Ue. Schiaffone a Renzi Matteo. Juncker a Berlino incontrerà Merkel e Hollande. Noi restiamo col cerino in mano. Cincischiamo con il Mise, il Mef, l’Istat, quasi fossero giocattoli

Ue. Schiaffone a Renzi Matteo. Juncker a Berlino incontrerà Merkel e Hollande. Noi restiamo col cerino in mano. Cincischiamo con il Mise, il Mef, l’Istat, quasi fossero giocattoli

Noi, o meglio loro, Renzi Matteo, il number one, Padoan Pier Carlo, ministro del  Mef, con l’aggiunta di un altro ministro, Carlo Calenda, titolare del Mise, arrivato da non molto, cincischiano. Spillano le carte come se giocassero una partita a poker.  Quando le calano, come se facessero sempre poker. Va tutto bene, l’Italia vince sempre. Ci pensa Renzi Matteo, specializzato in sceneggiate, invidioso del rapporto fra il presidente della Commissione Ue, Juncker, Merkel e Hollande, cui dedica scenate di gelosia e con lui il ministro per l’economia e la finanza, il Mef appunto, quello  del Mise, ministero per lo sviluppo economico.  Verrebbe voglia di  dire, richiamando una celebre opera lirica, questa o quella per me pari sono, ma non vogliamo importunare Giuseppe Verdi per vicende terrene, di basso profilo.

Bocche cucite a Palazzo Chigi sull’incontro in agenda settimanale della Commissione

Cincischiamo: è la parola giusta. Nel frattempo da Bruxelles arriva uno schiaffone per Renzi Matteo. Mercoledì il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker parteciperà con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande a una cena organizzata dallo European Round Table of Industrialist a Berlino. È la terza volta che l’Erti organizza questo evento annuale. L’incontro appare nell’agenda settimanale della Commissione europea che rende ufficiale la notizia. Non solo la cena ma, sopratutto – annuncia l’agenda –  un vertice a tre con Juncker, il cancelliere della Germania, Angela Merkel, e il presidente della Francia, Francois Hollande. I tre discuteranno dei temi dell’agenda dell’Unione, a seguito del vertice informale a ventisette di Bratislava. Mercoledì “volerà” a Berlino subito dopo il collegio dei Commissari dell’Ue. Allo stato non risulta alcun invito per Renzi e da Palazzo Chigi bocche cucite. A noi resta il cerino in mano.

Rivisto il Pil del 2015 cresciuto solo dello 0,7 e non dello 0,8. Sale la pressione fiscale

E noi,appunto, cincischiamo: Istat rende noto che nel 2015 il Pil è cresciuto solo dello 0,7 e non dello 0,8. Peggio di noi, dati Eurostat solo Finlandia e Grecia. Poi l’Istituto di statistica addolcisce la pillola: però – annuncia – nel 2014 il Pil era cresciuto di qualche decimale, sempre uno zero virgola qualcosa e quindi non eravamo in recessione. E giù respiri di sollievo, sempre il richiamo ai soliti gufi. Noi, ormai in Europa, siamo quelli dello “zero virgola”, a partire dal premier, il quale imperterrito continua a dire che le tasse sono diminuite. Istat, magari, se potesse lo accontenterebbe volentieri. Ma non c’è nessuna variazione in positivo per i contribuenti. Nel 2015 la pressione fiscale in rapporto al Pil si è attestata al 43,4%, invariata rispetto al dato del 2014, correggendo le stime di aprile scorso pari a 43,5% per il 2015 e a 43,6% per il 2014. Il ministro del Mef ha annunciato, se possibile, qualche taglio nel 2018.

Federconsumatori: il Paese si trova in una situazione drammatica

Federconsumatori afferma che “la situazione in cui si trova il nostro Paese è drammatica. I dati si rivelano in tutta la loro gravità se uniti alle recenti stime Ocse, secondo cui l’Italia crescerà dello +0,8% nel 2016 e nel 2017 (anch’esse sono stime riviste al ribasso). Tale andamento conferma quello che denunciamo da tempo: la crescita  ancora troppo incerta ed instabile, la vera ripresa  ancora lontana”.

