Scandalo Consip. L’informazione disinforma. Repubblica, Corriere, Messaggero, grandi titoli renziani. L’ovvietà al potere. Le pene non le decide Renzi, sono nei codici. Crozza torna in video e fa le pulci al giornalismo straccione

Scandalo Consip. L’informazione disinforma. Repubblica, Corriere, Messaggero, grandi titoli renziani. L’ovvietà al potere. Le pene non le decide Renzi, sono nei codici. Crozza torna in video e fa le pulci al giornalismo straccione

Renzi ha gettato l’amo e i pesci  hanno abboccato. O meglio, forse aspettavano l’amo. Parlo dei direttori di alcuni giornali, Repubblica, Corriere della sera, Messaggero, in particolare, i quali, imbarazzati per la bufera che si è abbattuta su Renzi Matteo, loro protetto, leggi scandalo Consip con Tiziano, il padre di Matteo fra gli indagati, interrogato per quasi quattro ore, non hanno trovato di meglio che aprire con grandi titoli a tutta pagina, “se papà è colpevole il doppio della pena”. È  diventata , questa  assurda battuta, il tormentone della giornata renziana.Televisioni e radio, il sempre più inguardabile tg3 della notte, hanno usato a piene mani il verbo renziano. Anche Lilli Gruber nella sua rubrica, Otto e mezzo, su La7 e Tommaso Cerno, direttore del L’Espresso e suo ospite, non hanno avuto niente da dire rispetto alla “renzata”. Il problema è diventato i chili di troppo messi su dall’ex premier, il quale giustamente ha detto loro “Fatevi i fatti vostri”. Capisco Cerno, direttore dell’Espresso, leggi De Benedetti, meno la Gruber. Ma così va il mondo, quello dell’informazione italiana. La disinformatija, si diceva una volta negli ambienti giornalistici riferendoci alla Pravda e ai giornali dell’Unione Sovietica. Li abbiamo battuti, un triste primato. Viene da Maurizio Crozza, che ha inaugurato su “Nove”  il suo nuovo show televisivo, “I fratelli di Crozza”, dando una lezione di giornalismo, chiamando in causa il mondo dell’informazione del nostro paese, ricordando i “fondamentali” che si insegnano ai praticanti che dovranno sostenere gli esami dell’Ordine dei giornalisti per diventare professionisti. Ha parlato della cosiddetta regola delle 5 W, in inglese Five Ws, alla base del giornalismo anglosassone, la buona formazione del discorso. Le cinque W stanno per: Who? (Chi?), What? (Cosa?), When? (Quando?),Where? (Dove?), Why? (Perché?). Poi ha  fornito esempi di giornalismo straccione, schierato con Renzi ed altre “perle”. Una lezione di cui dovrebbero tener conto quei direttori che hanno fatto proprie le banalità dette da Renzi, diventate aperture di quotidiani che, messi insieme, toccano circa ottocentomila copie.

Com’è possibile che direttori di grandi quotidiani rinuncino ad informare?

Ci chiediamo come sia possibile che direttori di paludati quotidiani che esercitano una delle più  importanti professioni, che godono del diritto di informare e, insieme, devono rispondere ai cittadini che hanno il diritto ad essere informati, il sale della democrazia, possono venir meno, rinuncino ad esercitare questi diritti in nome di una banalità a buon mercato, in puro stile renziano. Comprendiamo che Renzi difenda il padre, usando le armi che ha a disposizione, anche il paradosso. Renzi sa bene che la pena, nel caso di condanna, la stabilisce la legge, chi giudica si muove dentro gli ambiti dei codici. Quando afferma che se suo padre fosse colpevole meriterebbe il doppio della pena vuol far intendere che è certo che suo padre è innocente. Neppure al peggiore nemico si augurano pene superiori a quanto previsto dalla legge. Allora perché i direttori dei giornali  hanno aperto con quella frase, una sciocchezza per non dire di peggio, di cui conoscevano perfettamente qual era l’obiettivo per cui era stata pronunciata? Perché hanno giocato un ruolo di punta, renzismo spinto fino all’ultimo respiro? Altri quotidiani hanno cercato anche con i titoli di raccontare una delle pagine più squallide della vita politica del nostro paese. Ne citiamo uno di un quotidiano fiorentino, La Nazione che fa parte del gruppo Quotidiano Nazionale con Resto del Carlino e Giorno. Un giornale che “respira” l’aria della patria del giovanotto di Rignano che fu sindaco di Firenze. “Il muro dei Renzi” è il titolo che ha dato all’articolo sulle vicende Consip. È  ovvio che a caldo tenga banco la vicenda giudiziaria, con gli interrogatori, le fughe di notizie dalle Procure che da sempre avvengono, le ricostruzioni, le telefonate malandrine, le intercettazioni. Ci sono i giornalisti che si trasformano in segugi, ognuno ha le sue fonti. Dobbiamo dire, ad onor del vero, che i cronisti di giudiziaria sono migliori dei loro direttori o di chi fa i titoli, ma sempre dei direttori è la responsabilità.

