Vertice Ue a Bratislava. Torna l’egemonia franco-tedesca. Renzi non ci sta, ma viene spinto nell’angolo

Vertice Ue a Bratislava. Torna l’egemonia franco-tedesca. Renzi non ci sta, ma viene spinto nell’angolo

L’Unione Europea è in una situazione critica, aveva detto Angela Merkel al suo arrivo a Bratislava, per il vertice straordinario dei 27 paesi Ue, senza la Gran Bretagna. “Dobbiamo dimostrare coi nostri atti”, aveva detto Merkel, “che possiamo fare meglio, nel campo della sicurezza, della politica interna, nella lotta al terrorismo, nella cooperazione nel settore della difesa, così come nell’occupazione”. A sua volta, Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo sperava di riuscire a stemperare le tensioni con l’Ungheria, dopo che il ministro degli Esteri lussemburghese aveva chiesto di cacciare via dalla UE Budapest perché “tratta i profughi peggio degli animali”. L’Ungheria ha replicato duramente sostenendo che il Granducato è complice delle multinazionali che traggono profitto dal non pagare le tasse. Così, il presidente Tusk aveva annunciato che avrebbe fornito un’analisi “terribilmente onesta” dei problemi dell’Unione, dichiarando: “non siamo certo venuti a Bratislava per confortarci l’un l’altro o peggio per negare le sfide concrete che affrontiamo in questo particolare momento della storia, dopo il voto sulla Brexit”. E pertanto, ha aggiunto, “non possiamo mica dare inizio alle nostre discussioni nella convinzione che tutto vada bene. Dobbiamo rassicurare le nostre popolazioni che abbiamo imparato la lezione della Brexit”.

Evidentemente, qualcosa poi è andato storto nel corso del vertice. La frattura tra gli interessi nazionali di ciascun leader e gli interessi del continente sono emersi come una bomba a orologeria facendo esplodere tutte le grandi contraddizioni fin qui irrisolte. L’Ungheria ha sottoposto a referendum, tra quindici giorni, il piano di Juncker di rilocalizzazione dei migranti. Hollande si gioca tra qualche mese il secondo mandato presidenziale. Domenica si voterà nell’importante land di Berlino, altra prova del nove per la Merkel dopo la pesante sconfitta in Pomerania. E tra due mesi, il premier italiano si gioca faccia, prestigio e forse poltrona col referendum sulla riforma costituzionale. La Spagna continua a trascorrere mesi nella disintegrazione del quadro politico. Dinanzi a queste sciagure, i governi moderati o di destra dell’Europa dell’est hanno avuto buon gioco nel dettare la loro linea. I paesi occidentali sono invece rimasti sostanzialmente sulle medesime posizioni della vigilia, indicando nella Brexit il problema da risolvere, con forti elementi di contraddizione e contrapposizione in materia economica e di prospettive di crescita.

La frattura è stata consumata, e in risposta si è consolidato il patto franco-tedesco. Hollande e Merkel hanno di fatto imposto alla Commissione e al Consiglio la road map decisa a tavolino qualche giorno fa in Alta Savoia, dopo aver partecipato al farlocco e demagogico vertice di Ventotene in Italia. L’agenda europea la stanno dettando Parigi e Berlino, in un rinnovato asse che giudica perfino l’orizzonte politico e istituzionale degli altri paesi europei. In base a ciò è nato l’incidente diplomatico che ha portato il nostro premier Matteo Renzi a non partecipare alla conferenza stampa congiunta con Merkel e Hollande. Le distanze ormai tra Renzi e il duo Merkel e Hollande si erano fatte davvero troppo grandi. Renzi stesso parlando coi giornalisti ha ammesso di avere profondi difformità, nonostante i tentativi di gridare al mondo che l’Europa era ormai guidata da una troika, che avrebbe incluso l’Italia. L’impressione, di fatto, è che la decisione di Merkel e Hollande di allontanare Renzi dal centro decisionale europeo fosse basata sulla convinzione di una fragilità di Renzi e del suo governo, in gravissima difficoltà sul piano dei conti pubblici, in crisi di credibilità in Europa, e in bilico istituzionale per effetto del referendum di novembre, che potrebbe perdere. Un Renzi debole nella considerazione dei leader europei ha di fatto allontanato l’Italia dal centro decisionale dell’Europa, e l’ha resa non credibile agli occhi del mondo. Dinanzi a questa situazione, Renzi ha pensato bene di rilanciare, ma non era una partita a poker. Particolarmente diretto è stato l’attacco di Renzi al “fiscal compact”: “non ha futuro”, ha detto. E che non abbia funzionato, ha aggiunto, “non lo diciamo noi ma purtroppo i numeri: abbiamo bisogno di tornare a crescere e non è un problema solo italiano ma di tutta l’Europa”. L’Italia, ha ribadito, rispetta le regole: ma anche gli altri devono farlo. “Non sono polemico ma dico in modo chiaro e franco che le regole devono essere rispettate da tutti”, ha aggiunto riferendosi in particolare alla Germania: “la regola del surplus commerciale è sancita dalla Ue, non bisogna superare il 6% e invece da anni alcuni Paesi non lo rispettano”. Per rispettare queste regole, ha aggiunto, “dovrebbe investire 90 miliardi”.

È per questo che il tentativo di accelerare sull’integrazione e rilanciare il progetto d’integrazione europea, portato avanti dal presidente della Commissione Ue, e sostenuto da Renzi, contro gli interessi franco-tedeschi, per ora sembra non essere andato a segno. L’accordo unanime dei 27 su una roadmap da realizzare nei prossimi sei mesi, ossia entro il vertice che si terrà a Roma in occasione dei sessant’anni dei Trattati è stato scritto sotto dettatura in base alle decisioni assunte da Merkel e Hollande in Alta Savoia. Una maggiore cooperazione sulla difesa, che non vuol dire la creazione di un esercito Ue, era un tema su cui da sempre frenavano Regno Unito e Francia. Dopo la Brexit, e con Parigi che ha tolto le sue riserve, l’idea può essere portata avanti, anche nell’ottica di un eventuale disimpegno degli Stati Uniti nel vecchio continente.

“L’Europa – ha detto il presidente della Repubblica francese, Francois Hollande – deve essere in grado di difendersi. Se gli Usa si allontanano – ha aggiunto – dovremmo poter essere capaci di difenderci da soli”. Emergono invece differenze sostanziali su tutti gli altri temi, a cominciare dall’immigrazione. Il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, ha aperto ai paesi di Visegrad. Lo schema per la redistribuzione delle quote di migranti da Italia e Grecia tra gli stati membri dell’Ue, secondo Schulz “non sta funzionando. Sono fra quanti ritengono – ha detto – che una soluzione su base vincolante non funzioni, ma che sia necessaria una soluzione su base volontaria, più efficace”. Il piano annunciato nel 2015 dalla Commissione Ue prevedeva la redistribuzione di 160 mila migranti da Italia e Grecia nell’arco di due anni. Sul tema difesa, invece, si punta sull’implementazione della dichiarazione Ue-Nato e sul via libera, nel vertice di dicembre, a un piano comune a livello Ue.

La Commissione Ue nei mesi scorsi ha provato a rilanciare un approccio più comunitario, ma le divisioni tra gli stati nazionali rimangono ancora troppo forti. La visione che emerge dall’incontro di oggi è sintetizzata dal terzo capoverso della dichiarazione finale dell’incontro di oggi: “L’Ue non è perfetta ma è il migliore strumento che abbiamo per rispondere alle nuove sfide che stiamo affrontando”. Siamo lontani dagli Stati Uniti d’Europa.

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