Degrado e squallore della politica ai tempi di Renzi. Una torbida vicenda per una presidenza di Commissione. Il Pd a Gentiloni: come pensi di andare avanti? E minaccia la crisi di governo. Mattarella si chiama fuori

Degrado e squallore della politica ai tempi di Renzi. Una torbida vicenda per una presidenza di Commissione. Il Pd a Gentiloni: come pensi di andare avanti? E minaccia la crisi di governo. Mattarella si chiama fuori

Degrado della politica, squallore, non ci sono che queste parole per definire la sceneggiata di Renzi Matteo e dei fedelissimi renziadi che minacciano la crisi di governo e le elezioni anticipate e mettono sotto tiro il presidente del Consiglio in carica, Paolo Gentiloni, che guarda caso fa parte del partito di cui è stato segretario proprio Renzi Matteo, il quale, sempre guarda caso, era lui il presidente del Consiglio. Sconfitto duramente, una batosta, nel referendum costituzionale, aveva bisogno di riprendere fiato. Si era impegnato a lasciare la politica nel caso di sconfitta. Ci ripensò e si dimise, senza lasciare la politica. Il tempo necessario di riprendersi dalla botta. Quel tempo a suo parere è venuto. Il risultato delle primarie del Pd, il congresso farsa, lo ha esaltato anche se, in realtà, è stato un nuovo segnale in negativo perché solo circa il trenta per cento degli iscritti gli ha dato il voto in un congresso farsa. Si è esaltato, complici i media grandi e piccoli che hanno fatto da cassa di risonanza alle sue farneticazioni. Questo lo scenario, disgustoso, in cui si inserisce un episodio che, in un paese normale sarebbe passato come un “incidente di percorso” nel rapporto fra due partiti, il Pd e Ap, che sostengono il governo.

Salta l’accordo di maggioranza per la presidenza della Commissione Affari Costituzionali

C’era un accordo per eleggere a presidente della Commissione affari costituzionali in Senato, quella che si occupa di legge elettorale, un parlamentare del Pd, il senatore Giorgio Pagliari. Non è andata così. Il più votato è risultato un senatore di Ap, un alfaniano, Salvatore Torrisi. Non si capisce bene chi abbia “tradito”. C’è anche chi dice che lo “scherzetto” sia stato giocato proprio all’interno del Pd. Non si possono dimenticare, certo altra dimensione, altro problema, i 101 voti che vennero a mancare a Romano Prodi quando era lui il candidato Pd a presidente della Repubblica. Non si è mai saputo come sono andate le cose. A far venire il sospetto che si tratti di uno “scherzetto” fabbricato in casa, quelli di Ap dicono ai renziani di guardare in casa propria, quelli di Articolo 1 Mdp, che i media continuano a chiamare “scissionisti”, dicono a Orfini e soci che non è problema loro, che non riguarda il governo, la sua esistenza. Afferma Roberto Speranza: “Quello che è successo è una vicenda parlamentare e non riguarda il governo. In ogni caso, visti i risultati, il Pd farebbe bene a guardare in casa sua, alle contraddizioni dovute al congresso. Detto questo, una cosa è sicura: la stagione dell’autosufficienza e dell’arroganza per noi è chiusa. Se il Pd pensa di andare avanti così non troverà risultati positivi sulla sua strada”. Ma il “cittadino” Renzi, scrivono i media, lascia filtrare il suo pensiero, affida ad alcuni “messaggeri” il suo diktat, i pensieri sono altra cosa. Naturalmente trova spazio su Repubblica: “La legge elettorale ce la scordiamo, ma c’è anche un problema per la maggioranza di governo. Cosa fa Gentiloni, come pensa di andare avanti?”. Con queste poche parole, filtrate da alcuni messaggeri, Matteo Renzi ha scatenato la reazione dei fedelissimi puntando dritto, stavolta, al cuore di Palazzo Chigi e del premier. Ha trasformato la sconfitta incassata nella commissione Affari costituzionali del Senato nel secondo round del confronto-scontro tra Pd renziano ed esecutivo, dopo quello ingaggiato l’altro ieri col ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Poi ci ripensa, riunisce i suoi, e dice “Chi ha mai parlato di crisi? Il governo è un’altra cosa”. Forse il cambio di atteggiamento è dovuto alle reazioni che ci sono state anche dentro il Pd e al silenzio burbero del Capo dello stato, che è valso più di mille parole.

Così scrive il quotidiano di Largo Fochetti che gode di buone fonti in casa dei renziadi. L’ex premier non avrebbe alcun titolo per rivolgersi in tono intimidatorio al presidente del Consiglio, non è più segretario del Pd, non è mai stato parlamentare, neppure ministro o sottosegretario. Subito arriva a rinforzo il presidente reggente,  l’immancabile Orfini. Chiede l’intervento del Presidente della Repubblica che se ne guarda bene da mettere bocca su scelte che riguardano la composizione delle commissioni parlamentari.

