Def e manovrina restano un Ufo. Si sono discussi solo i titoli. Camusso: Non vediamo segnali che segnino ottimismo. Speranza, basta bonus e regalie fiscali. Fassina, necessaria un’inversione di rotta

Def e manovrina restano un Ufo. Si sono discussi solo i titoli. Camusso: Non vediamo segnali che segnino ottimismo. Speranza, basta bonus e regalie fiscali. Fassina, necessaria un’inversione di rotta

Manovra, manovrina, Def, Piano Riforme, Consiglio dei ministri, abbiamo scritto che si trattava di un oggetto misterioso, che nelle stanze del governo si aggirava un Ufo. E Ufo resta perché, di fatto, sono stati approvati solo dei titoli. Quella parolina, “salvo intese” significa che l’aggiustamento dei conti è tutto da fare, che ogni ministro tenderà a salvare il salvabile, che le pressioni si faranno sempre più forti. Il diktat di Renzi Matteo, non si parli in alcun modo di aumento delle tasse, significa che i tagli saranno più pesanti. Niente tasse vuol dire che ancora una volta si rinuncia alla progressività fiscale, paghi di più chi ha di più. I paperoni sono salvi. I “particolari” del Def e della manovrina non si conoscono, c’è tanta confusione. I cronisti  azzardano ipotesi, cercano notizie nei ministeri. Una cosa certa però c’è. Il governo ha scelto il  Def per salvare la Ryder Cup, un torneo di golf che si dice sia  una delle competizioni sportive più importanti al mondo, di cui Roma si era aggiudicata  l’organizzazione dell’edizione 2022 ma ci volevano garanzie da parte del governo. Sono arrivate. C’era bisogno di 97 milioni per pagare tutte le spese e la sottosegretaria al turismo, sport e cose varie, Dorina Bianchi, in tandem con il ministro Lotti, si è data da fare e i 97 milioni si sono trovati nelle pieghe del Def, appunto. Una delle poche cose certe. Lo stesso presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, intervistato da Repubblica,  ben due giornalisti, due firme importanti a Bruxelles per avere a caldo le prime impressioni sulla manovra da parte della autorità europea, ha subito detto: “Non ho ancora visto nel dettaglio il Def e la manovra per cui non posso dare un giudizio circostanziato”. I Commissari Ue dovranno attendere prima che arrivino i particolari sulla manovrina, quella da 3,4 miliardi, lo 0,2 del Pil per sistemare i conti ed evitare la procedura di infrazione.  Oltre al torneo di golf una certezza riguarda il salvataggio delle banche per cui si è messo da parte un tesoretto da 10 miliardi, cosa che farà molto piacere a Juncker il quale nell’intervista di cui sopra dice di “osservare con simpatia la serietà con cui il governo Gentiloni affronta la crisi delle banche”.

Presi in contropiede anche i sindacati e la stessa Confindustria. I primi commenti si devono basare sulle notizie pubblicate dai giornali e dalla conferenza stampa di Gentiloni e Padoan che si può paragonare al quadro di qualche pittore dell’astrattismo. Ma le linee di fondo, proprio dalla astrattezza, dalla mancanza di provvedimenti certi, prendono corpo e non segnano certo bel tempo per il nostro Paese.

Cgil:  Indicatore fondamentale la disoccupazione, quella giovanile in particolare

Dice Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, intervenendo a Bolzano ad una manifestazione: “Quella del Def ci sembra un’operazione di mantenimento della logica di austerità e di pochi investimenti. Ancora una volta rischiamo di disperdere le risorse con la costruzione di diseguaglianza, avendo scelto la decontribuzione di secondo livello e di non fare interventi fiscali significativi della ricostruzione della progressività e interventi sulle grandi ricchezze”. In merito alla crescita ribadisce che “per noi l’indicatore fondamentale è il tasso di disoccupazione e, soprattutto per quanto riguarda quella giovanile, non vediamo segnali che destino ottimismo”.

