Elezioni in Germania: una partita a due tra Angela Merkel e Martin Schulz?

Elezioni in Germania: una partita a due tra Angela Merkel e Martin Schulz?

Tra poco meno di sei mesi i tedeschi saranno chiamati alle urne per il rinnovo del parlamento federale e, dunque, per decidere quale partito o combinazione politica guiderà la Germania durante i prossimi anni. Seppure sottotono, la campagna elettorale è già iniziata, con la scelta dei rispettivi candidati, l’elaborazione dei programmi e il dibattito sulle possibili alleanze. Per comprendere i diversi scenari possibili, iniziamo descrivendo un profilo politico dei due principali concorrenti: la cancelliera Angela Merkel e il suo sfidante, Martin Schulz.

Le elezioni del 24 settembre si preannunciano come una sfida tra i partiti che compongono l’attuale Große Koalition. Non si tratta affatto di una novità nella storia politica della repubblica federale, dove i cristiano-democratici e i socialdemocratici si sono alternati alla guida del paese per oltre settant’anni. Tuttavia, questo appare ancor più vero nel caso attuale, in cui non soltanto i due partiti – stando ai sondaggi – sarebbero in sostanziale parità (la CDU/CSU tra il 34 e il 32% dei consensi, la SPD tra il 33 e 32%) ma essi sono anche guidati da due candidati “forti”, entrambi determinati a raggiungere la cancelleria, spiccatamente rappresentativi del carattere della propria parte politiche e altrettanto capaci di mobilitare l’elettorato.

La cancelliera cristiano-democratica venuta dalla terra del socialismo reale

Angela Merkel è il Panzer della politica tedesca. Abile e astuta – nonostante, o proprio in virtù della sua apparente imperturbabilità e discrezione – l’attuale cancelliera è riuscita e riesce ancora a intercettare gli umori di ampi strati della popolazione tedesca, anche al di fuori del tradizionale bacino cristiano-democratico. Sinonimo di stabilità e di un conservatorismo moderato, Merkel ha legato il proprio nome alla crescita economica – i cui presupposti sono stati tuttavia determinati dal governo del socialdemocratico Schröder – e a un rinnovato protagonismo del paese negli scacchieri internazionali, portando la Germania sia a un ruolo guida in Europa sia a un riconosciuto prestigio mondiale. Per queste ragioni, nonostante le frizioni dello scorso anno, la sua guida della coalizione di CDU e CSU non è mai stata messa veramente in discussione, e proprio il leader dei cristiano-sociali bavaresi, Horst Seehofer, ha recentemente dichiarato che «solo con Angela Merkel l’Unione (CDU-CSU, ndr) può vincere queste elezioni. Lei è il nostro principale asso».

Da un punto di vista strettamente strategico, la principale abilità politica di Merkel è quella di saper sfruttare le diverse situazioni a proprio vantaggio, perfino quelle più disdicevoli o imbarazzanti. Un esempio su tutti è dato dal recente incontro con Donald Trump, dove l’atteggiamento di Merkel – parso forse “debole” ad alcuni osservatori fuori dalla Germania – era ben studiato per dimostrare serietà e buona volontà, nonché uno spiccato senso di superiorità morale, davanti al nuovo inquilino della Casa bianca. Detto per inciso: la palese arroganza di Trump e l’impassibilità della sua interlocutrice hanno levato in Germania un moto di sdegno e di solidarietà verso la cancelliera, immediatamente tradottosi in un drammatico tracollo dei populisti dell’AfD nei sondaggi (dati adesso tra l’11 e il 7%, mentre erano ancora al 14% appena agli inizi del 2017).

