Renzi: “Ogni volta che D’Alema dice no al referendum rafforza il sì”. Allora perché lui e i media lo attaccano sempre? Ora ce l’hanno anche con Guido Calvi. Sembra un cinepanettone

Renzi: “Ogni volta che D’Alema dice no al referendum rafforza il sì”. Allora perché lui e i media lo attaccano sempre? Ora ce l’hanno anche con Guido Calvi. Sembra un cinepanettone

Da quando Massimo D’Alema ha annunciato la nascita dei comitati del centrosinistra per il “No” nel referendum sulla riforma che cambia la Costituzione, commentatori politici, raffinati editorialisti, anche vignettisti di lungo corso, hanno aperto il fuoco nemico, sparano in particolare ex beneficiati da lui, ospiti pressoché fissi di qualche dibattito, si fa per dire, televisivo, scrivono articoli di fuoco sull’Unità, dopo averlo incensato quando grazie a “baffino” prendevano la paghetta. Di D’Alema scrivono peste e corna, lo accusano delle peggiori nefandezze commesse in Italia e all’estero. E con lui prendono di mira le personalità del mondo della politica, della cultura, dell’arte, fra cui Guido Calvi al quale viene affidata la presidenza del Comitato. Essi non sanno che scrivere contro di lui, salvo che non è un giovanottino, e sussurrano “ah, quello lì”, quasi si fosse macchiato di chissà quali spregevolezze, delitti. Sul “chi è” Guido Calvi torneremo dopo. Ripartiamo da D’Alema perché è, senza volerlo, protagonista surreale di una vera e propria comica all’italiana. Vediamo: lo stesso presidente del Consiglio gongola e si lascia andare al più sfrenato ottimismo sull’esito del referendum. A Porta a Porta, l’anticamera di Palazzo Chigi, fa sapere che è certo che vincerà il sì quindi il problema della sua permanenza alla presidenza del Consiglio non sussiste.

Il premier torna arrogante. Incita i media ad attaccare “baffino”. Lo show da Bruno Vespa

Torna arrogante, lo è sempre stato, malgrado i consigli di Napolitano, e fa sapere che sulle sue dimissioni in caso di vittoria del no, “non ci ho ripensato ma  non parlo più del mio futuro”. Insomma il Renzi buonista, quello che ora piace a Michele Santoro, niente a che vedere ovviamente con il suo ritorno in Rai, non esiste. E comincia la commedia all’italiana, peggio un cinepanettone di fine estate. È proprio Renzi Matteo che mette il sigillo, incita gli scriba al suo servizio, sul fatto che D’Alema “voterà no, aiuterà il sì”. Lo dice chiaro e forte a Bruno Vespa che sorride. Questo è il leit motiv suggerito dallo staff della comunicazione che occupa le stanze di Palazzo Chigi, che ogni giorno qualche bell’anima della comunicazione, carta stampata in primo luogo, suggerisce agli scriba. Quelli che hanno appuntamenti fissi con le tv, quella pubblica in particolare, ora che tornano i talk, quando pronunciano queste parola sogghignano e giù botte a D’Alema. Intanto i sondaggi, per quello che valgono, danno in testa il No. A questo punto ci viene spontanea una domanda: ma se ogni volta che D’Alema parla è un voto che dal  no trasmigra al sì che bisogno c’è di attaccarlo? Lasciatelo parlare, anzi fategli domande, incitatelo a dire sempre No. Continuate a dire che solo la nomenclatura comunista segue l’ex premier. Che “baffino”, la battuta è di Renzi, “si è innamorato di  Berlusconi”.

Bersani, anche lui vecchio comunista, accolto con cori da stadio alla festa nazionale dell’Unità a Catania

Nomenclatura comunista anche alla Festa nazionale dell’Unità di Catania dove  l’ex segretario dem, Pierluigi Bersani, è accolto – scrive Repubblica – con cori da stadio. Applausi scroscianti quando dice che l’apertura di Renzi alla modifica dell’Italicum, sempre nello studio di Porta a Porta, è “niente”, “fumo”. E riprendendo una sua vecchia battuta, “continuiamo a dare l’idea di pettinare le bambole”. Gli scriba hanno subito rilanciato le affermazioni del premier, “se ci sono i voti si può cambiare” con l’alter ego Boschi che si è affrettata a dire: “Sì a modifiche ma solo per migliorare l’Italicum”. La realtà è che Renzi non è la prima volta che “apre” sull’Italicum. Ma gli scriba sono di memoria corta e ogni cosa che il premier dice è una “novità”.

La storia politica del presidente del comitato del centrosinistra per il “No”

Torniamo così a Guido Calvi. Lui  addirittura viene dal Psiup se ben ricordiamo, peggio dei comunisti secondo gli scriba. Non credo abbia bisogno di alcuna difesa. Solo per dovere di cronaca diciamo chi è “quello lì”. Avvocato, docente universitario, membro del Consiglio superiore della Magistratura, senatore della Repubblica con la coalizione dell’Ulivo (1996), rieletto nel 2001 e nel 2006 con la lista dei Ds, ricoprendo fra gli altri, i ruoli di vicepresidente della prima commissione permanente “Affari Costituzionali”, membro del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa e presidente del Consiglio di garanzia. Professore universitario di Teoria del processo, autore di saggi sulla filosofia del diritto, su Kierkegaard e su Condorcet. Sempre i soliti scriba storcono la bocca quando parlano dei processi in cui  Calvi ha avuto un ruolo quasi avesse difeso i più incalliti delinquenti. Allora vediamoli da Wikipedia: insieme a Nino Marazzita, avvocato di parte civile nel processo per la morte di Pier Paolo Pasolini. Difese il prigioniero politico cileno Luis Corvalan, il perseguitato politico greco Alexandros Panagulis e, in Italia, assunse la difesa di Pietro Valpreda nel 1969 (ingiustamente additato come colpevole della Strage di Piazza Fontana) e quella delle parti civili nei processi per le stragi di piazza della Loggia a Brescia, della stazione di Bologna e del rapido 904 (antivigilia di Natale 1984). Ci fermiamo qui. Calvi non ha bisogno delle nostre difese. Ma per noi che lo conosciamo da tanti anni lo sentiamo come un dovere, un atto dovuto.

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