Napolitano sbaglia: il No nel referendum non è una guerra. Violato il diritto ad essere informati. Crisi economica: confronto governo- sindacati. Dramma dei licenziamenti. I media oscurano la Cgil

Napolitano sbaglia: il No nel referendum non è una guerra. Violato il diritto ad essere informati. Crisi economica: confronto governo- sindacati. Dramma dei licenziamenti. I media oscurano la Cgil

“Infuria una guerra sul referendum costituzionale”. Ormai è un “pallino” del Presidente emerito Giorgio Napolitano. Nel caso, verrebbe da chiedersi chi ha  messo l’elmo ed è sceso in guerra, novello Anselmo, non prode. In realtà non c’è alcuna guerra, ma la legittima aspirazione di chi, forze politiche, forze sociali, non condivide la riforma e vuol dire la sua e  non può dirla, non può farla conoscere ai cittadini che saranno chiamati a pronunciarsi con un voto perché i media, a partire dalla Rai, non svolgono il ruolo che dovrebbero avere in un paese  dove la comunicazione è elemento essenziale della democrazia. Questo vale non solo per quanto riguarda il referendum ma anche per la comunicazione politica, con particolare riferimento alla politica economica e sociale del governo in relazione alla legge di stabilità, ai progetti che ogni giorno vengono prospettati da Renzi Matteo, da questo o quel ministro, per affrontare la crisi in cui si trova ancora immerso il nostro Paese.

I progetti i annunciati dal premier per affrontare la crisi sono solo parole al vento

Referendum e  progetti fasulli, impegni che sono solo annunci, non sostenuti da alcuna possibilità di essere attuati, flessibilità come il toccasana per la crescita che non c’è, procedono di pari passo. Proprio lunedì dopo due tornate di incontri a livello tecnico, il governo riapre il tavolo politico incontrando  Cgil, Cisl, Uil. A quel tavolo dovranno essere forniti i numeri, le coperture dei tanti progetti annunciati fra i quali il contratto del pubblico impiego, le pensioni con la quattordicesima di cui si è parlato, la flessibilità in uscita, gli interventi contro la povertà, tanto per citare alcuni dei problemi in discussione. I media non potranno continuare a minimizzare la gravità della situazione del Paese, a nascondere i numeri della crisi. I dati diffusi dal ministero del Lavoro riportano in primo piano una questione che era scomparsa dalle cronache economiche e da quelle politiche: i licenziamenti di decine di migliaia di persone, un dramma per tante famiglie, una parola che era uscita dal vocabolario della lingua italiana. Già, c’è chi, come Repubblica ha relegato nelle pagine economiche la notizia, con un quasi invisibile richiamo in prima pagina. Non solo, ha trovato anche  un professore emerito in Sociologia del lavoro all’Università Bicocca, tal Emilio Reyneri, il quale dice: “Non mi sembrano dati terribili. Dato il contesto sono positivi”. Sposa la tesi del ministero del Lavoro, non ne avevamo dubbi, secondo cui “hanno sostituito le dimissioni in bianco”. Non solo, chi lo intervista gli chiede se “la discesa dei contratti stabili non sia un segnale negativo” e risponde: “Direi di no. Fra l’altro i dati coincidono con quelli dell’Istat”.

Renzi insiste: se vince il No conseguenze che potrebbero essere nefaste

Renzi per vincere il referendum punta tutto sulla politica dei “bonus”, qualche provvedimento che mascheri la crisi. E per mascherare la crisi attacca, paragona la eventuale vittoria del No a Brexit, l’uscita dalla Ue della Gran Bretagna. E parlando con i giornalisti da Atene lascia intendere che, senza parlare di sue dimissioni, con l’inevitabile passo indietro del governo, scrive l’inviato di Repubblica, “le conseguenze potrebbero essere nefaste”. Dal suo staff trapela una forte irritazione del premier per la posizione per il “no” nel referendum costituzionale assunta dalla Cgil, quasi sei milioni di iscritti, certamente non una organizzazione che fa sfoggio di estremismo, da sempre nei binari della Costituzione, ha invitato i suoi iscritti, le sue organizzazioni a partecipare al voto, ad organizzare in prima persona, senza aderire ad alcun comitato come è nella storia della Confederazione di Corso d’Italia, la campagna per respingere la cosiddetta riforma.  Ed ha indicato  ciò che non va nel testo sul quale sono chiamati a votare i cittadini. Un fatto importante. Proprio Repubblica, il quotidiano che ospita l’intervista di Napolitano, se non andiamo errati, ha  ignorato l’avvenimento. Non è un caso, ma un favore fatto a Renzi. Anche altri quotidiani, la Rai, hanno pressoché ignorato il fatto. Si sono limitati a poche righe annunciando che in una assemblea la Cgil aveva annunciato il no sottolineando che non ci sarebbero state manifestazioni. In realtà non è stata una qualsiasi assemblea ma l’Assemblea generale della Confederazione, più di trecento coloro che la compongono che rappresentano luoghi di lavoro, territori. Nel corso di questi ultimi mesi c’è stata una vera e propria consultazione, centinaia di assemblee, che hanno espresso un giudizio negativo, motivato, sulla legge .

Ora nessuno dei sostenitori del sì vuol prendere la paternità della legge

È singolare il fatto che stando a dichiarazioni ed interviste dei sostenitori del sì nessuno voglia prendere la paternità della legge. Renzi dice che è di Napolitano, lo segue Maria Elena Boschi, la ministra delle riforme. Napolitano  afferma che non è né sua né di Renzi.Una come la Finocchiaro presidente della Commissione del Senato afferma che se fosse dipeso da lei l’avrebbe fatta correggere dagli accademici della Crusca. Violante dice che voterà la legge ma si volta dall’altra parte. Parla di correzioni della legge elettorale ma dopo il referendum mentre il presidente emerito consiglia a Renzi di “promuovere una ricognizione tra le forze parlamentari per capire quale possa essere il terreno di incontro per apportare modifiche alle legge elettorale”. Renzi se la cava affermando che se ci sono i voti in Parlamento si può cambiare. Già, il Parlamento che, secondo Napolitano sarebbe l’autore della riforma. Proprio da lui abbiamo più volte sentito dire che le riforme che riguardano la Costituzione hanno bisogno di una larga maggioranza.  Bene, anzi male. Perché  questa riforma è stata approvata da poco più della metà dei senatori e dei deputati. Le Aule di Palazzo Madama e di Montecitorio semivuote, quasi deserte nel corso dei dibattiti, si popolavano, si fa per dire, al momento dei voti. I tre quarti dei  voti favorevoli da parte di un solo partito, il Pd, che conta 112 senatori e 300 deputati. Insomma un paese spaccato. È grave che una personalità della politica italiana di grande prestigio, sempre nell’intervista a Repubblica, attacchi i Comitati per il no che “non hanno avuto la forza di raggiungere il numero minimo per chiedere il referendum mentre le hanno raccolte i fautori del sì”. È grave perché ignora le diverse condizioni in cui hanno operato gli uni, quelli del sì sostenuti a tutto campo dai media, Rai in primo piano, e quelli del no relegati in spazi marginali. Si tratta di regole fondanti  della democrazia, che non è data solo dalla possibilità offerta ai cittadini di votare, ma anche dall’essere informati. Lo stesso Mattarella “informato” delle discriminazioni nei confronti dei  comitati per il No non ha dato alcun cenno di aver recepito la gravità della situazione. Democrazia significa uguaglianza sociale,  cultura, diritto al lavoro, come è scritto nella Costituzione. Costituzione che si può cambiare, ma in meglio. Non sfasciandola.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.