Renzi: Referendum Cgil “da evitare in tutti i modi”. Teme una nuova sconfitta. Un “suggerimento” per Gentiloni: i voucher si possono anche abolire, tanto sono figli della sinistra. Camusso: “Unico paese dove il lavoro si compra in tabaccheria”

Renzi: Referendum Cgil “da evitare in tutti i modi”. Teme una nuova sconfitta. Un “suggerimento” per Gentiloni: i voucher si possono anche abolire, tanto sono figli della sinistra. Camusso: “Unico paese dove il lavoro si compra in tabaccheria”

Renzi Matteo manda avanti i suoi, vive questi giorni in cui si decidono le sorti dei voucher come un incubo. Un gran daffare, una faticaccia per i suoi “collaboratori” che fiutano il clima, suggeriscono, consigliano gli scriba amici, fanno capire che Renzi Matteo, non si sa mai quale sia il futuro, anche se sembra che l’ex premier abbia poche carte per togliere la parola ex, non gradisce un nuovo referendum. Uno gliene è bastato. Allora come fare? La Cgil, impegnata in una grande campagna di mobilitazione, chiedeva a gran voce la data in cui svolgere i referendum, voucher e appalti. E senza lasciare spazio ad equivoci, giorno dopo giorno, anche ieri commemorando Marco Biagi, Susanna Camusso ha detto: “il referendum è superabile a fronte di una legge approvata. Noi abbiamo proposto il referendum abrogativo perché i voucher sono la nuova frontiera del precariato. Siamo disponibili a ragionare sulla permanenza di questo strumento se riguarda solo le famiglie e che, dunque, non sia sostituzione di lavoro, non venga applicato nella Pubblica amministrazione e che non riguardi le imprese”. Prosegue la segretaria generale della Cgil: “I voucher usati dalle aziende sono la nuova frontiera della precarietà. In molti casi sono stati anche la copertura di lavoro nero. Un lavoro sempre più precario è una delle ragioni della continuità della recessione e della crisi della produzione. Siamo l’unico paese dove il lavoro si può comprare in tabaccheria. Non si risolvono i problemi di complicazione del sistema scaricandoli sui lavoratori”. Camusso parla non a caso di una “legge approvata dal Parlamento”, sulla quale dovrà pronunciarsi la Cassazione che non si esprime, ovviamente, su decreti. Tanto meno su decisioni del Coniglio dei ministri che ha stabilito per il 28 maggio la data in cui tenere la consultazione. Non solo, a fronte delle molte richieste di abbinamento con le elezioni amministrative il ministro dell’Interno ha fatto presente che ci sono molte difficoltà, ci vorrebbe una legge ad hoc.

L’ex premier non sopporterebbe la terza sconfitta. Le indiscrezioni degli scribacchini

La situazione, insomma, era  diventata tale che da parte del governo era impossibile evitare ancora di pronunciarsi sulla data in cui tenere la consultazione referendaria. Gentiloni non reggeva, si sussurra che lo stesso Capo dello Stato mostrasse qualche preoccupazione, ora decisa la data, il diktat renziano è: “Evitare in tutti i modi il referendum”. Si racconta che non sopporterebbe una seconda sconfitta. Meglio sarebbe dire la terza. Perché oltre a quella del 4 dicembre, una disfatta, ne ha subita un’altra e non di poco conto.  Lui pensava che alla fine di maggio gli italiani fossero chiamati alle urne, ma per eleggerlo nuovamente premier, sloggiando rapidamente Gentiloni. Elezioni anche per scacciare il referendum, da rinviare al 2018.  È arrivata la sconfitta numero due. La terza non la sopporterebbe, in particolare perché potrebbe essere proprio la Cgil, il sindacato che al solo sentirlo nominare gli evoca l’orticaria. Ecco che entrano in campo i suoi “più stretti collaboratori” che a loro volta hanno per “stretti collaboratori” scribacchini di Repubblica che lanciano uno scoop, che scoop non è, diciamo è una cronaca teleguidata. I radar renziani segnalano che l’ex premier “questa volta non si lascia tentare dalla sfida e a ministri e capigruppo del Pd impartisce un ordine di scuderia che non lascia margini a tentennamenti”. Arriva il virgolettato: Renzi avrebbe detto, noi lo prendiamo per buono perché agli scriba bisogna credere.

