Matteo Renzi al Lingotto e Andrea Orlando all’Eliseo, due sfidanti al congresso del Pd. Che partito emerge dal confronto di cosa hanno detto? Un Pd renziano di centro che guarda a destra. Un Pd orlandiano che non dimentica le tradizioni da cui proviene

Matteo Renzi al Lingotto e Andrea Orlando all’Eliseo, due sfidanti al congresso del Pd. Che partito emerge dal confronto di cosa hanno detto? Un Pd renziano di centro che guarda a destra. Un Pd orlandiano che non dimentica le tradizioni da cui proviene

Che Partito democratico emerge dal confronto a distanza tra due dei tre candidati alla segreteria, Matteo Renzi e Andrea Orlando? Intanto, le scenografie: come si sa, Renzi ha scelto per la sua kermesse l’ex fabbrica Fiat del Lingotto a Torino, quasi dieci anni dopo dell’evento che incoronò Walter Veltroni leader; Andrea Orlando ha preferito parlare dal palco del teatro Eliseo, al centro di Roma, che non richiama alcun evento politicamente simbolico. Gli slogan: quello di Renzi, “Lingotto ’17, tornare a casa per ripartire insieme”, appare evocativo, retorico, con lo sfondo stilizzato di un trolley; quello di Orlando: “Cambiare il Pd, ricostruire l’Italia”, contiene invece già una formulazione forte sul piano politico. Entrambi gli slogan presentano un tratto comunicativo in comune: segnalano la consapevolezza di una crisi del Pd. Le differenze sono tuttavia sostanziali. Il ritorno a casa, al Lingotto veltroniano del 2007, segnala già la necessità della ripresa di un modello e di una forma del partito, quello a forte vocazione maggioritaria, leggero, del leader che si confronta direttamente col popolo, senza faticose e fastidiose mediazioni di gruppi dirigenti, nazionali e locali, bollati spesso da Renzi come “caminetti”. Lo slogan elaborato da Andrea Orlando prende atto non solo della necessità di cambiare quella forma partito, ma soprattutto di “ricostruire l’Italia”. In quest’ultima formulazione vi è in sintesi tutta l’elaborazione di un fallimento delle politiche, sociali, economiche e culturali avanzate nel periodo renziano. Ma le differenze non finiscono qui. Sono presenti anche nella postura al podio e nei toni: retorici e comizieschi quelli di Renzi, che si muove molto, agita le braccia, alza spesso la voce, per suscitare l’applauso; più meditati e ponderati quelli di Andrea Orlando, che muove appena la mano destra per solleticarsi il mento, e non cerca l’applauso. Due stili, due modi di vedere la politica, due diverse colorazioni retoriche. Ma soprattutto due visioni differenti, e parecchio, di analisi e di visione politiche. L’impressione che Renzi fornisce alla sua platea resta invariata da quella offerta in questi anni, e la si ritrova perfino nella gran parte degli interventi al Lingotto: il Pd siamo noi, anzi sono io, e la nostra elaborazione è quella dell’intero partito. La prova? Quando Renzi ha voluto sottolineare che certo è importante la nuova fase aperta dal “noi”, ma che senza un “io” non esiste alcun “noi”. Al contrario, l’impressione che Orlando vuole dare di sé è quella di essere una parte dentro un partito “plurale”. Il nuovo Pd che Orlando vorrebbe rilanciare nella sfida congressuale è infatti “un altro partito, che sia riferimento di un pluralismo politico che continua a vivere, che produca contaminazione”.

Proviamo a mettere a confronto i due discorsi su alcuni dei punti politici sostanziali.

