Renzi chiude la Festa dell’Unità di Catania. Provoca, alza i toni, diventa rabbioso, e addita i nemici. Lui contro tutti. Ma lo stile non è da statista

Renzi chiude la Festa dell’Unità di Catania. Provoca, alza i toni, diventa rabbioso, e addita i nemici. Lui contro tutti. Ma lo stile non è da statista

Voleva la provocazione, e c’è riuscito, Matteo Renzi nel comizio di chiusura della Festa dell’Unità, a Catania. Nella storia del Pci, del Pds, dei Ds e del Pd, ovvero dal 1945 ad oggi, mai era accaduto che una Festa nazionale dell’Unità fosse celebrata più a sud di Napoli. E in fondo, nonostante tutto, questa festa catanese avrebbe potuto passare alla storia, negli annali della sinistra. Invece, dobbiamo constatare con amarezza che prima il segretario Renzi ha voluto trasformare una festa che per tradizione ospitava il dibattito pubblico, il confronto aperto e leale tra posizioni perfino molto distanti, anzi spesso lo ha promosso, in una kermesse modello Leopolda, nella quale l’accesso è riservato solo a chi accetta il pensiero unico, in vista del referendum costituzionale, la cui data continua ad essere misteriosa. Poi, l’ha utilizzata per insulti, attacchi, bugie, ragionamenti demagogici: il solito minestrone renziano. Ha usato il palco della festa nazionale dell’Unità di Catania per attaccare gli stessi compagni di partito di cui è segretario (non s’era mai visto un segretario che attaccasse con tale virulenza un iscritto al suo stesso partito, D’Alema). Lo ha usato per condannare tout court i grandi leader del passato, con una frase orrenda e da brivido: “rispetto i leader del passato ma non possono rubarci il futuro”. E infine, ha proseguito imperterrito nella costruzione del nemico, vecchio e nuovo, interno ed esterno, additandolo al pubblico ludibrio del suo partito, e attraverso la grancassa mediatica, all’intera opinione pubblica. Ci chiediamo non solo se questo sia lo stile che debba avere il segretario nazionale del più grande partito di centrosinistra d’Europa, ma ci chiediamo se questo debba essere lo stile di uno statista. Evidentemente, a Catania, alla prima festa nazionale in Sicilia nella storia italiana, Renzi ha dimostrato di non possedere né l’uno né l’altro.

La fida di Renzi all’interno del Pd

Disponibilità “totale” sull’Italicum ma nessuna resa a chi attraverso “risse continue” e “congressi permanenti” vuole trascinare il Pd “nella guerra del fango” delle correnti. Matteo Renzi ha fissato ‘le regole d’ingaggio’ per i prossimi mesi in vista del referendum costituzionale. Ha deluso quanti, all’interno della minoranza del partito, si aspettavano da lui un passo in avanti “concreto” sulla legge elettorale. “Siamo pronti a discutere. C’è bisogno che gli altri facciano le loro proposte, noi faremo le nostre”, si è limitato a dire. Nessuna trattativa vincolante sulla riforma, insomma, perché “non l’ho scritta per me” ma appartiene “alla storia del Pd”. Il premier prende di mira “il presidente emerito del Consiglio Massimo D’Alema”, che qualche settimana fa, dallo stesso palco di villa Bellini, non aveva usato toni teneri per il segretario e per il ddl Boschi. “Alcuni leader del passato – lo apostrofa – vorrebbero fregarci il futuro continuando con le divisioni interne, le risse, le polemiche di tutti i giorni. A loro diciamo che questa è la riforma del Pd, come lo era dell’Ulivo e del Pds”. Il premier si improvvisa poi imitatore e legge alcuni punti chiave del libro dell’ex segretario ‘Un paese normale’ (“È un libro che vi consiglio, perché è scritto da Velardi e Cuperlo. Loro scrivono bene, D’Alema ci ha solo messo la firma”, scherza). Superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, una camera delle regioni: “a me questo sembra un modello di governo più forte, più efficace. Ecco io la penso come Massimo D ‘Alema. Perché questa è la riforma della nostra storia, del nostro passato”, ribadisce. La resa dei conti interna, insomma, dovrà attendere. “Non consentirò che questo referendum si trasformi in una tappa del congresso. Il congresso del Pd, chi ha i voti lo vinca nelle sedi del Pd. Io ci sarò e aspetto anche loro”, è l’avvertimento. Nel 2017 – questa la data sin qui annunciata – ci sarà con ogni probabilità Roberto Speranza.

