Papa Francesco, a Milano come a Roma, sferza i potenti della terra e i prelati che vivono nel privilegio. Al centro della sua pastorale gli umili, le vite di scarto, i derelitti

Papa Francesco, a Milano come a Roma, sferza i potenti della terra e i prelati che vivono nel privilegio. Al centro della sua pastorale gli umili, le vite di scarto, i derelitti

Soltanto chi non conosce o conosce poco papa Francesco può restare stupito per come ha gestito due giorni cruciali per il suo pontificato, venerdì, con un discorso importante e complesso in Vaticano rivolto ai leader dei 27 paesi europei riuniti a Roma per la celebrazione dei Trattati di Roma, e sabato con la visita nella città di Milano. Due incontri simbolici: i potenti e gli umili, i leader e il popolo della Chiesa. Papa Francesco ha mostrato coerenza, ha chiesto al mondo di stare con gli ultimi, con le “vite di scarto”, con le periferie esistenziali. Ai leader, come ai sacerdoti, come ai credenti e ai non credenti, il papa ha ricostruito espandendola la denuncia della “globalizzazione dell’indifferenza”, che lanciò anni fa da Lampedusa. Questa volta però l’ha innestata nelle considerazioni sul ruolo, sulla funzione e sul grado di responsabilità della civiltà europea, “sferzando” i leader, come hanno scritto molti giornali, nazionali e internazionali, ma anche la Chiesa. Entrambe, Europa dei potenti e Chiesa dei privilegiati sono obbligati a cambiare, ha detto papa Francesco, in Vaticano come a Milano, perché “il corpo che smarrisce il senso del proprio cammino patisce prima un’involuzione e a lungo andare rischia di morire”. Così il papa spiega le due crisi, quella dell’Europa e della sua civiltà, che alza i muri e trasforma il Mediterraneo in una gigantesca bara per migliaia di persone innocenti, ma anche quella della Chiesa, dei prelati che si accontentano di sopravvivere, o che sono modelli negativi. La crisi dell’Europa e la crisi della Chiesa, sostiene il papa, hanno entrambe una sorta di causa comune: l’atteggiamento “tecno-burocratico” nei confronti delle vite umane, milioni di vite umane, abbandonate, derelitte, scartate. La “globalizzazione dell’indifferenza” si trasforma così in “disumanità”, barbarie, inciviltà, elementi che negano sia la straordinaria civiltà europea che il dettato evangelico.

La sferza nei confronti dei sacerdoti e dei consacrati: “non sopravvivere, vivere”, ma con gli ultimi

E così come venerdì papa Francesco aveva esortato i leader europei a non smarrire il senso del loro cammino, per non morire, a Milano nell’incontro con i sacerdoti e le persone consacrate, ha lanciato il suo diretto, sferzante appello: “Non sopravvivere, vivere!”. Francesco ha esortato le religiose e le religiose a fuggire “la tentazione di cercare le sicurezze umane”, come i soldi: “Succede. Incominciano a pesare le strutture, che sono vuote adesso, non sappiamo come fare, e ci viene la tentazione di vendere le strutture per avere i soldi per la vecchiaia. Incominciano a essere pesanti i soldi che abbiamo in banca, e la povertà dove va? Ma il Signore è buono: quando una Congregazione non va per la strada della povertà, le invia un economo brutto che fa crollare tutto, e questo è una grazia!”. Ed ecco, come sempre, la parabola di papa Francesco: “Mai ho visto un pizzaiolo che per fare la pizza usa mezzo chilo di lievito e 100 grammi di farina”. Ovvero: il lievito (i sacerdoti e i consacrati) non può mai superare in quantità la farina (il popolo di Dio, senza distinzione tra credenti e non credenti). Non c’è pizza senza lievito, ma anche con scarsa farina.