La linea politica di Merkel è abbastanza chiara: flessibilità in campo lavorativo e rigore in quello economico, con il punto fermo della parità di bilancio stabilito da Schäuble; europeismo e primato della diplomazia nella politica estera; potenziamento degli apparati di sicurezza e di sorveglianza nel quadro interno. Su un piano più generale, la CDU di Merkel propone – anche attraverso scelte talvolta impopolari o ambigue, come nel caso della “crisi dei profughi” nell’estate-autunno del 2015 – una riattualizzare di quel cristianesimo politico altrimenti scomparso dal panorama della vita pubblica europea, traducendo in pratica i precetti trasmessi tanto dal Concistoro delle chiese evangeliche quanto dalla moderna tradizione cattolica tedesca che, passando soprattutto attraverso il vescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, si richiama ai tratti fondamentali dello stesso pontificato di Bergoglio.

Un outsider per l’anima proletaria della socialdemocrazia

Il principale ostacolo davanti ad Angela Merkel per la conquista del quarto mandato consecutivo si chiama Martin Schulz. Passato dalla presidenza del Parlamento europeo alla segreteria dell’SPD e, quindi, alla candidatura per la cancelleria con una mossa a sorpresa – che invero è stata ben poco sorprendente – Schulz rappresenta l’antitesi politica della propria principale avversaria. Schulz è un outsider della cosa pubblica e del sistema di potere berlinese, che fa vanto di esser stato soltanto il sindaco di un piccolo borgo del Nordrhein-Westfalen. Dell’outsider, inoltre, egli ha i modi schietti e il piglio diretto, elementi che contribuiscono certamente ad accrescere la sua popolarità (il cosiddetto “effetto Schulz” ha fatto guadagnare all’SPD quasi dieci punti nei sondaggi) rendendolo un candidato molto più vicino alla base rispetto ai suoi predecessori, quali Steinmeier o Steinbrück. Egli corrisponde inoltre a un classico modello di leader socialdemocratico, le cui origini familiari relativamente umili – figlio di un agente di polizia e di una casalinga – richiamano alla mente quelle del “figlio di sarto” che divenne il primo presidente della repubblica weimariana, Friedrich Ebert. In altre parole, la candidatura di Schulz intenderebbe riportare alla luce l’anima proletaria della socialdemocrazia tedesca, con l’esplicita intenzione di riguadagnare il favore delle masse lavoratrici alla causa dell’SPD.

Non è un caso infatti che il programma di Schulz sia diretto, più che contro la propria avversaria, contro l’esperienza socialdemocratica di governo e co-governo degli ultimi vent’anni. Il suo fine dichiarato è quello di rivedere le politiche lavorative e sociali inaugurate da Schröder – la cosiddetta Agenda 2010, che ha introdotto la flessibilità, riformato i sussidi di disoccupazione, i metodi di formazione e le forme di assistenza – promuovendo invece una maggiore attenzione verso le classi disagiate della popolazione. Con il recente incontro tra i vertici della Große Koalition – il primo a cui partecipava il nuovo segretario dell’SPD – Schulz ha inoltre stabilito alcuni punti contenutistici utili a marcare la differenza rispetto alla CDU/CSU, e che inevitabilmente andranno a caratterizzare la campagna elettorale socialdemocratica. Tra questi possiamo ricordare la limitazione dei contratti a tempo determinato, l’introduzione di un tetto massimo agli stipendi dei dirigenti d’azienda, l’assoluta parificazione tra matrimoni eterosessuali e omosessuali.

Due leader dimezzati

Prima delle consultazioni nessuno intende parlare apertamente di alleanze e, tanto Merkel quanto Schulz, puntano alla vittoria senza promettere coalizioni. Difficilmente questo sarà però possibile. Il sistema elettorale tedesco (proporzionale con soglia di sbarramento al 5%) conduce necessariamente alla formazione di governi di coalizione, mentre nella storia della repubblica federale non vi è mai stato un esecutivo che fosse espressione di un solo partito. Le possibilità di successo nella corsa alla cancelleria dei leader di CDU/CSU e dell’SPD dipendono quindi anche dalla capacità e disponibilità a stringere alleanze all’indomani delle elezioni e, in questo campo, Martin Schulz ha un netto vantaggio su Angela Merkel.

