Da non crederci: al Lingotto Renzi trasforma il Pd(r) nel Pci 2.0. Riscopre Gramsci, lancia la scuola di Frattocchie, chiede aiuto a Beppe Vacca e a Biagio de Giovanni. Conversione che puzza di convenienza congressuale

Da non crederci: al Lingotto Renzi trasforma il Pd(r) nel Pci 2.0. Riscopre Gramsci, lancia la scuola di Frattocchie, chiede aiuto a Beppe Vacca e a Biagio de Giovanni. Conversione che puzza di convenienza congressuale

Dal palco del Lingotto di Torino Matteo Renzi lancia un messaggio distensivo ai due candidati alla segreteria Dem riservando i toni più duri agli scissionisti del Partito democratico, questa la notizia della giornata. Stop alle polemiche interne dunque, ma anche “basta con la sinistra della paura e della nostalgia”. Di quale sinistra parli, lo dirà in seguito, quando tenterà di trasformare il Pd(r) nel nuovo Pci. “Questo è un popolo che non parla mai male degli altri e il mio messaggio è per Orlando e Emiliano: a loro auguro ‘in bocca al lupo’ e l’assicurazione che da parte nostra non ci sarà mai una polemica ad personam come quelle che abbiamo subito noi per settimane”, ha ribadito l’ex premier aprendo la sua campagna congressuale. Immediata la risposta del ministro della Giustizia, che, da Civitanova Marche, augura ‘buon lavoro’ a Renzi e alla parte di Pd riunita al Lingotto, “in un luogo che appartiene a tutti noi, al nostro immaginario, perchè lì è iniziata l’avventura del Pd. E non posso che augurarmi che da questo confronto possa arrivare un arricchimento per tutti quanti”.

Renzi ai tremila del Lingotto: “Liberiamoci di chi va ai talk show per battaglie rancorose”. Ma forse parlava della sua performance nello studio di Vespa?

Toni apparentemente concilianti, ma le differenze tra i due non svaniscono e si evidenziano nei contenuti: Renzi guarda al governo, ribandendo la necessità e l’importanza di un segretario-candidato premier. L’opposto di quel che fa Andrea Orlando, che propone la separazione dei ruoli. il Guardasigilli rivendica di essere in giro nelle piccole città e periferie del Paese, da chi sente la politica “lontana dalle grandi convention”. Lontana dal Lingotto, quindi. Ma se ai compagni di partito l’ex segretario rivolge frasi di velata apertura, così non è per gli scissionisti, rei di essersi fatti portavoce di quel sentimento della paura “che non ci appartiene” e a cui lancia l’ultima stoccata: “Liberiamoci dall’atteggiamento di chi va ai talk show per battaglie rancorose verso qualcuno o qualcosa”. Da fuori, pochi minuti prima, anche un ex storico attaccava Renzi: il leader del nuovo Movimento Democratici Progressisti, Pierluigi Bersani da Mestre ha ribadito come “pretendere di riassumere il centrosinistra in un partito e il partito in un capo significa andare contro un muro”. Sempre Bersani ha ammesso che “con Renzi non c’è mai stata una grande intesa”. Perché “per ragionare bisogna essere in due e se uno pensa di farlo da solo o in una cerchia molto stretta non riesce a scambiare veramente le opinioni”. Renzi non dimentica neanche gli avversari di sempre, quei ‘grilllini populisti’ esempio dell’antipolitica. “Noi siamo quelli che rifiutano l’antipolitica ma non ci possiamo lamentare del grillino di turno perchè antipolitica è il populista ma anche il tecnocrate che fa come gli pare”, tuona l’ex premier dal padiglione 1 del Lingotto. E Luigi di Maio non fa attendere la sua battuta: “Ma uno che ha governato per tre anni e ora lancia un programma per cambiare l’Italia merita solo una domanda: perchè non lo hai fatto prima?”, ha dichiarato il vice presidente della Camera che rilancia: “Queste persone dovrebbero tornare a casa, altro che lanciare slogan”.

Renzi al Lingotto: “eredi ma non reduci”. Eredi di che? Del Partito comunista? Da non crederci. E fonda la piattaforma Bob (Kennedy) e Frattocchie 2.0 

