Labour. Corbyn stravince e convince. I grandi giornali italiani lo linciano, infastiditi dal successo dell’idea socialista

Labour. Corbyn stravince e convince. I grandi giornali italiani lo linciano, infastiditi dal successo dell’idea socialista

Strano destino quello dell’anziano socialista Jeremy Corbyn. Sabato ha frantumato una orrenda manovra di palazzo dei parlamentari laburisti neoblairiani che avrebbero voluto consegnarlo all’oblio, con una vittoria schiacciante di popolo, quasi un plebiscito, ottenuto soprattutto grazie ai giovani riuniti in quel movimento che hanno chiamato Momentum. Oggi, almeno nell’opinione pubblica italiana, di questa grande festa democratica laburista a Liverpool non vi è traccia. Anzi. Corbyn viene lanciato come un vero e proprio perdente, soprattutto dai quotidiani a larga tiratura. Possibile che i giornalisti italiani inviati a Liverpool abbiano fatto il tifo per Owen Smith, ex ministro ombra, avversario di Corbyn e neoblairiano convinto? Certo che sì, non solo possibile, ma vero. Cosa apprende il lettore italiano di quotidiani di quanto è accaduto davvero a Liverpool in questo fine settimana e della battaglia politica che si è consumata nel Labour? Il solo Manifesto riesce a dare una cronaca politica sostanzialmente vicina alla verità. Il resto è davvero propaganda, e in un caso perfino propaganda renziana.

Partiamo proprio dal Manifesto, che titola in prima pagina: “Guida a sinistra”. Bello il titolo e ottima la sintesi, che mette in rilievo le due opzioni che si sono combattute in questo congresso laburista di Liverpool, a un anno di distanza dall’assunzione della leadership da parte di Jeremy Corbyn. La conclusione del Manifesto, ancora una volta efficace, è che con questa vittoria, Corbyn “ha seppellito il blairismo”, riscoprendo i valori del socialismo e rilanciando il conflitto, su temi quali l’uguaglianza, le politiche anti austerità, il pacifismo. Ecco come Leonardo Clausi da Liverpool ce lo racconta: “il partito laburista cessa di essere quello che era diventato ormai da un buon ventennio, ossia il consiglio di amministrazione di un bieco esistente capace solo di riverniciarne le sozzerie anziché affrontarne veramente le cause”. Segue un acuto commento di Jeremy Gilbert, professore alla Est London: “è una storica sconfitta per la destra del partito, che lo ha dominato per quasi tutta la sua storia”. Il professore accusa inoltre il gruppo parlamentare di essere “aduso a un’epoca d’inattaccabile consenso neoliberista”. Difficile essere più chiari di così. La stessa sfida, destra e sinistra, blairiani neoliberisti contro socialisti cooperativi, viene raccontata e interpretata da molti quotidiani inglesi, tra i quali il Guardian, che traccia un elogio di Corbyn dal titolo molto eloquente “Se non sapete battere Corbyn, imparate da lui”, di Andrew Rawnsley, da quelli francesi, da Le Monde a Liberation perfino a Le Figaro, e dagli spagnoli El Mundo e soprattutto El Pais, che dedica a Corbyn un ritratto di socialista a tutto tondo, diverso dai leader socialisti europei. Nessuno di questi quotidiani si è sognato lontanamente di attaccare Corbyn sul piano personale, e neppure sul piano delle opzioni politiche. Anzi. Hanno esaltato due grandi qualità della vicenda: il carattere democratico della conferma di Corbyn (il 62% dei consensi contro il 38% di Smith), che azzera i sogni golpisti dei parlamentari blairiani, e la straordinaria capacità manifestata da Corbyn di tenere assieme più generazioni attorno ad un progetto politico condiviso. Come Sanders negli Stati Uniti, anche in Gran Bretagna, dopo la batosta del referendum sulla Brexit, un signore di 67 anni ha saputo tenere assieme passato e presente legandoli all’utopia socialista del futuro. Le nuove generazioni inglesi gli hanno creduto, e non si sono fatti abbindolare dall’ideologia dei ragionieri blairiani fautori della governabilità ad ogni costo, che ha generato però costi sociali elevatissimi.