La sinistra di Renzi e quella di Orlando

A proposito di sinistra, Matteo Renzi ha voluto, come sempre, fare dell’ironia. “Essere di sinistra non è rincorrere totem del passato”, ha tuonato Renzi, muovendosi sul podio, “lo diciamo a chi immagina che essere di sinistra è salire su un palco, alza il pugno chiuso e canta bandiera rossa. Sono esponenti di una cosa che non c’è più. È un’immagine da macchietta non di politica”. E poi la stoccata contro Massimo D’Alema, lanciata senza neppure citarlo: “Un certo amarcord della sinistra del passato è comprensibile ma cozza con il presente, sento parlare di Ulivo da chi quell’Ulivo lo ha segato dall’interno”, ha detto Renzi. “Tanti oggi parlano di Ulivo ma sono più esperti di Xilella che di Ulivo”, ha aggiunto l’ex premier, riferendosi in questo modo anche a Michele Emiliano. Questo modo di parlare di una grande tradizione, quella di coloro che cantavano e cantano Bandiera rossa (Renzi dimentica che la cantavano i partigiani) e non se ne vergognano, così come cantano Bella ciao, senza alcuna vergogna, non  solo è offensiva (“una macchietta”), ma è priva di senso della storia e conferma quel che abbiamo sempre pensato: il Pd di Renzi vuole sbarazzarsi semplicemente della straordinaria storia dei comunisti italiani. Non è un caso che il corollario a questa “macchietta” sia l’esaltazione della Fiat, o FCA, di Marchionne. “Il fatto che ci siano degli stabilimenti Fiat in Italia”, afferma Renzi, agitandosi sempre di più, “non significa la vittoria del capitalismo, ma che ci sono donne e degli uomini che sono tornati in fabbrica. Se volete difendere i lavoratori, non fate convegni. Per questo io difendo chi crea lavoro”. L’equazione renziana è confermata: ci si genuflette dinanzi agli industriali, anzi li si esalta perché in fondo fanno il loro mestiere, infischiandosene dei diritti dei lavoratori, delle loro condizioni nei luoghi di lavoro, degli stipendi da fame e degli enormi profitti per i capitalisti. C’è, in questa idea renziana della sinistra, un che di caricaturale, l’oblio della storia, e delle reali condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori.

La sinistra di Andrea Orlando? Intanto, un primo concetto affermato all’Eliseo con molta forza: “Gli uomini nascono liberi e uguali e così devono poter vivere: questa è la sfida al centro della politica moderna” ha detto Orlando alle millecinquecento persone dell’Eliseo. Libertà e uguaglianza, con fraternità, sono le parole dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese, e aver aperto la riunione ribadendole è già un messaggio politico. Afferma Andrea Orlando che riproporre questo concetto fin dalle premesse “ideologiche” del suo movimento deriva dalla constatazione di un cedimento alla logica politica della destra. Infatti, dice il ministro della Giustizia, con una frase impegnativa: “Dobbiamo provare a costruire un’altra idea della storia. Tempo fa, davanti alla destra, ci siamo illusi che bastava stare da parte ed essere più gentili. Abbiamo ripetuto come un mantra ‘merito’. Ma se non si hanno le stesse opportunità di partenza non vai da nessuna parte”. La distanza da Renzi è abissale. Insomma, non basta rispolverare, come ha fatto Renzi, la parola “compagno” per dirsi di sinistra, esaltando poi il Marchionne di turno, e usando la tradizione comunista per dileggiarla contro i suoi avversari interni ed esterni. Su questi ultimi, la posizione di Orlando è addirittura profondamente polemica nei confronti di Renzi: “A me ha fatto male vedere compagni che se ne sono andati, ma mi ha fatto più male vedere che c’è stato qualcuno che ha tirato un sospiro di sollievo”.Ecco la vera sfida, e Orlando la rivela senza alcuna ipocrisia: “Chiunque vinca le primarie, se votano la metà delle persone come risulta dai sondaggi allora abbiamo perso tutti e chi vince sarà più debole dell’altra volta. Faccio perciò un appello agli altri due candidati: io non voglio un leader debole, quindi facciamo una campagna di partito per far andare a votare le persone”. È il crollo definitivo delle aspettative relativamente alle primarie del prossimo 30 aprile.

