Riparte il confronto governo-sindacati. Tavoli tecnici sulle pensioni, poi la stretta. Le risorse disponibili? Un mistero. Pedretti (Spi Cgil): senza risposte certe pronti alla mobilitazione

Riparte il confronto governo-sindacati. Tavoli tecnici sulle pensioni, poi la stretta. Le risorse disponibili? Un mistero. Pedretti (Spi Cgil): senza risposte certe pronti alla mobilitazione

“Maratona pensioni, ultimo miglio verso il traguardo”: è quello che si augurano i sindacati dei pensionati. Ma ancora non si individua quale può essere il traguardo. O meglio se ci può essere un traguardo. Domani prende il via una “tre giorni” che dovrebbe essere decisiva. Si tratta di un incontro di carattere tecnico che proseguirà anche giovedì. Poi il 12 settembre il tavolo “politico” dove ognuno dovrà calare le carte. Dice Ivan Pedretti che “il governo ha parlato di risorse rilevanti, ma fino a quando non conosceremo l’entità dello stanziamento il nostro giudizio resta sospeso. Milioni di pensionati in Italia attendono risposte. Se non arriveranno, siamo pronti a mobilitarci”.

Per pensionandi e pensionati i sindacati giocano a carte scoperte

Cgil, Cisl, Uil e i sindacati dei pensionati Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp da molto tempo giocano a carte scoperte. Le misure in discussione riguardano pensionati e pensionandi. La manifestazione nazionale del 10 maggio, le tante iniziative a livello locale promosse dai sindacati, hanno messo a punto rivendicazioni molto chiare. Per i pensionati al tavolo di confronto o meglio ai tavoli tecnici, se così possiamo definirli, perché Renzi Matteo fa fatica a parlare di “trattativa” con le parti sociali, si tratta di una parola che non fa parte del suo vocabolario, le misure riguardano l’anticipo pensionistico, la flessibilità in uscita tanto discussa, i lavori usuranti, i lavoratori precoci, le ricongiunzioni onerose. Per i pensionati le rivendicazioni dei sindacati riguardano in particolare la rivalutazione delle pensioni, l’allargamento della platea dei beneficiari della quattordicesima e il completamento della no tax area.

Ancora l’Ape di Nannicini, un mutuo, non un prestito. Paghino comunque i lavoratori

Gli interlocutori da parte del governo sono il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, “mente” e braccio destro del premier. Costui è l’inventore dell’Ape, l’anticipo pensione che, di fatto, viene pagato dal lavoratore con un prestito ventennale erogato dall’Inps. Un mutuo? No, dicono i due, un prestito perché assicurato dall’Istituto di previdenza e non erogato da una banca. La realtà è un’altra: il lavoratore per venti anni deve pagare, mese su mese, la restituzione dell’anticipo pensione nella misura in cui verrò deciso. Ora, a rendere più ingarbugliata la situazione la mente fervida di Nannicini avrebbe studiato un marchingegno che prevede un anticipo, diciamo scaglionato, per andare in pensione. Per cui le rate del prestito verrebbero adeguate agli anni di anticipo che decidi. Comunque la si veda a noi pare una proposta che offende i lavoratori che per tutta una vita hanno pagato tasse, contributi e che si vedono costretti a chiedere un prestito per rimediare ad uno dei tanti errori della riforma Fornero.

Ogni giorno i ministri sfornano piani, progetti per la crescita. Istat prevede un futuro negativo

