Renzi e lo staff immersi nel ridicolo. Con uno zero virgola risolti tutti i problemi economici. Il premier: 30 slide di favole. Indice Pmi: manifatturiero in crisi

Renzi e lo staff immersi nel ridicolo. Con uno zero virgola risolti tutti i problemi economici. Il premier: 30 slide di favole. Indice Pmi: manifatturiero in crisi

Forse Renzi e il suo staff sono così presuntuosi che non si rendono conto del  ridicolo, per non dire altro, che li sta sommergendo. Mentre tutti gli indicatori economici segnano tempesta, un cielo che più buio, pieno di nuvolacci neri che  più non si può, il premier attende con ansia i dati Istat sul Pil, la revisione del secondo trimestre. Gli basta, dopo la crescita zero, un segno positivo, anche un più 0,1 o 0,2. A stare alle previsioni fornite dall’indice PMI, che sta per Purchasing Managers’ Index, cioè indice dei direttori degli acquisti, ci sono poche speranze che ciò avvenga. I dati indicativi relativi al settore manifatturiero secondo le indagini su un campione di aziende molto rappresentativo, non segnano bel tempo, sono un “amaro  antipasto”, scrivono le agenzie di stampa. L’’indicatore Pmi sul settore manifatturiero è sceso come non accadeva dall’inizio del 2015 e – quel che pesa di più – è retrocesso nella fascia di “contrazione” dell’economia. Quello elaborato da Markit Economics è considerato uno degli indici più attendibili per anticipare le tendenze del settore privato: viene costruito inviando questionari ai responsabili degli acquisti delle aziende, che più di altri hanno il polso dell’economia reale. Nella rilevazione relativa ad agosto, l’indice Pmi italiano è scivolato ai minimi da venti mesi a quota 49,8 punti dai 51,2 precedenti. Nella nota mattutina, gli analisti di Intesa Sanpaolo si aspettavano un dato migliore con un calo solo marginale a 51 punti.

Entriamo in una fase di regressione economica. Pesante calo degli ordinativi alle aziende

Si tratta di decimali importanti, perché sotto la soglia di 50 punti significa entrare in una fase di regressione dell’economia. “A preoccupare le aziende italiane – afferma il rapporto Markit – è  il calo dei nuovi ordini, che non si vedeva da un anno e mezzo e che combina la debolezza della domanda sia sul mercato interno che su quello estero.” Comunque, pensare, come fa Renzi, di rimettere in sesto una barca che fa acqua da tutte le parti con qualche zero virgola, è impresa disperata, improponibile. Non lo diciamo solo noi, noti gufi. Per esempio la Repubblica, dopo aver relegato nelle pagine interne poche righe ai dati negativi, quasi a nasconderli, torna ad aprire il quotidiano con un titolo forte: “L’economia è ferma. Il governo cambia addio bonus lavoro. Giù l’occupazione e Palazzo Chigi rivede la strategia. Stop agli sgravi per assunzioni, c’è un piano produttività”.  A parte il fatto che l’economia non si ferma, non è un bus  e neppure un treno, a  fermarsi è la crescita, la  ripresa. Il titolo e poi l’articolo segnalano il fallimento delle politiche del governo.

Anche La Repubblica ammette che la crisi c’è e si vede. Crescita, prezzi, occupazione

L’autore dell’articolo, Ferdinando Giugliano, responsabile del settore economia,  ricorda, quasi una autoaccusa, “la frustata, la scossa,il bazooka” parole usate da media, “le metafore – dice per descrivere le iniziative dei mesi scorsi per rilanciare la ripresa italiana ed europea – non mancano. A latitare sono invece gli effetti di lungo periodo su crescita, prezzi e occupazione”. Non possiamo che dire, benvenuta l’autocritica. Nell’articolo si dice la verità sui dati relativi al mondo del lavoro, “calo degli occupati e un aumento degli inattivi – scrive Giugliano – un peggioramento significativo per i giovani”. Ancora: segnala che “siamo ancora in deflazione”. E pensare che i telegiornali della Rai hanno annunciato l’aumento degli occupati e che il tg3 intervista un funzionario di Banca Intesa San Paolo il quale sprizzava gioia da tutti i pori annunciando che i dati Istat erano il segnale della ripresa, indicavano un ottimo futuro.

Difficile mascherare il fallimento totale delle politiche del governo

La realtà è che resta difficile mascherare con un più 0,1 il fallimento totale delle politiche del governo. Un segnale chiaro viene direttamente da Palazzo Chigi che continua a diffondere progetti, piani di rilancio, un futuro da paese di bengodi se, appunto, scatta un numerino magico che accompagni lo zero. Già perché Renzi Matteo, guidato dai suoi “esperti economici”, la laurea alla Bocconi a volte gioca dei brutti scherzi, ha diffuso ben trenta slide, il responsabile di questo tipo di comunicazione è un tal Nicodemo, specializzato nella citazione di libri che si occupano di comunicazione via internet. Chiedo scusa ai miei dieci lettori per una divagazione.

Nannicini e Nicodemo sull’Unità vendono favole e fanno autogol

Il tal Nicodemo, in un articolo sull’Unità, solo quel povero giornale trattato come uno straccio poteva ospitarlo, scrive che la comunicazione di un politico è simile a quella di un padre che racconta favole a un  bambino. Deve farle apparire realtà. Torniamo alle slide  che renderanno Renzi il più grande favoliere. Si chiama  così chi racconta favole? Non importa. Oltre a Nicodemo ha un altro consigliere, Tommaso Nannicini, nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il braccio destro di Renzi Matteo. Anche lui ospitato dall’Unità, racconta favole. Fornisce un quadro relativo all’occupazione che è ben più di una favola. Decanta le doti del Jobs act, la legge più bella del mondo, che avrebbe  funzionato come meglio non si poteva, ha  prodotto significativi aumenti dei posti di lavoro, in particolare per i giovani. Forse ha scritto l’articolo prima dell’ultima rilevazione dell’Istat.

Il Jobs act non ha funzionato. La decontribuzione un regalo alle imprese

O forse è stato tenuto all’oscuro del fatto che  la decontribuzione prevista dal Jobs act per le assunzioni a tempo indeterminato, con eliminazione dell’odiato, da lui e dai suoi consimili, articolo 18 non ha funzionato tanto che non verrà riproposta e il governo sta preparando altri progetti, ne sforna uno al giorno. Non solo, nel suo elogio c’è rimasto lui e il ministro Poletti, preso dalla foga e dall’entusiasmo dice che il Jobs act “non è stato messo in campo per creare occupazione ma per rendere i contratti permanenti”. Insomma, si dia una regolata. La realtà è che il Jobs act non ha prodotto né l’una cosa né l’altra. Ne sanno qualcosa i giovani, coloro che vanno avanti a forza di voucher, i tanti precari. Non è un caso che in questa fase stia in silenzio il ministro Padoan il quale ha la responsabilità, guarda caso, alle prese con la legge di stabilità. Siamo in alto mare. La parola magica resta la “flessibilità” contando sulla benevolenza della Ue. Altra parola chiave, la produttività che vuol dire tutto o niente. O peggio dare un colpo alla contrattazione nazionale come chiede Confindustria, con il governo schierato dalla parte dei padroni che minaccia di intervenire per legge. Cgil, Cisl, Uil che hanno aperto il confronto con l’organizzazione degli imprenditori su alcune importanti tematiche sociali hanno ribadito la centralità della contrattazione nazionale.

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