Gentiloni. La manovra Ue è alle porte? E lui galleggia. Legge elettorale in alto mare. Scotto (Mdp): lavoro, sanità, scuola, per ricomporre le fratture sociali create dai mille giorni renziani

Gentiloni. La manovra Ue è alle porte? E lui galleggia. Legge elettorale in alto mare. Scotto (Mdp): lavoro, sanità, scuola, per ricomporre le fratture sociali create dai mille giorni renziani

Gentiloni usa una tattica, non nuova, ma efficace, il galleggiamento. In questo modo  evita di andare a sbattere e tenta di tenere a debita distanza Renzi Matteo, una tattica di sopravvivenza che gli ha consentito fino ad ora di respirare. Dice Arturo Scotto, deputato di Articolo 1 Movimento dei democratici e progressisti, che “il governo Gentiloni indubbiamente ha un merito: aver contribuito a svelenire il dibattito politico, a chiudere la stagione del premier onnivoro che copre tutti gli spazi mediatici, dettando l’agenda delle riforme senza discutere con i corpi intermedi e concependo l’attività istituzionale come un duello permanente. Ma una stagione chiusa non rappresenta necessariamente una nuova stagione”. Non si fa molte illusioni, visto che la maggioranza di governo è “significativamente segnata da una robusta presenza della destra che lo sorregge”. Ancora: “questi primi cento giorni non hanno lasciato nessun segno, se non quello di una continuità più gentile”. Scotto, in un articolo scritto per Huffington Post, afferma che  a fronte “del salto nel buio pure sempre minacciato da Renzi, e il galleggiamento inefficace, una terza via ci deve essere. Bisogna affidare a questo scorcio di legislatura una missione, un patto. Una nuova agenda progressista che eviti definitivamente il collasso sociale del paese e l’ulteriore allargamento della faglia tra istituzioni e popolo”. L’alternativa a questo patto – prosegue – “è sotto i nostri occhi. Salvataggi ad personam (Lotti e Minzolini), discussioni pubbliche avvitate su stipendi e vitalizi, mentre il paese tenta di sopravvivere e tirare avanti nonostante la politica”.

Passaggi ineludibili di cui il premier non tiene conto. Il rapporto con la Commissione Ue

E chiede a Gentiloni e alle forze di progresso in Parlamento “uno scatto su tre grandi questioni, non più rinviabili: lavoro, sanità, scuola. Ovvero l’applicazione di quel dettato costituzionale che è la radice della nostra esistenza in vita, la nostra ragione sociale, l’atto fondativo stesso del nostro movimento. Ci sono dei passaggi ineludibili di cui il premier pare non tener conto, il rapporto con la Commissione europea che attende la correzione dei conti e il documento di Economia e Finanza”. Dice che entro 15 giorni sarà presentato il Def in Parlamento e niente più. I contenuti? Un mistero, anche perché Renzi Matteo non ha alcuna intenzione di correggere i “suoi conti”, ed ha intimato un alt al ministro Padoan. Non si azzardi a proporre aumenti di tasse o di imposte per coprire i 3,4 miliardi, lo 0,2% che ci chiede la Commissione. Un nodo che deve essere sciolto definitivamente, quello delle accise sui tabacchi. Insomma un bel rebus per i tecnici del governo, chiamati a definire le linee guida del Def. Si susseguono gli incontri fra gli staff di Palazzo Chigi, gli uomini di  Renzi, in attesa di tornare a dirigere il Pd, per il governo poi si vedrà, e quelli del ministero dell’economia e degli altri ministeri interessati. Tutti praticamente, visto che per aggiustare i conti, la prima tappa di una operazione più complessa, si pensa di dare una sforbiciata alle spese dei ministeri e indicare prime misure per la crescita da varare entro il 10 aprile, in modo da dare risposte alla Commissione Ue. Poi gli impegni da affrontare con la legge di bilancio ad ottobre, fra cui un problema che sembra dimenticato, il rinnovo del contratto del pubblico impiego, ancora la riduzione del costo del lavoro, agevolazioni fiscali per favorire l’occupazione femminile, piano casa, revisione della spesa. Poi ci sono i decreti sulle pensioni, l’Ape, l’anticipo pensionistico, una bufala visto che se lo devono pagare i lavoratori. Insomma un “libro dei sogni” che ha ben poco a che vedere con la manovra che ci chiede la Unione europea, altrimenti si va incontro alla procedura di infrazione, il commissariamento della nostra politica economica e sociale.

