Usa. Accademici e attivisti democratici sono certi di avere le prove di hackeraggio in tre stati chiave. Clinton deve chiedere il riconteggio

Usa. Accademici e attivisti democratici sono certi di avere le prove di hackeraggio in tre stati chiave. Clinton deve chiedere il riconteggio

Un numero crescente di accademici e attivisti Usa sta chiedendo il riconteggio delle schede in tre Stati chiave delle elezioni presidenziali, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. Lo rivela il Guardian, spiegando che la coalizione perdente, che sta chiedendo alla campagna di Hillary Clinton di unirsi alla battaglia, starebbe per presentare all’inizio della prossima settimana un rapporto dettagliato, destinato anche ai presidenti del Congresso e alle autorità federali. Un documento lungo 18 pagine e focalizzato su questi tre Stati “di cui mi interessa verificare il voto”, ha spiegato Barbara Simons, consigliere per le elezioni e esperta di voto elettronico, una delle persone coinvolte nella stesura del rapporto, con modalità che ha preferito non specificare. Un centinaio di accademici ed esperti di sicurezza informatica hanno firmato una lettera aperta ai leader del Congresso, nella quale, pur sottolineando di “non mettere in dubbio il risultato delle elezioni” presidenziali dell’8 novembre, hanno espresso “profonda preoccupazione” per le segnalazioni di interferenze straniere e di attacchi informatici che hanno turbato la campagna elettorale prima della vittoria piuttosto sorprendente di Donald Trump, e hanno chiesto un rapido intervento dei legislatori.

“Indagine accurata e pubblica del Congresso “

“Il nostro Paese ha bisogno di una indagine accurata e pubblica del Congresso sul ruolo che le potenze straniere hanno giocato nei mesi precedenti a novembre”, hanno chiesto riferendosi agli hacker russi e alla diffusione, da parte di Wikileaks, delle mail hackerate del partito democratico e del capo della campagna di Hillary Clinton, John Podesta. Prima delle elezioni, erano stati lanciati alcuni allarmi sulla possibilità che il sistema elettorale potesse essere hackerato e il governo di Washington aveva esplicitamente accusato la Russia di voler interferire con il voto presidenziale. Del gruppo fanno parte anche John Bonifaz, fondatore del National voting rights institute (che ha rifiutato di parlare ‘on the record’ con il quotidiano) e il professor Alex Halderman, direttore della University of Michigan center for computer security and society. In Michigan e Pennsylvania Clinton è stata sconfitta di misura, mentre i risultati ufficiali del Wisconsin non sono ancora arrivati. Nessun commento ufficiale al momento è arrivato da Hillary Clinton e il Dipartimento della sicurezza interna non ha voluto rilasciare commenti. Nel frattempo, dal sito della CNN viene rilanciato l’aggiornamento dei voti popolari: per Hillary Clinton hanno votato più di 63.500.000 elettori, mentre per Trump 61.800.000, una divaricazione che cresce sempre di più.

Intanto Donald Trump concede l’intervista al nemico numero 1, il New York Times

Il presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, ha concesso un’intervista ad ampio spettro al “New York Times”, durante la quale ha moderato alcune delle promesse più estreme della campagna elettorale – a partire da quella di mandare in galera la sua avversaria, Hillary Clinton – ma è parso determinato più che mai a sfidare le convenzioni etiche e politiche che hanno a lungo determinato il profilo della presidenza Usa. Trump ha dichiarato di voler affidare per quanto possibile le sue attività private ai figli, ma ha anche affermato di non essere obbligato in alcun modo a tracciare una demarcazione netta tra la Casa Bianca e i suoi affari, riconoscendo anzi con evidente soddisfazione che il “marchio Trump” è certo “più caldo di prima”. Il presidente eletto ha difeso il suo capo della strategia, Stephen K. Bannon, dalle accuse di razzismo, definendolo “un tipo a posto”, ed ha irriso i tanti esponenti del Partito repubblicano che si sono distanziati dalla sua campagna elettorale, convinti che il magnate delle costruzioni non avrebbe mai conquistato la Casa Bianca. Trump non è parso intimorito dalle sfide che lo aspettano, ed ha esibito quell’imprevedibilità che ha caratterizzato dal principio la sua campagna, rendendo così difficile decifrare la sua figura. Il presidente si è espresso con misurazione nei confronti di Clinton: (“Non voglio danneggiare i Clinton, non ne ho alcuna intenzione”), ed è parso rivedere la propria posizione in merito all’utilità della tortura come strumento di lotta al terrorismo. A questo proposito, il presidente eletto ha citato le parole del generale in congedo James N. Mattis, che potrebbe divenire segretario della Difesa: “Non ho mai trovato utile la tortura. Datemi un pacchetto di sigarette e qualche birra e otterrò risultati migliori”, gli avrebbe detto l’ufficiale. Trump ha fatto un passo indietro anche sul clima, modificando l’iniziale proposito di abbandonare l’accordo di Parigi: “Lo sto studiando attentamente”, ha detto agli intervistatori. Il presidente eletto si è voluto distanziare con forza da qualunque organizzazione o associazione di destra estrema, ed ha condannato un raduno di gruppi neonazisti che si è tenuto lo scorso fine settimana a Washington. Trump ha persino riservato una lode al gruppo editoriale “The Times”, definendolo “un gioiello”, pur tornando ad accusarlo di avergli riservato un trattamento iniquo nel corso della campagna elettorale. Su altri temi, Trump è parso lo stesso della campagna elettorale: ha ribadito la sua opposizione alle pale eoliche, ed ha affermato che nulla gli vieta di assegnare al genero Jared Kushner, marito della figlia Ivanka, un ruolo all’interno della sua amministrazione presidenziale. “A un presidente degli Stati Uniti è consentito qualunque tipo di conflitto di interessi. Sono io a volermi limitare”, ha affermato. Kushner, ha detto Trump, potrebbe giocare un ruolo importante nella mediazione del conflitto israelo-palestinese. “Molti mi dicono che la pace in Medio Oriente è impossibile. Io non sono d’accordo. Posso farlo”. Alla politica estera Trump ha riservato soltanto dichiarazioni generiche, reiterando la sua convinzione che gli Stati Uniti “non dovrebbero essere costruttori di nazioni”. Il presidente eletto ha anche confermato di aver intrattenuto una conversazione con il presidente russo Vladimir Putin dopo le elezioni, ma non ha voluto fornire ulteriori dettagli in proposito. Ha ribadito la volontà di recuperare il dialogo con la Russia, ma ha negato di voler “azzerare” gli sviluppi degli ultimi anni: “Non userei quel termine, dopo tutto quanto è accaduto”. Trump ha anche espresso l’auspicio di costruire una solida relazione personale con il suo predecessore, Barack Obama, che ha incontrato di persona per la prima volta dopo il voto dell’8 novembre scorso: “E’ una persona che mi piace molto. Io stesso sono un po’ sorpreso di dirvi che mi piace molto”, ha detto Trump del presidente uscente.

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