Zagrebelsky e Renzi protagonisti di un confronto televisivo a la7 che svela due culture politiche antitetiche, due stili linguistici. Le ragioni forti del costituzionalista contro l’arroganza della cultura da tweet del premier

Zagrebelsky e Renzi protagonisti di un confronto televisivo a la7 che svela due culture politiche antitetiche, due stili linguistici. Le ragioni forti del costituzionalista contro l’arroganza della cultura da tweet del premier

È difficile decodificare il dibattito tra il premier Matteo Renzi e il presidente onorario del Comitato per il No, il giurista Gustavo Zagrebelsky, andato in onda venerdì sera su la7, con la conduzione del direttore Enrico Mentana. È difficile perché si è avuta la conferma di quanto il linguaggio televisivo sia distante anni luce da una corretta discussione pubblica sulla riformabilità di 47 articoli della Costituzione, perché di questo si tratterà il prossimo 4 dicembre, data del voto referendario. E sulla ricaduta politica e istituzionale del cambiamento costituzionale qualora fosse confermato dagli elettori. Questa è la posta in gioco, e di questo dovrebbe alimentarsi il dibattito pubblico anche per orientare con maggiore responsabilità e serenità l’opinione pubblica. Il tentativo di ridurre a semplificazione la modifica così corposa della Carta fondamentale della nostra democrazia se forse ha senso in televisione, lo perde quando si entra nell’articolazione più serrata dei poteri attribuiti ai diversi corpi dello stato. Il duello televisivo tra Renzi e Zagrebelsky credo che andrebbe letto secondo questa chiave di lettura: lo scontro tra l’astuzia del semplificatore, fino al limite della demagogia (questa sì populistica), manifestata dal premier Renzi (astuto ad esempio il sotterfugio della premessa “lo dico con tutto il rispetto” ripetuta più volte, che ricorda il discorso del Marc’Antonio sul corpo di Cesare, scena seconda, atto terzo del capolavoro di Shakespeare, con quella ripetizione retorica su Bruto “uomo d’onore”), e la faticosa arrampicata sulla cima del discorso costituzionale, tentata da Gustavo Zagrebelsky, fino al punto da perdersi ad esempio nella spiegazione risultata complicatissima in televisione della maggioranza che elegge il presidente della Repubblica con la nuova riforma, se cioè effetto della maggioranza dei componenti o dei presenti (la differenza segna la natura stessa della democrazia).

Ormai è chiaro, la campagna referendaria seguirà questo copione televisivo

Nelle due ore e mezza circa di confronto, la sensazione che abbiamo maturato è che la campagna referendaria seguirà questi due binari retorici che correranno paralleli: da un lato, da parte di chi propaganda il sì, l’attacco personale, l’eccessiva semplificazione retorica, l’incapacità di trovare legittimazioni nel merito della riforma; dall’altro, il tentativo, faticosissimo, di smontare l’articolazione della nuova democrazia suscitata dalla riscrittura di 47 articoli della Costituzione. Zagrebelsky ha tentato di parlare di “spirito costituente”, che esclude la contrapposizione e la frattura agonistica. Renzi ha replicato con la retorica del cambiamento, atteso da decenni, e che solo lui ha avuto il coraggio di sviluppare, in un crescendo, anche abbastanza disgustoso, di battute, sorrisini ironici, colpi sotto la cintola. Zagrebelsky ha tentato di convincere gli ascoltatori che le elezioni politiche non celebrano un vincitore, ma colui o coloro che hanno il gravoso compito di governare un Paese moderno e complesso con senso di responsabilità. Renzi ha replicato che invece la democrazia è quel gioco politico in cui c’è chi vince e c’è chi perde, e la sinistra è abituata alla sconfitta. Insomma, e questo però lo sapevamo bene tutti, si sono confrontati due modelli di pensiero politico e costituzionale (anche se i due si sono sfidati a citare illustri giuristi di tradizione democristiana, Ruffilli ed Elia, considerati come loro maestri, una trappola in cui spiace dirlo Zagrebelsky è caduto): il modello muscolare di Renzi nel quale vige la dittatura della maggioranza (d’altronde è così che governa Parlamento e partito) e il modello della democrazia solidale, che almeno sulle regole fondamentali trova il consenso più ampio. Per questa ragione, Zagrebelsky ha citato il noto aforisma di Rousseau sugli inglesi, democratici solo nell’urna, e servi per il resto degli anni tra un’elezione e l’altra.