Camusso e Barbagallo al governo: occorre un cambiamento di rotta

Camusso, segretario generale della Cgil, e Barbagallo, segretario generale della Uil, sulla base dei dati Istat trovano conferma nelle loro valutazioni negative sulla situazione del paese che continua a non dare segni di reali di crescita. Chiedono un cambiamento di rotta, una politica di reali investimenti, il lavoro al primo punto. Spostiamoci sul Mise, con il ministro Calenda che presenta il “Piano Industria4.0”. Bello il titolo, ma vuoto di contenuti. Solo ipotesi su possibili investimenti che nella realtà non trovano alcuna conferma, si fa conto sulla Unione europea. Il piano, o progetto, linee di progetto, come noi lo abbiamo definito non trovando di meglio, riscopre l’industria manifatturiera ma punta sulla innovazione, l’automazione completa. Forse sarebbe il caso di chiarire perché si rischia di mettere gli uni contro gli altri lavoratori “manifatturieri” che rischiano il posto e quei pochi che lo troveranno nella nuova industria.

I giornali amici del premier lo rassicurano: dalla Ue qualcosa arriverà. Bufale

È in questa situazione che Renzi ha un colpo di genio. Non sapendo a che santo votarsi per mettere in campo una legge di stabilità, legge di bilancio come si dice oggi, se la prende con la Commissione europea che non apre i cordoni della borsa. Juncker ci  ha fatto sapere che abbiamo già usufruito di 19 miliardi di flessibilità, altro non ci sarebbe per noi su questo versante. Renzi l’ha presa male, ha messo il broncio. Ha preso spunto dai problemi dei migranti, l’Europa non fa niente, noi abbiamo presentato un piano per intervenire in Africa, la riunione dei 27 paesi tenuta a Bratislava non ha deciso niente. Ha gridato “noi facciamo da soli”, non è stato invitato alla conferenza stampa tenuta da Merkel e Hollande. Se è vero che la Unione è ben lontana da una politica di sviluppo economico, se gli stati che aderiscono alla Ue si muovono ognuno per proprio conto, se una revisione dei patti e delle strutture è indispensabile,  è vietato fare le bizze. Mal ce ne incorre anche se qualche giornale amico assicura che, malgrado la facciata, fra Juncker e Renzi ci sarebbe una sorta di accordo segreto, aum aum, per non farci mancare quei miliardi necessari per la legge di bilancio, la realtà ci sembra molto dura. Il vertice a tre mercoledì a Berlino è un segnale non equivocabile. Anche se all’ultimo momento arrivasse un invito per il nostro premier, la frittata è ormai fatta.

Anche la Banca europea per gli investimenti degrada l’Italia

Altra notizia in una giornata che non torna buona per il nostro paese riguarda le decisioni prese dal Consiglio di Amministrazione della Banca Europea per gli Investimenti. Via libera a nuovi prestiti per 7,3 miliardi – riferiscono le agenzie di stampa –  in investimenti per infrastrutture strategiche, iniziative ambientali e progetti nel settore privato: di questi, 1,3 miliardi saranno destinati a sostenere nuovi investimenti fuori dall’Unione Europea. Al termine di due giorni di riunione a Malta per promuovere progetti in grado di attrarre gli investitori privati. I progetti approvati, con 2,8 miliardi di euro stanziati, prevedono prestiti da 2,2 miliardi per infrastrutture strategiche come l’ammodernamento dei collegamenti stradali in Lituania e Polonia, l’acquisto di nuovi treni passeggeri in Regno Unito, Belgio, Germania e Ucraina e la realizzazione di nuove scuole in Irlanda. Sul fronte energetico, il Cda ha approvato prestiti per più di 1,3 miliardi di euro per nuove centrali eoliche in Belgio e Grecia, piccoli impianti idroelettrici in Italia, e la costruzione di nuovi edifici a zero energia in Finlandia. Inoltre la Banca sosterrà  gli investimenti al settore privato erogati da banche locali e istituzioni finanziarie in Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Croazia e Malta. Non sono necessari commenti: l’Italia dovrà accontentarsi di investimenti per “piccoli impianti idroelettrici”. Se non è una offesa, poco ci manca.

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