A prescindere dall’esito della vicenda giudiziaria emerge un travolgente sistema di corruzione

Ma da questa vicenda che ci accompagnerà per lungo tempo emergono due problemi. A prescindere dall’esito giudiziario sono chiamati in causa istituzioni, enti, nomine di compari nelle alte sfere di società pubbliche, un sistema di corruzione che sta travolgendo le strutture di base dello Stato democratico. In questa vicenda in gioco erano appalti miliardari, le autorità anticorruzione, di cui Renzi sì è fatto vanto, guardavano solo a “Mafia capitale”? Un’opera di bonifica è urgente. Il governo tace. Comprendiamo l’imbarazzo del presidente Gentiloni, insediato per volere di Renzi, ma la vicenda non è cosa che non lo riguarda. Nel suo governo figura un ministro indagato. Certo senza venir meno la presunzione di innocenza forse sarebbe utile che ascoltasse il consiglio di Gianni Cuperlo quando consiglia a Lotti di fare un passo di lato, le dimissioni. Così come è difficile il silenzio sulla recente condanna di Verdini, uno dei sostenitori non ignoto del governo.

L’informazione nasconde la realtà del Paese. Il ruolo dei comici e della satira

Il secondo problema riguarda lo stato dell’informazione. È sotto gli occhi di tutti. Basta dare un’occhiata alla Rai, ai telegiornali, ai talk show, a come si scelgono le presenze, ai servizi che vengono mandati in onda. Renzi, dopo la pausa californiana torna ad occupare il piccolo schermo. A che titolo? È un cittadino normale, ora impegnato in una campagna elettorale per le primarie del Pd, così come lo sono altri che non hanno a disposizione tempo televisivo ad ogni ora del giorno e della notte quanto quello di Renzi e del suo “giglio magico”. La realtà di questo paese si scopre quando accade il “fattaccio”. Quei due poveretti morti bruciati venivano entrambi dal Mali, non sono morti per caso. Il “Gran ghetto” non è nato in un giorno. Quel rogo non ha avuto l’onore di un titolo in prima pagina di Repubblica. La cronaca si trova solo a pagina 12. E domani sarà un altro giorno. Di loro non si parlerà più. La povertà, milioni di poveri italiani, fa notizia quando escono i dati di qualche istituto di ricerca, poi il silenzio. Il boom dei voucher, l’uso che se ne fa nell’industria, la precarietà devastante, è emerso perché la Cgil ha raccolto le firme per il referendum. Per quanto riguarda il secondo quesito referendario, le condizioni di lavoro, i contratti, negli appalti, silenzio assoluto. Il referendum è scomparso dalle cronache così come le centinaia di manifestazioni che si sono svolte e si stanno svolgendo in tutta Italia promosse dalla Cgil che chiede al governo di fissare la data del referendum. Potremmo continuare all’infinito. Crozza ha messo il dito nella piaga. Un comico, sì. Ma nella storia, anche la più lontana, erano proprio loro a sferzare i potenti, la satira aveva spazio nelle Corti di principi e re. Qualche volta li rovesciava anche. La speranza è l’ultima a morire. Forse le nuove forze politiche, dai Democratici e progressisti a Sinistra italiana, insieme a chi anche nei più vecchi partiti, ha a cuore la libertà  e la completezza dell’informazione, insieme a forze sociali, a movimenti, associazioni, i sindacati dei giornalisti e dei lavoratori di questo settore, il presente e il futuro delle nostre società, potrebbero inserire nei loro programmi e nei loro progetti il grande problema della conoscenza di cui informazione, cultura, scuola, sono assi portanti.

Share

Leave a Reply