L’attuale cancelliera ha infatti bisogno di un netto successo elettorale per poter formare una coalizione con il suo partner storico, i liberali dell’FDP (dati attualmente al 5-6% nei sondaggi), un successo superiore addirittura a quello conseguito nelle elezioni federali del 2013, quando Merkel ottenne il suo terzo mandato con il 41,5% dei voti. Alternativamente – e questa è la probabile strategia adottata dalla direzione cristiano-democratica – un’ulteriore possibilità sarebbe data da una vittoria, anche di misura, nella sfida a due con i socialdemocratici, che potrebbe portare a una riproposizione della Große Koalition con Merkel alla cancelleria. La terza opzione, quella di un governo composto da CDU/CSU, FDP e Grüne, seppur non impossibile (vi sono diversi casi a livello locale), è comunque inverosimile per la probabile spaccatura che porterebbe nella base di quest’ultimo partito.

La socialdemocrazia parte da una posizione di vantaggio nella geografia delle possibili alleanze. Eccetto la possibilità, piuttosto remota, di una schiacciante vittoria di cristiano-democratici e liberali, l’SPD parteciperà sicuramente al prossimo governo federale, quantomeno come partner di minoranza di una nuova Große Koalition. Per la conquista delle cancelleria, in ogni caso, i socialdemocratici hanno diverse carte da giocare: una loro alleanza coi Grüne è quantomeno scontata, e ambedue le dirigenze del partito riconoscono come i rispettivi programmi siano facilmente conciliabili. Tuttavia i Grüne (dati al 7-8%) difficilmente potranno rappresentare un gruppo parlamentare sufficiente per la costituzione del governo. Quale terzo partner di coalizione esistono due alternative per l’SPD: da una parte la Linke, verso cui la stessa scelta di Schulz come candidato parrebbe tendere, ma con cui sussistono significative tensioni, sia riguardanti i programmi politici sia, soprattutto, gli asti personali maturati dal duro scontro tra Oskar Lafontaine e Gerhard Schröder; dall’altra parte, proprio l’ex-cancelliere, esprimendosi contro una coalizione con la Linke in un’intervista allo Spiegel del 1° aprile, ha suggerito la possibilità della cosiddetta “alleanza-semaforo” (rosso-giallo-verde, dai colori dei rispettivi partiti) tra SPD, FDP e Grüne, la quale offrirebbe più garanzie di governabilità e di disponibilità al compromesso di una coalizione rosso-rosso-verde.

Una sfida a cinque (o sei?)

Questo breve quadro, incentrato sui profili dei principali candidati, basta a mostrarci come le elezioni tedesche di settembre potrebbero rivelarsi tutt’altro che una sfida a due. Decisivi saranno i risultati dei restanti partiti, i loro programmi e la loro disponibilità a stringere alleanze. Per comprendere gli sviluppi della campagna elettorale e, più in generale, della politica tedesca, sarà dunque opportuno prestare la dovuta attenzione a queste formazioni “minori”, osservando più nel dettaglio le loro caratteristiche interne e i loro rapporti reciproci (per esempio, le elezioni in Saarland della scorsa settimana hanno nuovamente dimostrato come Linke e Grüne partecipino del medesimo bacino elettorale e che i loro risultati sono inversamente proporzionali). Infine dovremo prendere in considerazione anche le possibilità di affermazione dell’AfD che, per quanto estromessa da ogni prospettiva di alleanza e scossa dall’ennesima crisi interna, rischia comunque di scompaginare le carte del panorama politico berlinese. Questi, uniti a eventuali “effetti domino” provenienti dal resto d’Europa – si pensi in primo luogo al risultato delle elezioni francesi –, saranno tutti elementi che contribuiranno a determinare le votazioni di settembre e, probabilmente, il desino della stessa Unione europea.

Condividi

Leave a Reply

Your email address will not be published.