Carlo Galli: la “Democrazia senza popolo”. Quattro anni di vita parlamentare raccontati col rigore del politologo e la leggibilità del testimone

Carlo Galli: la “Democrazia senza popolo”. Quattro anni di vita parlamentare raccontati col rigore del politologo e la leggibilità del testimone

Nell’inverno tra il 2012 e il 2013, dopo aver vinto le primarie per il candidato premier della coalizione di centrosinistra, denominata Italia bene comune (e dopo aver emendato lo Statuto del Pd per consentire a Matteo Renzi di gareggiare), Pier Luigi Bersani si apprestava a condurre la battaglia più importante della sua vita politica, le elezioni legislative che ebbero luogo il 24 e il 25 febbraio del 2013. Sembrava che la coalizione avesse il vento in poppa: i sondaggi, e la stampa, prevedevano una vittoria schiacciante del centrosinistra, e con le regole dettate dalla legge elettorale, il famigerato Porcellum, col premio di maggioranza alla Camera sarebbe stato un gioco da ragazzi tornare a governare, dopo gli anni di Berlusconi e di Monti. Poi, gli italiani votarono, e la previsione si dimostrò del tutto sbagliata. La forza elettorale del Movimento 5 Stelle era stata notevolmente sottovalutata, e si attestò come la vera sorpresa, con i suoi oltre otto milioni di voti, poco al di sotto del risultato del centrosinistra. Ma anche il centrodestra berlusconiano ebbe la sua rivincita, con la coalizione che minacciò molto da vicino la vittoria di Bersani. In virtù di quei risultati, il corso della storia politica nazionale assunse una direzione del tutto inedita, travagliata e complessa. Insomma, quella del centrosinistra si dimostrò una sorta di vittoria di Pirro, anzi, una “non vittoria”, come la definì lo stesso Bersani.

Tra gli eletti del Pd di quel 24 febbraio del 2013 (eletti anche nel senso che san Paolo diede al termine, nella disputa coi chiamati, dal momento che il Porcellum non prevedeva il voto di preferenza) vi era anche Carlo Galli, professore di Dottrine politiche all’Università di Bologna, acuto e rigoroso politologo, e attento osservatore delle evoluzioni sociali in atto tra il XX e XXI secolo, soprattutto a partire dalle condizioni materiali dei lavoratori. A quattro anni di distanza, Carlo Galli ha deciso di raccontare la sua esperienza di parlamentare in un volume dal titolo “Democrazia senza popolo” edito da Feltrinelli. Lo ha fatto coniugando il rigore scientifico del politologo e la narrazione (spesso in prima persona) brillante del testimone diretto dei cambiamenti, spesso inediti, e della evoluzione del dibattito pubblico fino alla celebrazione, lo scorso 4 dicembre 2016 del referendum sulla riforma costituzionale. Dal punto di vista generale, il libro consente al lettore di capire quanto è accaduto in questi cruciali quattro anni di storia politica, sociale ed economica italiana, e assume sempre un punto di vista critico – a talvolta autocritico – rispetto ai fatti, tenendo fede a quella metafora di straordinario “ircocervo”, o animale mitologico, metà professore e metà parlamentare, con la quale scherzosamente, ma non tanto, il professor Galli venne apostrofato da un suo brillante collega parlamentare. È un incipit, quello della identità dell’ircocervo, di grande interesse che prosegue per molte pagine, e che appunto conferisce a tutto il volume la leggibilità dei fatti e delle esperienze dirette, e insieme le rigorose chiavi analitiche per giudicare i fatti stessi. Insomma, in qualche modo, la metafora scherzosa ha funzionato. E bene.

La capacità di Carlo Galli in questo libro, è dunque quella di tenere insieme l’autobiografia di un parlamentare (uno dei tanti alla loro prima esperienza nella XVII legislatura) e l’attenzione rigorosa all’analisi critica di quanto apparentemente accadeva nei palazzi del potere, ma che investiva in realtà la trasformazione degli stessi poteri, a cominciare dai poteri del Parlamento nei suoi rapporti con l’esecutivo, col governo. Galli coglie questa trasformazione, definendola con chiarezza come il passaggio, perfino di lessico politico, dal Parlamento che dice “questo è il mio governo”, nel rispetto costituzionale della Repubblica parlamentare, al governo che invece si appropria anche della funzione legislativa e si impone con l’espressione “questo è il mio Parlamento”. Questo era in gioco fin dall’esito elettorale del 2013, e questo è stato in gioco fino all’ultima fase del governo Renzi: la difficile relazione tra poteri istituzionali, e tra questi e gli altri poteri, quello giudiziario, quello rappresentato dai media, e quello economico-finanziario. Tutto il volume è attraversato da racconti che dimostrano palesemente, soprattutto dopo l’ascesa di Renzi a premier, questa trasformazione.