Padoan stretto tra l’incudine e il martello, manovre e manovrine

Padoan, stretto tra l’incudine e il martello, anche i parlamentari del Pd, i renziani tirano le fila, sono pronti a tamponare il ministro che con i Commissari ha preso impegni non solo verbali, ma scritti, cerca di racimolare un po’ di spiccioli da mettere sul tappeto, spera che si possa far salire l’asticella del debito per il 2018 dagli attuali 0,4 agli 0,6. Con un artificio contabile si potrebbe spostare la previsione di crescita oggi stimata all’1% all’1,1%-1.2%. Stando ai “tecnici” per far contento Renzi Matteo si può “giocare” sui decimali senza toccare le accise, tabacchi, carburanti. I 3,4 miliardi da coprire, la manovrina di primavera, potrebbero diminuire di qualche centinaio di milioni. È lo stesso Gentiloni, ingabbiato da  Renzi ad affermare che “norme e vincoli europei non sono intoccabili. C’è un margine di negoziato”. E punta a far slittare i conti mettendo insieme l’aggiustamento di aprile e quello autunnale con una riduzione della spesa di circa 5,6 miliardi.

Manovre, manovrine, tira e molla con la Commissione Ue, le primarie del Pd innanzitutto, il Paese che va sbattere, Renzi sempre più spaccone, arrogante. La sua ricetta è presto detta: “Tutto ciò che  serve per rimettere  a posto l’Italia deve essere fuori dai vincoli del patto di stabilità”. Lui che ha creato il disastro con i “mille giorni” di governo pensa che la correzione dei conti sia un “accanimento figlio di politiche di rigore errate”. Quelle politiche che lui, premier, ha sottoscritto.

Anche la nuova legge elettorale è lontana dal venire. Bloccata in Parlamento

Una radiografia, la nostra, all’insegna del pessimismo, da gufi avrebbe detto Renzi Matteo, ora è più violento, parla di nemici, li vede ovunque, si sente accerchiato. Mostra un odio viscerale nei confronti di chi ha lasciato il Pd. A quella che possiamo chiamare la “sindrome da manovra” aggiungiamo il fatto che ancora non si vede con quale legge elettorale saremo chiamati a votare. In Commissione parlamentare ci sono più di venti proposte. Ma i lavori sono di fatto bloccati. Scotto pensa che  sarà difficile arrivare ad un voto su una proposta “decente”. E non è certo un bel vedere. È il Pd, con le sue primarie nel nome di Renzi Matteo, che blocca qualsiasi iniziativa tesa a  ricomporre le “gravi fratture” nel tessuto sociale provocate dai “mille giorni”.   Lavoro, Istruzione, Sanità, le tre grandi questioni enunciate da Arturo Scotto, sono il punto di partenza. “Occorre ricomporre queste fratture – dice il deputato di Mpd –   riaprire una nuova fase di coinvolgimento, ascolto, concertazione, a partire dai soggetti di rappresentanza sociale, dopo la furibonda campagna di delegittimazione e disintermediazione, in cui a pagarne il prezzo più alto, come facilmente prevedibile, sono stati i soggetti e le fasce più deboli. Ricomporle a partire dai più gravi divari che si sono aperti o riaperti in questi ultimi vent’anni: le donne e le giovani generazioni, che sono più esposte e deboli nel mercato del lavoro, e il Mezzogiorno che vive un arretramento simile a una desertificazione”.

Un governo che non affronta l’emergenza sociale serve a poco

“Penso che un governo che non affronti questa emergenza sociale – prosegue – serva a poco, e che il tempo che ancora ci divide dalle elezioni debba essere utilmente speso. Ovviamente non un programma di governo, che sarà materia da porre al consenso degli italiani per le prossime elezioni, ma almeno un patto di fine legislatura. In una parola: svolta”. Articolo 1 “nasce anche per rispondere a queste esigenze. D’altra parte, la sinistra è nata per nuotare in mare aperto, non per offrire un salvagente a un ceto politico incapace di percepire l’onda montante di rabbia e di disagio che c’è nella società e che si indirizza verso proposte politiche che puntano a trasformare il popolo in plebe. E un governo serve appunto per fare le cose. A partire da quelle giuste”.

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