Relazione Garante detenuti: molti buoni propositi, ma quando qualche fatto concreto?

Relazione Garante detenuti: molti buoni propositi, ma quando qualche fatto concreto?

Come non essere d’accordo con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella? Il presidente ci ricorda che la Costituzione prescrive che la pena va commisurata “nel rispetto della dignità e dei diritti fondamentali dell’uomo”; che “deve favorire il reinserimento sociale di chi ha sbagliato”; e che “lo Stato ha il compito di offrire una occasione di recupero attraverso l’impegnativo percorso di rieducazione”. Se è così (e così è), è innegabile che lo Stato italiano sia sostanzialmente fuorilegge: non rispetta, e viola la sua stessa legge, quella fondamentale. Perché nella maggior parte delle carceri italiane la dignità delle persone (detenuti, ma anche il personale della polizia penitenziaria) è quotidianamente, platealmente, mortificata; rarissimamente viene favorito il reinserimento sociale di chi ha sbagliato; rarissime sono le occasioni di recupero offerte.

Questo è quanto ha tenuto a ricordare il presidente Mattarella nel messaggio inviato in occasione della presentazione del rapporto delle attività del Garante dei Detenuti a Montecitorio. Monito severo di cui bisognerebbe tenere conto. Non è il solo, perché anche la presidente della Camera Laura Boldrini è severa: “In una situazione di drammatico sovraffollamento non solo si condannano i detenuti a una pena aggiuntiva di particolare disagio che nessun tribunale ha mai deciso e che non consente alcun riscatto, ma è impossibile programmare e svolgere con efficacia tutte quelle attività finalizzate al recupero e al reinserimento sociale del condannato che è, secondo la Costituzione, ciò a cui la pena deve tendere. E occuparsi di chi vive nelle carceri non è buonismo”.

Dunque, nei “palazzi” del potere si sa molto bene quale sia la situazione. E allora: se si sa cosa accade, perché non si interviene e non si opera di conseguenza?

Ma vediamo meglio la relazione del Garante Mauro Palma: sottolinea che i richiami della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo del 2013, che ha imposto all’Italia un cambio di passo sulle carceri, “è stato declinato in positivo”. “Declinato in positivo”? Che cosa significa? Forse si vuol dire che si registrano dei miglioramenti? Ma se lo stesso Palma comunica che nelle carceri italiane mancano ancora almeno diecimila posti? Se ci dice che oggi “a fronte di 55.827 detenuti i posti disponibili sono 45.509”? Quale il “declinato positivo” in carceri come Ucciardone e Regina Coeli, ad Augusta o Pisa, San Vittore o Poggioreale? Quanti sono i direttori penitenziari, e quanti sono costretti a operare in più sedi, per di più lontane tra loro? Com’è la situazione sanitaria, all’interno delle carceri?

C’è poi un capitolo inquietante (e inquieta che non inquieti): quello relativo ai suicidi in carcere. Per Palma si tratta di un bilancio “problematico”. Problematico? E’ molto concreto, altro che problematico: nel 2016 sono “evasi” togliendosi la vita in quaranta. In questi primi mesi del 2017 se ne sono andati già in tredici. Non c’è nulla di problematico in queste tragedie. Palma annota che nelle carceri italiani, c’è una “questione di genere: la detenzione da sempre è pensata al maschile e applicata alle donne che per la loro scarsa rilevanza numerica rischiano di diventare invisibili e insignificanti per il sistema penale”. Ricorda che “le donne rappresentano il 4,2 per cento della popolazione detenuta e che gli istituti penitenziari femminili sono 4 su tutto il territorio nazionale con una presenza, al 31 dicembre 2016, di 589 donne. Le altre 1.749 sono distribuite nei 46 reparti femminili all’interno di istituti maschili. Per le donne c’è meno spazio vitale e meno locali comuni, meno strutture e minori opportunità rispetto agli uomini”. Sottolinea anche che ci sono anche altre due categorie a rischio: i trans e gli omosessuali. Opportuni richiami: occorre “vedere” queste realtà, esserne consapevoli, operare anche su questi fronti.

In generale si tratta di una realtà che andrebbe conosciuta, e invece gli spazi informativi sono quasi sempre dedicati a questioni insulse e di nessuna importanza. C’è una pesantissima responsabilità di chi governa, ma in generale di tutta una classe politica che mostra poca o nessuna sensibilità per la questione della giustizia, cruciale per questo paese, e per la questione carceraria in particolare. Non dovremmo mai dimenticare che un buon terzo dei detenuti è in attesa di giudizio, sconta dunque una pena senza che nessun tribunale l’abbia comminata; e, certificano le statistiche, una buona metà dei detenuti in attesa di giudizio risulterà innocente, estranea ai fatti inizialmente contestati, con tutto quello che ne consegue. “Occorrono riforme strutturali”, dice Palma, per poter finalmente porre rimedio a questa situazione. Verissimo. Occorre innanzitutto abrogare due leggi criminogene responsabili del sovraffollamento carcerario: la legge Bossi-Fini sull’immigrazione clandestina; e la legge Fini-Giovanardi, sulle tossicodipendenze. Perché queste leggi, deprecate sotto il profilo della costituzionalità, da tutti gli operatori ritenute dannose, “produttrici” di danni maggiori dei “mali” che vorrebbero curare, siano ancora in vigore, e non siano state abrogate, appartiene al “mistero” che avvolge molte delle cose italiane.

Fatto è che la relazione del Garante dei detenuti al Parlamento, prodiga di buoni consigli, rischia di restare un documento per nettarsi la coscienza a buon mercato. Cosa occorre fare, è chiaro; cosa non serve e cosa è dannoso, altrettanto chiaro. Dunque, che cosa si aspetta? Dalla relazione del Garante ci si sarebbe attesi qualche sollecitazione in più, qualche parola meno prudente, qualche definizione meno “elegante”; e un maggiore richiamo alle responsabilità singole e collettive per quello che accade. Sarà per il prossimo anno. Si spera.

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