L’incontro riservato a pranzo con i detenuti di San Vittore, cuore della visita pastorale del papa. Prima volta di un papa a San Vittore

Tre ore su dieci finalmente lontano dalle telecamere (che hanno ripreso il papa anche mentre si reca a fare la pipì in un bagno chimico. E il video diventa virale). La tappa al carcere di San Vittore è il “cuore” della visita pastorale del papa a Milano. Francesco, dopo la prima sosta alle Case Bianche, l’incontro con il clero all’interno del Duomo e la recita dell’Angelus sul sagrato esterno, visita la Casa Circondariale di San Vittore. Al suo ingresso, in piazza Filangieri, è stato accolto da Luigi Pagano, provveditore regionale della Lombardia, dalla direttrice del penitenziario, Gloria Manzelli, dal Commissario Capo Manuela Federico e dal cappellano, don Marco Recalcati. Nel corridoio d’ingresso, il saluto al personale della direzione e della polizia penitenziaria, poi, in diverse aree della struttura, il saluto personale a ogni singolo detenuto. Alle 12.30, il pranzo con 100 detenuti nel terzo raggio della Casa Circondariale. È la prima volta che un papa entra nel carcere di San Vittore, costruito nel 1879, seguendo la pedagogia del tempo che voleva le carceri come luogo di sorveglianza e di rieducazione attraverso la punizione. Diretto dal 2004 da Gloria Manzelli, 56 anni, può contare su un personale di polizia penitenziaria di 779 agenti, contro 936 previsti. Gli educatori previsti sarebbero 16, i presenti sono 10. I detenuti sono 893, ma i posti regolamentari sarebbero 703, di cui 285 non disponibili. San Vittore è un carcere giudiziario, non penale. I reclusi sono tutti in attesa di giudizio, non stanno scontando una pena: la permanenza media è tra i 9 e i 12 mesi, c’è chi rimane solo una settimana e chi fino a due anni. Diversi i reparti: quello femminile, quello clinico per chi ha patologie non tanto gravi da consentirne la scarcerazione, quello per giovani adulti dai 18 ai 25 anni, quello di chi ha dipendenze. Poi, c’è quello dei protetti: forze dell’ordine, transessuali, o chi ha commesso reati verso donne, bambini e anziani.

La messa e l’omelia al milione di fedeli assiepati nel parco di Monza

“Noi oggi siamo invitati a fare memoria, a guardare il nostro passato per non dimenticare da dove veniamo”, afferma Francesco durante l’omelia della messa al Parco di Monza, nel giorno in cui a Roma i 27 membri dell’Unione europea ribadiscono e rilanciano gli impegni comunitari per il futuro. Il pontefice esorta la platea a “non dimenticarci dei nostri avi, dei nostri nonni e di tutto quello che hanno passato per giungere dove siamo oggi. Questa terra e la sua gente – ha proseguito – hanno conosciuto il dolore delle due guerre mondiali. E talvolta hanno visto la loro meritata fama di laboriosità e civiltà inquinata da sregolate ambizioni”. Per il papa la memoria aiuta a non rimanere “prigionieri di discorsi che seminano fratture e divisioni come unico modo di risolvere i conflitti”.

Papa Francesco: “la memoria storica miglior antidoto contro le soluzioni magiche della divisione e dell’estraniamento”

“Evocare la memoria è il migliore antidoto a nostra disposizione di fronte alle soluzioni magiche della divisione e dell’estraniamento”, ha gridato Francesco aggiungendo una critica contro i potenti della Terra: “si specula sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia. Si specula sui poveri e sui migranti. Si specula sui giovani e sul loro futuro”. Tutto, a suo dire, “sembra ridursi a cifre, lasciando che la vita quotidiana di tante famiglie si tinga di precarietà e di insicurezza”. D’altro canto, contesta ancora il pontefice, “quando tutto si accelera per costruire una società migliore, alla fine non si ha tempo per niente e per nessuno”. È uno dei paradossi più evidenti del mondo contemporaneo: “il ritmo vertiginoso a cui siamo sottoposti sembrerebbe rubarci la speranza e la gioia. Le pressioni e l’impotenza di fronte a tante situazioni sembrerebbero inaridirci l’anima e renderci insensibili di fronte alle innumerevoli sfide”. Papa Francesco infine suggerisce di prendersi il tempo “per la famiglia, per la comunità, per l’amicizia, per la solidarietà e per la memoria”. Ovvero, ci invita a tornare ad essere europei civili.

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