tra i singoli Paesi Ue, hanno registrato avanzi di bilancio Lussemburgo (+1,6%), Malta (+1,0%), Svezia (+0,9%), Germania (+0,8%), Grecia (+0,7%), Repubblica Ceca (+0,6%), Cipro e Paesi Bassi (+ 0,4%), Estonia e Lituania (+0,3%). Bulgaria e Lettonia hanno chiuso i bilanci in pareggio, mentre i disavanzi pubblici più bassi si sono visti in Irlanda (-0,6%), Croazia (-0,8%) e Danimarca (0,9%). Quattro Stati membri hanno un deficit pari o superiore al 3% del Pil: Spagna (-4,5%), Francia (-3,4%), Romania e Regno Unito (entrambi -3%). Alla fine del 2016, i rapporti più bassi tra debito pubblico e Pil sono stati registrati in Estonia (9,5%), Lussemburgo (20%), Bulgaria (29,5%), Repubblica Ceca (37,2%), Romania (37,6%) e Danimarca (37,8%). I più alti sono stati registrati in Grecia (179% del Pil), Italia (132,6%), Portogallo (130,4%), Cipro (107,8%) e Belgio (105,9%). Un commento. Lo lasciamo al ministro Padoan che ai deputati e senatori dovrà pur dire qualcosa. Anche se i numeri parlano da soli. E non è un bel parlare.

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