Il riverbero di questo dibattito tra due visioni politiche, due opzioni differenti, e contrarie, è stato vissuto come un trauma in alcune redazioni italiche. E ce ne spiace davvero, perché hanno raccontato la vicenda a modo loro, e pro domo rentiana, per così dire. Partiamo dal Corriere della sera, che titola malignamente: “Il Labour sceglie l’opposizione perenne. Corbyn stravince il ballottaggio per la leadership: con lui il partito non sarà mai di governo”. Ora, al di là del fatto che Corbyn non ha rinunciato a governare, tanto da candidarsi contro Theresa May, attuale premier e futuribile candidata dei Conservatori, il punto sostanziale è che l’attuale leader laburista ha vinto esattamente su una diversa agenda di governo. Quel che manca in questa analisi dell’inviato del Corriere è la risposta alla domanda: “governare come e con quale programma?”, dimenticandosi di aggiungere che il fallimento del New Labour del blairismo, che tanto piacque a certa sinistra nostrana, fu caratterizzato proprio dal cedimento a politiche neoliberiste, che ne hanno inquinato l’identità socialista e popolare, e lo hanno trasformato in un partito compromissorio e del privilegio. L’inviato del Corriere così termina il suo articolo: “per ora il laburismo di Corbyn è un movimento di opposizione. Che si trasformi in un partito di governo è al momento uno scenario irrealizzabile”. Cioè, si contesta a Corbyn di aver voluto “guidare a sinistra” un partito che era deragliato a destra, di aver voluto conquistare il governo attraverso parole d’ordine socialiste e l’innalzamento del conflitto.

Più neutri e istituzionali i titoli della Stampa di Torino, che titola “Corbyn doma la rivolta. Il Labour è suo” (anche qui, l’equivoco di fondo è che si tratti di uomo solo al comando, e non è proprio vero) e del confindustriale Sole24ore, che però annuncia che “i blairiani sconfitti valutano l’ipotesi scissione”. Incredibile il Giornale di casa Berlusconi che titola: “Avanti con la linea vetero sindacalista. Il labour masochista sceglie l’uomo che non può vincere”. Ora, che un quotidiano della borghesia di destra milanese contesti al Labour uscito da questo congresso l’impossibilità di vincere, fa sorridere. E se avesse vinto il neoblairiano Smith avrebbero fatto un’apertura nove colonne? E poi ecco l’attacco personale. Corbyn viene definito “vecchio arnese del massimalismo”. Siamo convinti, invece, che il socialismo europeo abbia bisogno di tanti “vecchi arnesi massimalisti e vetero sindacalisti” per risollevarsi dalla fase critica in cui si trova, proprio per effetto di tante scelte di governo, in Italia, Francia, Germania, ad esempio.

Ma la palma della migliore rappresentazione falsa e ideologica di Corbyn va attribuita a Repubblica, che scomoda addirittura Anthony Giddens. Giddens è il teorico della cosiddetta “terza via” blairiana, sconfitta dalla storia e dai sudditi di sua maestà Elisabetta II. Ed ora, intervistato da Repubblica, si permette di pontificare sul futuro del Labour, con una cattiveria e una malignità inedite, forse vendicative, che però nascondono un preciso obiettivo. “Oggi il Labour somiglia a una setta”, dice Giddens a Repubblica, “a un movimento, più che a un partito aspirante a governare”, e “la rielezione di Jeremy Corbyn rischia di farlo scomparire”. Sarebbe gioco facile ribaltare questo assunto ricordando a Giddens che in epoca blairiana il partito laburista toccò il minimo storico di iscritti, mentre con Corbyn è diventato il più grande movimento socialista europeo. Ma il nostro prosegue imperterrito: “Definirsi solo come forza d’opposizione. Una volta al governo bisogna essere pragmatici, accettare compromessi, assumere responsabilità, ed è maledettamente più complicato” e – aggiunge – “in Italia il Movimento 5 Stelle sta sperimentando, a Roma, la differenza tra essere un movimento d’opposizione e governare”. La sinistra occidentale, osserva, ha “un grande lavoro da fare per riconquistare le posizioni di vent’anni fa, quando i progressisti erano la forza maggioritaria in Europa”. Si dice convinto che Hillary Clinton potrebbe “avviare un programma transnazionale coinvolgendo leader come Trudeau e Renzi. Il premier italiano può fare molto per rilanciare l’idea progressista”. Si osservi come alla parola socialista o sinistra venga sostituita la parola progressista che richiama altre epoche storiche, e come giunga al punto dolente quando parla del “pragmatismo” necessario per governare, dei “compromessi” necessari. Si governa come? Assumendo il “pragmatismo” (non certo la nobile scuola filosofica nordamericana, ben altra cosa) e “il compromesso” (immaginiamo col potere finanziario e industriale) come valori della governabilità. Se questo è il programma del nuovo progressismo mondiale, preferiamo di gran lunga il progetto di società uguale e solidale di Jeremy Corbyn.

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