Referendum. Il settimanale The Economist invita gli italiani a votare No, e con buone ragioni. L’analisi su Renzi e sull’Italia è impietosa, ma molto realistica

Referendum. Il settimanale The Economist invita gli italiani a votare No, e con buone ragioni. L’analisi su Renzi e sull’Italia è impietosa, ma molto realistica

L’Italia “dovrebbe votare no al referendum” e le eventuali dimissioni di Matteo Renzi potrebbero non essere una “catastrofe” e aprire la strada a un “governo tecnico”, scrive l’Economist, in un editoriale. Il serrato ragionamento del settimanale è già nel titolo: “Why Italy shoud vote No in its referendum”, perché l’Italia dovrebbe votare No nel suo referendum. Le prime righe dell’articolo delineano in modo impietoso lo stato di crisi autentica in cui versa il nostro Paese: “Il Pil pro capite è precipitato ai livelli della fine degli anni ’90. Il mercato del lavoro è sclerotico. Le banche sono stritolate dai prestiti non-performing. Lo Stato è appesantito dal secondo debito più elevato dell’eurozona, al 133% del Pil. E se l’Italia dovesse precipitare verso il default, sarebbe too big to rescue, troppo grossa da salvare”. Questa è la ragione per la quale, secondo l’Economist, “si è riposta molta speranza in Matteo Renzi, il giovane primo ministro. Egli ritiene che il problema più grande dell’Italia sia la paralisi istituzionale, ed ha lanciato il referendum del 4 dicembre sui cambiamenti costituzionali che riportano allo Stato i poteri delle regioni e subordina il Senato alla Camera bassa del Parlamento, la Camera dei deputati”.

“Questo giornale crede che No è come gli italiani dovrebbero votare”, si legge nell’articolo, perché “la modifica alla Costituzione promossa da Renzi non affronta il problema principale, cioè la riluttanza dell’Italia a fare le riforme”. Inoltre Renzi ha fatto approvare “una legge elettorale per la Camera che dà immenso potere a qualunque partito ottenga la maggioranza nella Camera bassa”. Adesso, dopo che Renzi “ha già buttato via quasi due anni ad armeggiare sulla riforma della Costituzione, prima l’Italia torna alle vere riforme, meglio sarà per l’Europa”. L’Economist respinge anche le tesi di “investitori e molti governi europei” che temono che la vittoria del No possa comportare il “terzo pezzo del domino, in un rovesciato ordine mondiale, dopo la Brexit e l’elezione di Donald Trump”. In realtà, secondo il giornale, le eventuali dimissioni di Renzi “potrebbero non essere una catastrofe” perchè “l’Italia potrebbe mettere insieme un governo tecnico ad interim, come avvenuto molte volte in passato”. E se “perdere un referendum potesse realmente causare la fine dell’euro, allora sarebbe un segno che la moneta unica è così fragile che la sua distruzione è solo questione di tempo”.

“Uno dei lati negativi del ‘no’ sarebbe quello di rafforzare la convinzione che l’Italia non ha la capacità di affrontare i suoi molteplici problemi, che la paralizzano”, continua l’Economist, secondo cui “è Renzi ad aver creato la crisi, mettendo in gioco il futuro del suo governo sul test sbagliato”. “Gli italiani – sostiene il settimanale – non dovrebbero essere ricattati. Renzi avrebbe fatto meglio a sostenere maggiori riforme strutturali su tutto, dalla riforma dell’indolente magistratura al miglioramento del pesante sistema dell’istruzione”. Renzi, conclude l’Economist, “ha già sprecato quasi due anni a provare ad aggiustare la Costituzione, prima l’Italia torna alle vere riforme, meglio sarà per l’Europa”.

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