Roberto Speranza, minoranza, reagisce indignato: “Ora voto no”

Il leader della minoranza dem è in platea ad ascoltare il segretario. L’attesa di un’apertura, però, viene tradita. “Allo stato delle cose il mio voto al referendum è no – spiega ai cronisti quando Renzi è ancora nel retropalco a stringere le mani dei sostenitori Pd – Mi sarei aspettato qui a Catania maggiore coraggio e soprattutto un tentativo vero di abbassare i toni della polemica. Purtroppo così non è stato”. “Serve che il Pd e il suo leader assumano un’iniziativa pubblica e chiara che almeno oggi purtroppo non si è sentita” gli fa eco Gianni Cuperlo che avverte il segretario rispetto a “rischi concreti di rottura”. Il match sull’Italicum, in realtà, si aprirà all’indomani del pronunciamento della Corte costituzionale (in calendario per il prossimo 4 ottobre) ma il messaggio di Renzi è chiaro. Il referendum non riguarda la legge elettorale, la durata della legislatura, il futuro del premier né tantomeno il destino politico del segretario. Tra novembre e dicembre il bivio sarà tra “il futuro” e “la palude”. E in gioco c’è, quello sì, il destino di tutto il Pd.

La costruzione del nemico esterno: quelli del No nel referendum

Dall’altra parte del campo, secondo Renzi, c’è “la cultura antagonista” di chi sa solo “contestare e spaccare tutto”, e non ha in testa “il futuro dell’Italia”. Mentre il premier li evoca dal palco, i ‘contestatori’ sfilano a pochi metri dai giardini che ospitano la festa dell’Unità. Via Etnea è blindata e ingenti sono le misure di sicurezza (dall’elicottero che sorvola la città ai blindati di polizia e carabinieri, dai controlli a tappeto per chi accede alla ‘zona rossa’ agli agenti a cavallo che perlustrano la villa), ma alcuni ragazzi del centro sociale Anomalia di Palermo tentano di forzare i blocchi di sicurezza con una bomba carta e vengono bloccati a manganellate dalle forze dell’ordine. La situazione si risolve in pochi minuti, con alcuni contusi e due ragazzi fermati. Per rispondere a ‘gufi’ e contestatori Renzi mette sul tavolo tutte le riforme fatte: dal Jobs act alla scuola, dalla legge sul ‘dopo di noi’ alle unioni civili. Il premier chiede poi un “sacrificio” al Pd: nonostante “mesi di prese in giro, sfottò e accuse infamanti”, nonostante le lezioni sulla trasparenza di chi “doveva fare tutto in streaming ma deve aver finito i giga”, il segretario Pd chiede ai suoi di non attaccare Virginia Raggi: “Rispettiamo il voto dei romani, facciamo vedere che siamo diversi”.

Il corteo è arrivato davanti la villa Bellini mentre l’Associazione nazionale partigiani d’Italia sta tenendo un volantinaggio Lo slogan dell’Anpi è “votare no alla riforma costituzionale per contare di più”. Ieri per motivi di sicurezza non è stata autorizzata l’occupazione del suolo pubblico per un banchetto, e il provvedimento è stato notificato stamattina all’Anpi che ha effettuato il volantinaggio. “Diciamo no al referendum – ribadisce l’Anpi di Catania – per evitare il potere di pochi o di uno solo e contro questa Europa dei poteri forti che non ci piace”.

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