Il Lingotto renziano, giornata seconda. “Siamo anche noi sinistra”, dice il ministro Martina. “Ma dobbiamo guardare a destra” lo corregge Franceschini. “Dobbiamo crescere di più” intima Padoan

Il Lingotto renziano, giornata seconda. “Siamo anche noi sinistra”, dice il ministro Martina. “Ma dobbiamo guardare a destra” lo corregge Franceschini. “Dobbiamo crescere di più” intima Padoan

Al Lingotto torinese, nel giorno che doveva essere di Maurizio Martina, la gamba sinistra del ticket con Matteo Renzi, e dei ministri a sostegno della loro mozione, il tema diventa quello delle alleanze elettorali. Renzi aveva lasciato la scena a Martina, per contendere ad Orlando l’elettorato più di sinistra. A dargli una mano, volti storici del Pci come Beppe Vacca, e ministri con una lunga storia di militanza a sinistra come De Vincenti e Bellanova. E il ministro delle Politiche agricole aveva affrontato il tema dei diritti del lavoro, dell’equità fiscale, della necessità di tassare le transizioni finanziarie speculative. Ma il tema si intreccia alla fine con quello delle alleanze e delle prospettive, complice l’aut aut lanciato da Giuliano Pisapia: “Dopo le primarie sia chiaro se il Pd sta con noi o con Verdini”, dice dalla convention romana del suo Campo Progressista, schierandosi per il Mattarellum.

Maurizio Martina, ormai il numero del Pd: “siamo noi la sinistra. Il cuore della nostra sfida è il lavoro”

Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura, provenienza Ds, e poi Teresa Bellanova, provenienza Cgil, sono parte integrante di una sceneggiatura messa a punto per far vedere che la sinistra con Renzi c’è, è vitale, e che non è rappresentata solo da Andrea Orlando. Ieri la carica ai militanti, oggi la giornata della sinistra, domani le conclusioni con un intervento che “parlerà anche a chi è fuori di qui”. Le primarie del resto sono aperte a tutti. Dice Martina: “Il cuore della nostra sfida è il lavoro. C’è ancora bisogno di una nuova stagione dei diritti del lavoro. Destra e sinistra sono ancora diverse e la loro diversità si misura anche sulle risposte che si danno su queste sfide”.  Martina cita il partigiano Cervi e rivendica il progetto del Pd: “Noi siamo il Pd e non torniamo indietro”. “Non si torna alle case madri”. Quelle a cui apparteneva una classe dirigente, leggi massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, da non imitare: “Io sento che c’è una responsabilità in più per la nostra generazione: quella di non percorrere più le vie della divisione a sinistra che troppo spesso hanno regalato praterie alla destra”. Verrebbe comunque da chiedersi dove fosse Maurizio Martina quando le organizzazioni sindacali, e soprattutto la Cgil, si battevano nei mesi dell’approvazione del Jobs act per difendere l’articolo 18. E dove fosse quando il suo premier Renzi si rifiutava di parlare perfino con i sindacati e le rappresentanze del mondo lavoro. E dove fosse Martina quando il 5 maggio del 2015 quasi un milione di operatori della scuola scioperarono contro qull’obbrobrio di legge targata Giannini-Renzi. Forse sarebbe opportuno che qualcuno gli ricordi che una delle ragioni forti della scissione non è solo il “ritorno alla casa madre”, ma l’atteggiamento autoritario di Renzi e del suo governo, del quale Martina faceva parte.

Orfini: “Mai più al governo con chi si chiama Nuovo Centro Destra”. E infatti Alfano sabato prossimo lo cambierà

Matteo Orfini, non lascia cadere la sollecitazione al Pd che arriva da Pisapia quando chiede ai dem di scegliere tra centrosinistra e Ncd-Verdini: “Con Alfano siamo al governo insieme, perché nel 2013 non abbiamo vinto le elezioni e per andare avanti ci siamo alleati con forze a noi alternative. È però abbastanza evidente che con un partito che si chiama Nuovo Centro Destra difficilmente potrà ancora allearsi un partito di sinistra”. Tuttavia, aggiungiamo, non è un caso lo stesso Alfano abbia annunciato che già sabato prossimo toglierà la D, di destra, al suo partito, come auspicato da Orfini. “Il Pd – dice ancora Orfini – è il più grande partito della Sinistra europea e quindi la sua collocazione è chiara, nel centrosinistra. Lo abbiamo ribadito in ogni occasione e Pisapia lo sa benissimo”, argomenta il presidente dem.