In prima fila, Piero Fassino e Sergio Chiamparino. Il ‘ritorno a casa per ripartire insieme’ comincia così, con un richiamo a essere “eredi ma non reduci”. Poi il saluto a Walter Veltroni che qui fondò il Pd nel 2007. E’ necessario – è il ragionamento di Renzi – passare dal “partito ‘leggero’ di Veltroni e dal partito ‘pesante’ di Bersani a quello pensante”. Il nodo, ammette, “non è ancora sciolto”, ma si punta sulla “collegialità”. Quindi l’invito a uscire dal “quotidiano nauseante ping pong” che da tre mesi blocca la politica italiana. E per rimarcare la differenza con chi “sa dire soltanto No”, ribadisce: “Rivendicare il domani è la sfida del Partito democratico, senza cedere alla paura”. Quindi cita Franklin Delano Roosevelt: ‘L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa’. Il Pd, per Renzi, deve “tornare a dettare l’agenda italiana”. Per questo tra le proposte c’è quella di una piattaforma online del popolo dem, che “non si chiamerà Rousseau” come quella del M5S, ma “Bob come Bob Kennedy”. Nella stessa direzione va la nuova scuola di formazione politica, quella “Frattocchie 2.0” che durerà nove mesi e crescerà 200 nuovi democratici alla volta. Un posto a sè lo occupa l’Europa nel programma di Renzi. Tra le proposte, le primarie per l’elezione del presidente della Commissione europea e per il vertice del Pse. Un’ipotesi che non mancherà di far discutere, ma che avrà senz’altro qualche alleato. Come si evince dalle parole del primo ministro maltese e presidente di turno del Consiglio europeo, Joseph Muscat, anche lui al Lingotto: “Da quando Renzi non è più premier, c’è meno casino, ma siamo tutti con lui”.

Renzi al Lingotto, una provocazione demagogica: “Siamo qui per ridare significato alla parola Compagni”. Ma lui cosa ne sa? 

Renzi lancia poi il guanto di sfida alla minoranza bersaniana, confluita nel Movimento Progressisti e Democratici: “Siamo qui per ridare significato alla parola ‘Compagni'”, richiamando l’etimologia del mangiare il pane insieme. “La politica deve essere capace di indicare una direzione, non dividersi tra correnti”. E mette i puntini sulle ‘i’: nessuna divisione del ruolo di premier da quello di segretario, è così anche in Europa e, se così non fosse stato, sottolinea, “non avrei ottenuto i risultati conseguiti”. L’ex premier non perde l’occasione per scagliarsi contro l’opposizione di destra e di sinistra: “Chi ci attacca in questo momento, intacca l’argine della tenuta democratica del Paese”. D’altronde il Pd è “l’unica alternativa al partito azienda e al partito algoritmo”. Il riferimento a Forza Italia e al M5S è evidente. Renzi entra a gamba tesa anche nella polemica sul candidato sindaco di Monza dei Cinquestelle, eletto con 20 clic. “Siamo 420mila, può succedere che qualcosa non funzioni. Dove votano il sindaco in venti, è più facile bloccare chi tenta di fare il furbo”, ironizza sui pentastellati e allo stesso tempo chiude la polemica sulle tessere. Contro il reddito di cittadinanza Renzi invoca “lavoro e non assistenzialismo”. Mentre boccia il piano energetico del M5S come una copia del piano industriale dell’Enel elaborato da Francesco Starace nel 2014. Nella conclusione del suo discorso, Renzi si affida alle parole di George Orwell: “Il patriottismo e la sinistra dovranno prima o poi tornare insieme”. Per lui la missione del Pd sta tutta qui: “dare un’anima democratica all’Europa, prendersi cura dell’Italia da curare, affermare un’identità sociale di un patriottismo dolce che restituisce dignità alla politica e alla bellezza dell’Italia”.

Renzi al Lingotto, su consiglio di Nannicini, riscopre pure Gramsci, rilanciando la tesi dell’egemonia. Ma l’ha mai letto davvero, Gramsci?

Il Pd che immagina Matteo Renzi è il partito che deve “rivendicare il futuro” come cifra della sinistra, e non rassegnarsi a che “la paura sia l’arma elettorale degli altri e il tema dominante” della prossima campagna elettorale. Un partito che abbia l’ambizione della “egemonia”, di “rappresentare la svolta, dettare l’agenda, dettare un pensiero condiviso” per “un’Italia capace di farcela che non si rassegna al catastrofismo”. Un Pd che dunque ha “tre compiti: offrire una visione dell’Italia per i prossimi 10 anni, una classe dirigente non improvvisata, alimentare una speranza nei nostri cittadini perché la paura non sia il tema dominante”. Un Pd dove, riconosce l’ex segretario, “serve maggiore collegialità” e per questo “abbiamo proposto il ticket con Maurizio Martina, che parlerà domani insieme a Pier Carlo Padoan e Dario Franceschini. E a Biagio de Giovanni e Beppe Vacca, dopo che già oggi è intevenuta un’altra figura storica della sinistra, Claudia Mancina. “Ideali e contenuti”, invoca Renzi per il suo Pd: quelli del Partito comunista che lui non ha mai conosciuto? E che civetta per ragioni di pura convenienza congressuale. Un Renzi comunista del XXI secolo ci mancava. Al Lingotto è comparso il suo fantasma.

Share

Leave a Reply