L’ex di tutto: “Concentriamoci su battaglia congressuale e le amministrative”

“Abbiamo di fronte – dice – la battaglia congressuale e le amministrative, concentriamoci su quelle”.  Sempre il radar renziano  fa presente che una “debacle sul referendum potrebbe vanificare l’eventuale successo alle primarie Pd del 30 aprile e trascinare a fondo partito e candidati alle successive amministrative di giugno, spaccando le coalizioni di centrosinistra in corsa nelle città. Insomma, un disastro”. Ai suoi collaboratori affida la possibile soluzione, da furbetti del quartierino, peggio da chi pensa che tutti siano dei perfetti cretini e lui il genio. Affida al “radar” il compito. Parla di “cancellazione” dei voucher e della normativa sugli appalti. “Il male minore –  suggerisce allo scriba – perché in fondo, diciamoci la verità, i voucher non sono stati una mia invenzione, non c’entrano niente col Jobs Act” . “Sono stati un’invenzione – così ragiona l’ex – dei precedenti governi di centrosinistra sostenuti da quelli che ora vorrebbero cancellare i buoni. Bersani, D’Alema e i loro seguaci. Non diventeranno la bandiera per la quale il Pd renziano ha intenzione di votarsi al sacrificio finale”. Insomma, due piccioni con una fava, salva se stesso da una terza debacle e al tempo stesso mette alla berlina coloro che hanno lasciato il Pd e ora annunciano di votare Sì al referendum. Anche a Pisapia, che ha osato criticare scelte di politica economica e sociale dei suoi “mille giorni” di governo e annuncia di votare Sì nel referendum, lancia un avvertimento: o con me o contro di me.

Clamorosa ignoranza, forse meglio malafede, della storia dei “buoni lavoro”

Che dire a fronte di una tal miseria umana? Niente o quasi. Solo che l’ignoranza della storia dei voucher, nati come buoni lavoro, da parte del Renzi è clamorosa. Lui si abbevera alle fonti del senatore Ichino e, di più, di Taddei, responsabile economico del Pd. Ignoranze più ignoranze fanno due ignoranze. Un po’ troppo  per chi vuole tornare a governare l’Italia. Perché i voucher non sono una invenzione della sinistra. La formula risale al 2003,  si tratta di una “ legge delega”  che porta il nome di Marco Biagi, il giuslavorista cui si deve il progetto che aveva il fine di rendere più flessibili i contratti. Biagi fu assassinato il 19 marzo del 2002 dalle Nuove Brigate Rosse. La legge delega che porta il nome del giuslavorista fu firmata dall’allora ministro del Lavoro, Roberto Maroni, leggi governo Berlusconi anno 2003. Per un breve periodo, governo Prodi che lascia a maggio 2008, dopo settecento giorni sarà il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, a gestire  la legge  nel senso voluto da Biagi, lavori occasionali, i lavoretti. Subentrerà Maurizio Sacconi, quarto governo Berlusconi e gli argini si aprono. Con Monti, governo tecnico, ministro Fornero, si allentano i controlli e i voucher iniziano la corsa verso l’alto.

Il boom della precarietà proprio con il governo noto per il Jobs act

Dice Renzi: con il Jobs act i voucher non hanno niente a che vedere. Il mio governo non ha colpe. I numeri lo smentiscono: fino al 2011 il numero dei voucher è rimasto al di sotto dei 220 mila. Nel 2014  salgono a 101 millioni, nel 2015, governo Renzi, toccano 115 milioni, nel 2016 il boom, 133 milioni. Renzi e Poletti, il ministro del Lavoro non se ne sono accorti? Poletti addirittura si fa vanto di aver reso i controlli più stringenti. Dimentica alcune cosette: la prima, di aver elevato da 5000 a 7000 euro il tetto, la seconda riguarda la eliminazione di una frasetta, quella in cui si afferma che i voucher hanno “natura meramente occasionale”. Pentiti, ben vengano. Se la deve vedere Gentiloni il quale appena insediato aveva difeso la  filosofia dei voucher: “Non sono il virus che semina il lavoro nero, la madre di tutti i problemi e guai del mercato del lavoro”. Niente di male. Quando il capo comanda non si può che chinare la testa. Si dice che già nel Consiglio dei ministri del prossimo venerdì proporrà la “ghigliottina” per i voucher. “Quando si concretizzerà una ipotesi del governo – dice Camusso – vedremo se corrisponde al quesito referendario”. Per quanto riguarda l’idea di un confronto preventivo con il sindacato, di cui ha parlato il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo, il segretario generale della Cgil ha risposto che “i confronti sono sempre i benvenuti. Poi c’è un comitato referendario che ha proposto i quesiti e raccolto le firme e che, dunque, ha il potere e il dovere di giudicare le eventuali soluzioni”. Più chiari di così…

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