Alfano attacca Orfini: “Se vuole la crisi lo dica, non siamo nati ieri, abbiamo capito il giochino”

Orfini resta a bocca asciutta, Alfano dice che le sue sono parole “surreali”. “Se il Pd vuole la crisi – afferma l’alleato di governo, ministro degli esteri – lo dica. Siccome non siamo nati ieri e abbiamo capito il giochino, dico che non ci stiamo. Se qualcuno cerca pretesti per far cadere il governo e andare al voto anticipato lo dica chiaro”. Di nuovo Orfini: “Rispetto alla vicenda dell’elezione del presidente della  commissione Affari costituzionali siamo oltre le fake news. Siamo al dadaismo”. Chissà che c’entra il dadaismo. Sorvoliamo per carità di patria. Intanto Renzi se la spassa in giro per Napoli a far campagna elettorale e fa finta di niente: “Altro che piccole discussioni della politica nazionale: qui si respira a pieni polmoni la speranza. E la lotta contro la rassegnazione”. Che vuol dire? Mistero.

Non la prende bene Paolo Gentiloni che già ha i suoi problemi con il ministro Padoan, anche lui sotto tiro di Renzi, il quale ha dato ordine ai parlamentari di “controllare” manovra, manovrina, legge di bilancio perché proprio sui contenuti delle misure che il governo si appresta a prendere e presentare alla Commissione Ue si possono perdere le elezioni. Ma come si corregge la manovra? Con la flessibilità. Punto e basta, guai a parlare di accise, tasse per chi ha di più. A Gentiloni in particolare non va giù quel “come pensa di andare avanti?”. Risponde in modo soft, come è nel suo carattere, ma sembra voler tenere il punto: “In questo momento delicato del nostro paese e del destino del mondo la richiesta dei cittadini di  essere  rassicurati è una delle richieste maggiori che viene dalla istituzioni. Il governo è qui per questo”.

Torrisi (Ap): non mi dimetto da presidente. Alfano lo caccia

E si torna ad Alfano e Torrisi. Il ministro degli esteri ci mette tanta buona volontà per calmare gli spiriti bollenti di Renzi Matteo. Invita Torrisi a dimettersi. Non sarebbe un bel gesto nei confronti di un voto espresso da parlamentari. Lui non ci pensa neppure. “Sono al servizio delle istituzioni”. Chiede di riflettere per 24 ore. Pagliari nel frattempo si chiama fuori: “Una vicenda che passa al di sopra della mia testa”.  Alfano passa dall’invito all’ordine. O ti dimetti o vieni espulso dal partito. Risponde Torrisi rilasciando dichiarazioni ad alcuni quotidiani: “Dimettermi? Io l’ho detto ad Alfano come agli amici e colleghi del Pd: una soluzione alternativa e io passo. Ma se non c’è, se Renzi apre la crisi per la mia elezione il Paese gli ride dietro. I numeri parlano chiaro. Alla maggioranza sono mancati forse sei voti non i nostri”.

Ma Alfano è uomo d’onore. Tiene tanto al suo posto, chi l’avrebbe mai detto che sarebbe diventato il ministro degli esteri, che decide di rompere gli indugi ed a questa vicenda squallida, come se non bastasse aggiunge del suo e caccia Torrisi. Un capolavoro, si fa per dire, la sua dichiarazione: “Prendo atto della scelta del senatore Torrisi. Amen. Ha scelto la sua strada. La nostra è diversa. Il senatore Torrisi non rappresenta Ap al vertice della Commissione Affari Costituzionale”. Torrisi risponde, squallore per squallore: “Mi sembra inconcepibile, assolutamente irrituale. Sono preoccupato per Alfano. Manco il partito comunista sovietico faceva queste cose”. Poi dice: “lavoro per le istituzioni” e  aspetta di vedere “cosa farà il Pd”.

Orlando: attenti a non scherzare col fuoco. Emiliano: l’ex premier crea una strategia della tensione

Intervengono anche i candidati alla segreteria Pd, Andrea Orlando e Michele Emiliano. Dice il ministro della Giustizia che occorre stare attenti a “non scherzare con il fuoco” e parla di rischio di ritorno alle “urne senza sbocco”. Poi aggiunge: “Nessuna crisi di governo e Torrisi dovrebbe dimettersi”. Il presidente della regione Puglia afferma che l’ex premier “sta creando una strategia della tensione per rompere con il governo Gentiloni”. Finisce così una squallida vicenda che poteva portare alla crisi di governo? C’è da sperarlo. Ma la politica, quella che ha preso corpo nell’ era renziana, vive di questi episodi. Non è detto che i renziadi non ci riprovino. L’ex premier vuole ad ogni costo il ritorno alle urne al più presto possibile.

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