Il referendum costituzionale del 4 dicembre

L’attacco di Andrea Orlando è diretto: “Proprio ora avremmo avuto bisogno di stare insieme, riflettere insieme sul risultato del referendum, che non è stato la bocciatura della riforma o un no al governo, è un no più profondo, che mette in discussione la capacità della sinistra di parlare agli strati più profondi della società. In alcune zone del Mezzogiorno la partita è finita 90 a 10… 7 giovani su 10 hanno votato no, di fronte al governo più giovane…”. Analisi impietosa, come si evince, del fallimento della segreteria Renzi, della sua premiership, della sua incapacità di comunicare con quella generazione dei giovani che più delle altre sta soffrendo, coi voucher, ad esempio, i colpi della crisi e delle scellerate politiche economiche del governo. E sulla sconfitta di Roma, Orlando non si è nascosto: “Ci sono stati degli errori nella gestione commissariale del Pd a Roma, non c’è stata la giusta discussione sulla fine dell’era Marino, non è stata data attenzione ai circoli che chiudevano e ai cittadini che perdevano fiducia nelle istituzioni. Roma non è mai stata considerata dal Pd nazionale la Capitale del Paese” nel periodo in cui è stato segretario Matteo Renzi. “Si sono presentati come rottamatori, ma l’unica cosa che è stata rottamata è la sinistra”. Difficile essere più chiari di così.

Per Matteo Renzi invece la responsabilità della sconfitta nel referendum costituzionale è da attribuire esclusivamente a coloro che hanno complottato contro il Partito democratico. “La partita inizia adesso, la mozione sarà scritta la prossima settimana, ma c’è il progetto per il Paese. Noi non sappiamo se il futuro è maggioritario o proporzionale, abbiamo le nostro idee, ma dopo il 4 dicembre quel disegno di innovazione istituzionale è più debole, la forza delle nostre idee è il confronto con gli altri e allora vincerà chi sarà più forte in termini di progetti e proposte”. Francamente, è davvero difficile decodificare queste parole. Sembra emergere comunque la convinzione che la sua riforma costituzionale fosse, come l’Italicum, la migliore possibile, ma qualcuno, circa 20 milioni di elettori, si è messo di traverso. E se per Orlando la scissione è una sofferenza, per Renzi è solo la prova del complotto: “Nelle scorse settimane oggettivamente qualcuno ha cercato di distruggere il Pd perché c’è stato un momento di debolezza innanzitutto mia. Ma non si sono accorti che c’è una solidità e una forza che esprime la comunità del Pd, indipendentemente dalla leadership. Si mettano il cuore in pace, c’era prima e ci sarà dopo di noi e ora cammina con noi”. Anche in questo caso, non è difficile decodificare l’accusa diretta a Bersani, D’Alema, e a tutti coloro che hanno deciso di abbandonare il Pd per costruire un altro soggetto politico di sinistra e a sinistra. Un’ultima annotazione, nessuna vera autocritica da parte di Renzi né sulla sconfitta nel referendum (anzi, “occorre partire da quei tredici milioni di sì”) né sulle sue dimissioni da premier, costringendo Mattarella a varare un governo fotocopia.

Insomma, la seconda domenica di marzo ci ha regalato un confronto politico a distanza tra Matteo Renzi e Andrea Orlando, due dei tre candidato a segretario del Pd. E ci ha fornito alcune conferme: il dibattito congressuale, in fondo, sarà verosimilmente un confronto tra chi vuole un Partito democratico tendenzialmente di centro, che espelle Bandiera rossa e la tradizione socialista, comunista e di sinistra, e pratica politiche di destra (come dimostrano le tesi esposte da Tommaso Nannicini al Lingotto), e chi vuole un Partito democratico autenticamente votato a politiche e pensieri di sinistra, a partire dalla rilevanza non solo filosofica di parole come libertà, uguaglianza, fraternità, diritti, lavoro non alienato e non sottopagato, e che soprattutto evita di rottamare tradizioni politiche antifasciste, democratiche, riformatrici del Novecento.

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