Solo per comodità, ma lascio al lettore curioso la facoltà di scegliere fin dall’indice fatti ed episodi narrati dal professor Galli, cito qui due episodi chiave. Il primo: Galli vive da testimone diretto la drammatica sequenza di fatti che condussero alla rielezione, per la prima volta nella nostra storia, di Giorgio Napolitano. Ma è sulla bocciatura di Romano Prodi che si attesta il suo durissimo colpo critico al partito in cui era stato eletto, il Pd. Il professor Galli rivela un fatto, noto ai parlamentari del Pd, ma che sfuggì alle cronache giornalistiche del tempo (abbiamo controllato): “i 101 voti mancanti”, scrive il professor Galli a pagina 47 e seguenti, “erano stati preannunciati all’assemblea dei gruppi parlamentari del Pd dal fatto (constatabile da chiunque fosse seduto nelle ultime file) che un quarto dei presenti non aveva alzato la mano a favore della candidatura di Prodi (altro che la mitologica unanimità narrata dai vertici del partito!)”. Erano i giorni in cui giornalisti indipendenti e militanti, semplici iscritti al partito, perfino dirigenti del Pd si travestirono da segugi per individuare quei famosi 101 parlamentari che evitarono l’elezione di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. Ricordo personalmente la rabbia di molti per l’impossibilità, allora, di non sapere chi fossero e quale strategia avessero in mente, negando a Prodi il Quirinale e a Bersani Palazzo Chigi. L’antica negazione del comunista, sia pure eletto, al governo? Forse. La strategia della rottamazione in qualche modo favorita dai nuovi poteri, toscani, in ascesa? Forse. Quel che è certo è che con l’elezione di Prodi sarebbe cambiato il destino politico dell’Italia, evidentemente, come anche il professor Galli ammette.

Superando altre mediazioni, sia di arco cronologico (bene ha fatto il professor Galli a costruire l’indice in base alla leggibilità fornita dal processo cronologico) che di contenuto, il secondo fatto è relativo al giudizio sull’ascesa “inevitabile” di Matteo Renzi come espressione stessa della natura del Pd. Senza mezzi termini, Carlo Galli lo afferma nel capitolo 4 dedicato a Renzi, e in particolare nel paragrafo dal titolo “Un successo annunciato”. Chi è dunque Renzi? Secondo Galli, egli non è un usurpatore, anzi, con lui “il Pd torna ad essere quello che era previsto nello Statuto, il partito liquido del leader, di una sinistra che vuole cambiare l’Italia ma non vuole cambiare gli italiani e di una sinistra che sembra non giocare più di rimessa contro Berlusconi ma pare capace di prendere l’iniziativa, di vincere” (p. 116). Secondo il professor Galli, Renzi “segna il passaggio dalla elite collettiva al leader, dal partito degli iscritti al partito del Capo”. Tutto ciò che accade dopo il 2014 e fino al 4 dicembre del 2016, gli anni di Matteo Renzi segretario del Pd e premier, in fondo dimostrano ampiamente questa strategia di trasformazione, non solo del partito di maggioranza, ma dell’intero sistema politico. Una trasformazione che ha saputo scuotere dalle fondamenta anche la sinistra, sostiene il professor Galli, che non a caso dedica l’ultimo capitolo ai processi e ai turbamenti interni alla sinistra extra Pd. Il professore ripubblica a pagina 180 il Manifesto per una sinistra democratica sociale repubblicana, nel quale, finalmente, si tenta di costruire un pensiero critico, di dare fondamento filosofico e teorico, ad un dibattito a sinistra spesso apparso sterile e senza orizzonte. Cito qui un solo passaggio del Manifesto, rinviando il lettore ad una istruttiva lettura integrale del testo: “sinistra è una interpretazione intellettuale della società volta a rilevarne le contraddizioni strategiche, a identificarne l’origine, e a porvi rimedio con azioni politiche”. Non è uno straordinario modo per tornare a Marx?

Carlo Galli, Democrazia senza popolo, Feltrinelli, Milano 2017

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