Speranza: Non vedo la svolta di cui c’è bisogno. Fassina: I tagli colpiscono i programmi sociali

Sul fronte politico i primi interventi sono quelli di Roberto Speranza, Mdp, e Stefano Fassina, Sinistra italiana. Dice Speranza: “Non vedo ancora la svolta di cui c’è bisogno. Serve puntare tutto sugli investimenti e sull’equità. Basta bonus e regalie fiscali”. Stefano Fassina afferma che “il Def implica una pesantissima manovra restrittiva per il 2018 pari ad almeno 20 miliardi di euro all’anno in termini strutturali. I bersagli dei tagli sono, inevitabilmente, data la portata della correzione, i principali programmi sociali e gli investimenti pubblici. Gli effetti sull’economia reale, sull’occupazione, sul debito pubblico, sulle sofferenze del settore bancario saranno significativamente negativi”.  “In tale quadro – prosegue – sono fantasiose le previsioni per il 2018 su Pil e su debito pubblico. È necessaria un’inversione di rotta per evitare stagnazione e maggiori difficoltà per la sostenibilità del debito pubblico. È ora di una sospensione triennale del fiscal compact al fine di cancellare le clausole di salvaguardia e finanziare un piano di investimenti pubblici da definire e attuare con il protagonismo dei Comuni. È ora di fermare i programmi di privatizzazione, in particolare di Cassa Depositi e Prestiti. Le entrate sono irrilevanti alla sostenibilità del debito, mentre la minore spesa per interessi sarebbe inferiore alla perdita di utili”. Poi si rivolge a Mdp “confidando che  voglia affermare una chiara discontinuità politica e di politiche sul Def”.

Sorrentino (Fp Cgil). “Sui contratti pubblici un passaggio fumoso che non rassicura”

Tiene banco, in particolare, il rinnovo dei contratti pubblici sul quale c’è l’impegno preso dalla ministra Madia, una intesa siglata con i sindacati. Contratti da otto anni non rinnovati. Ci sono i soldi o non ci sono per assicurare l’aumento medio di 85 euro mensili? La segretaria generale della Fp Cgil, Serena Sorrentino parla di “un passaggio fumoso che non ci rassicura affatto”. E ne ha ha ben ragione, visto che facendo due conti la somma disponibile per il rinnovo porta ad un amento di 39 euro o giù di lì. Prosegue Sorrentino: “Se ieri,  al nostro allarme sulle risorse per il rinnovo dei contratti pubblici, il ministro dell’Economia Padoan aveva fornito rassicurazioni sul rispetto degli impegni assunti, oggi non fa lo stesso il Def”. Nel  documento, prosegue, “ci sono scritte cose vaghe quando al contrario i contratti si fondano su certezze. Quelle stesse certezze messe nero su bianco con l’accordo del 30 novembre scorso, sottoscritto tra governo e sindacati per l’avvio delle trattative per il rinnovo dei contratti pubblici, e che il ministro dell’Economia non ha il potere unilaterale di mettere in discussione”. Sorrentino continua: “Per quanto riguarda la stabilizzazione dei precari, questione affrontata sempre nell’accordo di novembre, bisogna rilevare che la vicenda non troverà soluzione soltanto con le norme sul Testo unico in discussione in Parlamento ma che ci sarà bisogno di un finanziamento specifico e aggiuntivo oltre quello relativo alle risorse per i contratti. Ed è per queste ragioni che va chiarito e tradotto cosa  vuol dire in termini di impegni quanto scritto nel Documento di economia e finanza”.

Boccia (Confindustria): una “manovrina” ma dobbiamo approfondire

Il presidente di Confindustria, Boccia, che dovrebbe essere soddisfatto visto che il governo punta alla contrattazione aziendale che verrebbe detassata, con una discriminazione nei confronti di milioni di lavoratori che non hanno contrattazione di secondo livello, si mostra molto cauto. Parla di “manovrina” mentre Gentiloni e Padoan parlano di manovra che riguarda il “quadro macroeconomico dei prossimi anni”. Afferma che le stime al ribasso per la crescita (il Pil sale nel 2017 al 1,1%  in modo da tenere i conti in regola, poi torna all’1% ndr) “non sono un buon segnale”. Per quanto riguarda gli investimenti pubblici “se riprendono sarebbe un fatto intereressante, ma dobbiamo approfondire la manovrina”.