Dario Franceschini, tra i maggiori azionisti della fazione renziana: “meglio se nel centrodestra nasca l’area moderata con cui allearsi”

Uno schema che Dario Franceschini supera completamente, segnando già oggi l’inevitabilità di una larga coalizione invocando la forza dei numeri, visto che “difficilmente un polo da solo avrà la maggioranza in tutte e due le Camere”. E allora la logica conseguenza è che il Pd “ha interesse che nel centrodestra nasca un’area moderata con la quale sia possibile dialogare: i numeri ci spingono a questo”. Come succede nel resto d’Europa, dove dalla Francia alla Germania i “responsabili” fanno argine contro i “populisti” e “nessuno si scandalizza per questo”.

Come una sorta di controcanto a Franceschini, dopo le polemiche su voucher e Jobs Act, Giuliano Poletti fa autocritica e spiega che le riforme non sono “autorealizzabili”, ma serve il consenso del “popolo”. “Dobbiamo certo interrogarci su come mai la gente non ha capito quanto abbiamo fatto ma non dobbiamo rinunciare all’orgoglio delle nostre riforme”, dice il ministro del Lavoro.

Il ministro Padoan: “dobbiamo crescere per abbattere la disoccupazione giovanile”. E non affronta le critiche che gli sono giunte da Renzi e da Orfini

Pier Carlo Padoan invece lascia i dossier ‘caldi’ nel cassetto e concentra il suo intervento sui temi legati all’Unione Europea. Nessun accenno alle obiezioni fatte da Renzi qualche giorno fa sull’aumento dell’Iva o sul taglio del cuneo fiscale e nemmeno una replica alla sonora bocciatura arrivata da Matteo Orfini all’ipotesi di privatizzare una ‘pezzo’ della Cassa Depositi e Prestiti (sarebbe “un’operazione avventuristica”, dice il reggente del Pd). Il titolare del dicastero dell’Economia sale sul palco del padiglione 1 ed esordisce con uno dei punti chiave che da due giorni tengono banco nel dibattito dell’assemblea: la disoccupazione giovanile “rischia di far crescere l’idea che l’Europa sia più parte del problema che della soluzione. Così non va, deve essere cambiata. E qual è il problema? La disoccupazione giovanile. Il problema deve essere affrontato e le soluzioni proposte sono terrificanti fuori dall’Europa: nazionalismo, frantumazione”. Ma, avvisa Padoan “si può cambiare, la prima cosa da fare è cambiare le priorità: la numero uno deve essere una crescita che sia inclusiva”. Detto da un ministro dell’Economia spesso felice dello zero virgola che segna ormai da due anni il percorso della crescita economica dell’Italia, c’è da crederci. Insomma, Padoan non ha soddisfatto la platea del Lingotto. Ci si aspettava qualcosa di più. L’idea che il ministro abbia voluto evitare di replicare alle osservazioni critiche dell’ex premier e di Orfini non ha convinto i big presenti. Forse sta diventando realtà quel ricatto sul governo che un giorno si trasformerà nel tweet renziano “Paolo stai sereno”?

Lo psicanalista Recalcati chiude la seconda giornata con la proposta di intitolare a Pasolini la Frattocchie 2.0

A chiudere la giornata è stato lo psicanalista Massimo Recalcati che ha annunciato l’intitolazione a Pier Paolo Pasolini della nuova scuola di formazione politica che dovrebbe aprire i battenti il 20 maggio. Domani l’ultimo giorno della kermesse a sostegno di Renzi. Sul palco, dalle 9,30, dovrebbero intervenire Gianni Pittella, Cecile Kyenge, Luciano Pizzetti, Matteo Richetti, i ministri Marco Minniti, Valeria Fedeli, Graziano Delrio, Marianna Madia, Piero Fassino, Micaela Fanelli (sindaco di Riccia), Luigi Berlinguer e Tommaso Nannicini. Chiude Matteo Renzi. Atteso anche il premier Paolo Gentiloni.

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