Ma non c’è solo l’Ape a pungere. Ogni giorno, ministri, sottosegretari, viceministri, si esercitano nel presentare piani, progetti, per la crescita. Trovano stampa e tv, quella pubblica in particolare, che questi “progetti”, solo chiacchiere da bar dello sport, ci scusino gli sportivi, rilanciano come se fossero fatti acquisiti, proposte già diventate leggi. La realtà, scrive l’Istat nella nota mensile, è data dal fatto che l’economia italiana “ha interrotto la fase di crescita, condizionata dal lato della domanda dal contributo negativo della componente interna e dal lato della offerta dalla caduta produttiva del settore industriale. L’indicatore anticipatore della economia rimane negativo a luglio, suggerendo per i prossimi mesi un proseguimento della fase di debolezza della economia italiana”. La politica economica del governo ora si basa su due “pilastri”, si fa per dire: la richiesta di flessibilità da parte della Commissione della Unione europea, e la detassazione degli aumenti salariali legati alla produttività per quanto riguarda la contrattazione di secondo livello. Un modo come un altro, subdolo, per colpire la contrattazione nazionale che riguarda la totalità dei lavoratori e non una piccola parte del mondo del lavoro costituito quasi al cento per cento da piccole e medie imprese. In questo modo il governo punta a fare cassa per chiudere la partita con i sindacati. Non è un caso che Renzi Matteo abbia raccolto applausi dal mondo imprenditoriale e della finanza nel recente workshop Ambrosetti, tenuto a Cernobbio.

Paletti ben saldi posti da Susanna Camusso che insiste per la patrimoniale

E non è un caso che Susanna Camusso abbia messo paletti ben saldi ponendo il problema di una patrimoniale, i redditi alti ovviamente, per dare corpo e agibilità alle proposte dei sindacati per la crescita e l’uguaglianza, per affrontare il problema pensioni. Decontribuzione sì, ha detto Camusso, ma per tutti gli aumenti derivanti dai contratti nazionali a partire da quelli del pubblico impiego, bloccati da sette anni. Da questo orecchio il governo pare non intendere. Anzi, lo stesso Renzi annuncia che per quanto riguarda il settore bancario bisogna dare una “sforbciata”, quasi i lavoratori fossero capelli. Ben 150 mila in dieci anni dovrebbero lasciare il settore. Poi dalla Cina dove ha fatto solo propaganda alla “bella Italia” e il G20, come prevedibile non ha deciso niente di interessante, anzi non ha proprio deciso, il documento finale era già stato scritto dagli sherpa, dicevamo di Renzi che ha fatto smentire da Palazzo Chigi e da qualche sottosegretario di passaggio, il taglio dei bancari. Non si trattava dei lavoratori ma dei dirigenti, amministratori e compagnia cantando. Ma davvero qualcuno può pensare che i quadri dirigenti delle banche siano 150 mila?

Il premier affonda nelle sua stesse acque, ha bisogno di promesse per un roseo futuro

La realtà è che Renzi sta affondando nelle sue stesse acque, nelle promesse di un prossimo futuro più che roseo. Ha bisogno per stare a galla, il referendum è diventato la sua ossessione, di mettere in campo qualche “bonus”. Da qui i progetti a raffica. Ma i tavoli aperti vanno chiusi. I sindacati hanno fatto i conti, hanno valutato il costo reale di interventi che rimettono in mota la crescita, affrontino il problema del lavoro, i giovani in primo luogo, i salari e le pensioni, la messa in sicurezza del nostro paese, la salvaguardia dell’ambiente, nuova linfa per l’edilizia in piena crisi. Progetti fasulli e legge di stabilità fanno a pugni con l’esigenza di chiudere positivamente il confronto con i sindacati. Non è un caso che ministri come Poletti e sottosegretari come Nannicini per non parlare di Padoan il quale deve mettere a punto la legge di stabilità e non sa da che parte cominciare. Crescita zero e deflazione: questi i segnali che la crisi si è accentuata, che le politiche del governo hanno fatto fallimento. I ministri sembrano dei dischi intaccati: ripetono che gli interventi previsti nella legge di stabilità saranno “rilevanti”, una parola che Poletti usa ogni giorno e viene resa nota dagli scriba. Ivan Pedretti ne ha ragioni da vendere quando afferma che “milioni di pensionati in Italia attendono risposte. Se non arriveranno, siamo pronti a mobilitarci”.

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