I due modelli culturali e politici sono emersi negli appelli finali e nell’arrogante tweet fuori programma di Renzi

Due modelli che sono emersi proprio negli appelli finali, e nel tweet fuori programma di Renzi.  “Per la prima volta la proposta di cambiare, qualcuno è riuscita a metterlo in campo”, ha infatti perentoriamente affermato Renzi, semplificando. “Si vota sul quesito, non si vota su governo, Italicum, o sui gufi. Se si vota No il bicameralismo paritario resta. Se si vota sì si riducono i parlamentari e i costi delle istituzioni. E se vince il No non troverete nessun parlamentare in futuro che vorrà cambiare. Io credo che più chiarezza sul potere delle Regioni cambierà la vita dei cittadini su temi come rifiuti o trasporti. È fondamentale dire che un Paese cambia. Chi fa politica ha il dovere di cambiare, per avere qualcuno che vince le elezioni, per un sistema più stabile. Se si fa così io credo che l’Italia supera il passato. È finito il tempo della nostalgia se vogliamo stare al tempo globale, se vogliamo restare ai ricordi faremo dell’Italia un museo”, conclude. Il messaggio retorico, lanciato al termine di due ore e mezza di confronto è chiaro, semplice, diretto: siamo noi gli attori del cambiamento, gli altri che si oppongono a noi sono vecchi nostalgici degni di stare in un museo delle cere. Non male come offesa sgarbata per uno che per un’ora ha insistito sulla stima e il rispetto verso il prof Zagrebelsky

A sua volta, il professor Zagrebelsky, a dimostrazione della differenza del discorso politico e costituzionale ha insistito sulle pericolose deformazioni della riforma: “La riforma ha diviso il Paese e creato un clima di tensione. Non si rende più semplice il sistema, si crea un Senato raffazzonato con una legge elettorale dei senatori difficilissima da approvare. Le promesse hanno un contenuto ma anche un valore demagogico. La riduzione dei costi è minima e la riduzione del numero dei parlamentari si poteva fare in modo diverso, si poteva fare molto di meglio, ci sono proposte in campo. Se viene approvata questa riforma per venti o trent’anni non avremo la possibilità di cambiare, se viene respinta si potranno fare cose più semplici”, ha infine sottolineato Zagrebelsky.

Il tweet fuori programma di Renzi è una sostanziale continuazione dell’atteggiamento tenuto per tutta la trasmissione dal premier. Sotto il velo del rispetto, si cela la presunzione sgarbata, l’oltraggio confezionato col sorriso, il vuoto culturale colmato con la demagogia. Ecco il testo: “Ringrazio il prof. Zagrebelsky per il confronto di stasera. Il quesito è chiaro, i cittadini decideranno #bastaunsi”.

Un caso su tutti di differenze sostanziali: la polemica sulle funzioni del nuovo Senato

D’altro canto, su un punto, quello della riforma del Senato, i due hanno finalmente duellato ad armi pari, alzando i toni fino ad un conflitto evidente. “I senatori hanno già un ‘munus’, un compito come sindaci o consiglieri Regionali” ha attaccato Zagrebelsky. “A loro vi si attribuisce un secondo ‘munus’. C’è un problema giuridico e pratico: questo Senato ha competenze immense affidate a chi lo fa per secondo lavoro”, ha proseguito. “Questo doppio mandato è di fatto impossibile da realizzare, non può funzionare. Sindaci e consiglieri regionali hanno l’obbligo di esercitare funzioni  come consiglieri e sindaci e hanno anche obbligo di frequentare il Senato”, ha osservato Zagrebelsky. “Funziona in tanti altri Stati”, ha replicato Renzi al quale, tuttavia, mancavano informazioni sul sistema di elezione delle Camere in Germania, Francia e Spagna. E infatti, ancora Zagrebelsky ha voluto precisare che “in Germania, ad esempio, i governatori dei Lander possono delegare dei loro colleghi ad essere presenti nel Bundesrat, dove non c’è obbligo di partecipazione”. E il confronto, ancora una volta è diventato aspro e ha trovato i due interlocutori su piani totalmente differenti. Con il premier che, ad un certo punto, vedendosi nuovamente interrotto ha affermato: “Il fatto che sia un autorevole professore non le consente di andare sulla voce non al premier, ma a un altro cittadino. E lei dice cose inesatte”, ha sottolineato Renzi che, poco prima, aveva dileggiato il professore: “vabbeh, io vado a fumare la sigaretta. Quando finite, mi chiamate”.

Che dire alla fine di questo confronto? Nessuno dei due ha vinto, o ha perso. La cifra linguistica televisiva impone purtroppo paradigmi che per le fortissime ragioni del No sono più faticosi da adottare. Il compito è meno arduo per chi invece è abituato a usare il dibattito pubblico come un tweet.

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