Incertezza  sull’entità della manovra di fine anno. Trattativa con Bruxelles

Il Tesoro fornisce una prima indicazione sull’entità della manovra di fine anno, che a saldi invariati dovrebbe aggirarsi su una cifra non inferiore a 10 miliardi di euro per centrare l’obiettivo di deficit/Pil all’1,2% nel 2018. Somma che aumenta considerando alcune spese che vengono già indicate e che devono trovare adeguata copertura finanziaria. Parte della copertura arriverebbe da un nuovo round di tagli ai ministeri, nell’ambito della spending review, pari a circa 1 miliardo, mentre grandi aspettative vengono riposte dal contrasto all’evasione fiscale. E proprio sulle coperture si riaprirà nei prossimi mesi la trattativa a Bruxelles: quanto più l’Italia riuscirà a spuntare nella trattativa sulla flessibilità, tanto meno sarà l’esborso per le casse dello Stato. Non è un caso che Juncker, proprio nell’intervista a Repubblica dice che l’Italia ha già ottenuto molto. “La flessibilità – afferma – ha permesso al Paese un margine di  manovra senza che la mannaia del patto di stabilità gli cadesse sul collo”. E indica all’Italia la via delle riforme, lodando quella che riguarda il mercato del lavoro, leggi Jobs act. Il che è tutto dire. Sfrugolando fra le notizie che arrivano con il contagocce si scopre che le tasse, magari in modo mascherato, aumenteranno. Quest’anno passerebbero dal 42,9 al 42,3% e sarebbe accontentato Renzi, ma risalirebbero al 42,8 nel 2018 e nel 2019. Per quanto riguarda la disoccupazione passerebbe dall’11,7 del 2016 all’11,5 quest’anno, all’11,1 nel 2018. Sarà al 10%, fanalino di coda dei paesi della Ue, nel 2020.

Reddito di inclusione, benessere equo e sostenibile. Non saremo più poveri e vivremo felici

Ma i jolly del Def sui quali vengono diffuse ampie notizie si chiamano Rei e Bes. La prima riguarda il reddito di inclusione attiva, viene presentata come una misura per combattere la povertà (Rei). La seconda, il benessere equo e sostenibile, è un nuovo indicatore del livello di progresso della società che terrà conto di una serie di fattori economici, ma anche sociali, ambientali e di uguaglianza. Il Pil, si dice, non  offre un quadro completo dello stato del Paese. Già Istat, ci mancava, usa un indicatore simile, composto da 12 categorie, dalla salute alle relazioni sociali. Ma non basta. Ora un comitato dovrà stabilire quali siano i valori da inserire nel Def. Insomma una nuova statistica. Invece il reddito di inclusione viene presentato come il toccasana per combattere la povertà. Si dimentica di dire che già gli enti locali intervengono per aiutare le famiglie che si trovano sotto la soglia di indigenza. Dove stanno le novità? Partiamo dall’emergenza povertà: 4 milioni e 598 mila individui, certifica l’Istat, vivono al di sotto della soglia di indigenza, con un vertiginoso aumento nelle fasce di età più giovani. Il Rei, il Reddito di inclusione attiva dovrebbe essere sostegno al reddito ma anche reinserimento sociale. Il sussidio dovrebbe essere legato all’impegno di chi lo riceve a formarsi e cercare impiego. Ma è tutto da costruire. Non solo. I fondi stanziati per quest’anno dovrebbero essere di circa  2 miliardi di euro. Ad ogni famiglia dovrebbe andare un incentivo pari a 480 euro al mese. Si coprirebbero 400 mila nuclei familiari. Non solo: occorre rafforzare la rete dei centri dell’impiego che già oggi non funzionano. Il tutto viene scaricato sugli enti locali, l’erogazione del sussidio invece sarà compito dell’Inps. Insomma gli onori al governo, gli oneri a chi è chiamato ad organizzare una impresa quasi impossibile. Perché  per partire davvero servirebbero circa sette miliardi. Che non ci sono.

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