I funerali di Dario Fo sul sagrato del Duomo di Milano. Carlo Petrini: “pensarlo senza la politica è come un buon vino senza uva”. Jacopo: “Allegri bisogna stare”

I funerali di Dario Fo sul sagrato del Duomo di Milano. Carlo Petrini: “pensarlo senza la politica è come un buon vino senza uva”. Jacopo: “Allegri bisogna stare”

Musica con la banda degli Ottoni a scoppio che intonava “Bella Ciao” e canzoni, come “Stringimi forte i polsi dentro le mani tue” scritta da Dario Fo per Franca Rame, alla cerimonia laica in piazza Duomo per l’ultimo saluto al premio Nobel per la Letteratura scomparso giovedì scorso all’ospedale Sacco di Milano. Momenti di dolore e grande commozione quando sul palco sono intervenuti Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e il figlio Jacopo, ma anche di ricordo e di incitamento per il futuro che ci attende, “allegri bisogna stare”. La folla, circa un migliaio in piazza Duomo, nonostante il diluvio, ascolta in silenzio per poi esplodere in un “grazie Dario, grazie”.

“La regia di questa giornata è stata scritta da mio padre – spiega Jacopo – questo saluto è come lui lo ha voluto”, con le orazioni dell’amico di sempre, il compagno di tante battaglie Petrini, e del figlio Jacopo. Sul palco con loro c’era il sindaco di Milano Beppe Sala, ma anche quelli di Roma e Torino, Raggi e Appendino. Con loro anche Beppe Grillo, grande amico di Fo, Davide Casaleggio e il vice presidente della Camera Luigi Di Maio. E ancora, Carla Fracci e Stefano Benni. Tra la commozione emerge un ritratto di Fo, che non può dissociarsi da quello di Franca Rame. “Loro sono andati avanti nonostante tutto quello che gli hanno fatto, non hanno mai piegato la testa – dice Jacopo dal palco allestito davanti al Duomo -. E la gente che li ha colpiti ha perso, perché loro hanno avuto una vita straordinaria e piena d’amore”.

Un affetto tributato anche dalle migliaia di persone che ieri e questa mattina sono state alla camera ardente, tra cui anche Paolo Rossi e Roberto Saviano, che ha parlato dell’Italia come “paese ingrato” nei confronti di Fo. “Alla camera ardente ho incontrato tantissime persone che mi hanno raccontato episodi legati a mio padre e a mia madre” ricorda Jacopo, “lui sembrava distratto ma era capace di stare un’ora ad ascoltare una persona” che neanche conosceva.

Non era un padre che elargiva molti consigli ma uno al figlio Jacopo lo aveva dato: “Fai quel che vuoi che campi di più. Ma nel senso più alto del termine, cioè se hai un desiderio seguilo a tutti i costi”. “Il primo passo per cambiare le cose è iniziare a raccontarle” ha aggiunto Jacopo parlando dell’importanza della figura del ‘giullare’. “In quello che mio padre e mia madre hanno sempre fatto – ha proseguito – c’è un elemento costante, ci sono sempre persone senza alcuna possibilità, che lottano e che riescono a trovare una soluzione geniale che può rovesciare la situazione”. E infatti “Dario ha parlato agli umili della terra e gli umili lo hanno capito” ha osservato Carlo Petrini. Che fa una puntualizzazione per quanti in questi giorni hanno sottolineato la differenza tra l’artista, il genio e la politica. “Con tutto il rispetto – spiega Petrini – credo sia impossibile e non sia giusto. E bene lo sapevano quei sovvertiti dell’Accademia svedese che motivarono il Nobel con la frase ‘dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi’. Dobbiamo riaffermare con forza la simbiosi tra la sua arte e il suo impegno politico. Pensare a Dario senza politica è come un buon vino senza uva”.

Così come non si può pensare a Dario senza Franca. Jacopo parla sempre di tutti e due dal palco. “Sono sicuro che adesso mio padre e mia madre sono lì, insieme e si fanno delle grandi risate. Grazie compagni”. Si chiude con queste parole e con tanta commozione l’orazione civile di Jacopo Fo, che racconta gli ultimi mesi di vita del padre, quando a luglio seppe che la malattia non dava scampo. “Ma lui è riuscito a recitare il primo agosto facendo uno spettacolo di tre ore e finendo cantando. Quando ho chiamato il suo dottore, Poletti, mi ha detto ‘io sono ateo ma adesso credo nei miracoli'”. “L’arte, la passione e la solidarietà sono medicine – continua Jacopo – i medici dovrebbero prescriverle sulle ricette ‘dopo pranzo fare qualcosa per qualcun altro’. Noi siamo comunisti e atei ma mio padre non ha mai smesso di parlare con mia madre e di chiederle consigli – conclude – . Siamo anche un po’ animisti, non è credibile che una persona muoia per davvero, dai!”

Share

Leave a Reply