La destra in crisi di leadership, tra spinte moderate (Parisi) e controspinte populiste (Salvini). Il Berlusconi silente

La destra in crisi di leadership, tra spinte moderate (Parisi) e controspinte populiste (Salvini). Il Berlusconi silente

Non sono ancora del tutto chiare le ragioni per le quali Berlusconi abbia incaricato Parisi di ricostituire il centrodestra. Per la verità, non è neppure chiaro se questo sia stato il mandato conferito al mancato sindaco di Milano. Men che meno è chiaro se Berlusconi continui a credervi ed intenda insistere su un investimento che ha suscitato più contrasti che consensi. Diciamo che ci ha provato. Più che la nomina del suo erede, forse Berlusconi pensava a una sorta di commissario ad acta. Come spesso capita quando ha le idee confuse, Berlusconi fa e non fa, dice e non dice, afferma e smentisce, registra gli esiti dei suoi carotaggi, e, se non sono brillanti, come appunto nel caso di Parisi, se ne sta in Sardegna a riflettere.

Ma lunedì sera era ad Arcore con Salvini, per tentare di ridare smalto alla tradizione delle cene con la Lega. Peraltro, i tempi sono cambiati. Da qualche anno il quasi ottantenne fondatore di Forza Italia (compirà gli anni il 29 settembre e non dubitiamo che sarà l’occasione per patetiche celebrazioni) non è più il dominus incontrastato della destra italiana. E già prima che arrivasse Grillo a erodergli parte dell’elettorato, le sue formazioni politiche, comunque le chiamasse, erano in nettissimo calo di consensi. Il punto è che Forza Italia non sembra avere un dopo Berlusconi: un dopo Berlusconi politicamente significativo, naturalmente. E, tramontata, almeno per ora, l’ipotesi dinastica incarnata da Marina Berlusconi, ogni movimento che il vecchio leader accenna incontra l’insofferenza della vecchia guardia, la resistenza della Forza Italia di governo (locale) e la dichiarata ostilità di quelli che dovrebbero essere i naturali (o storici) alleati di Berlusconi.

Se ne è avuta conferma anche dall’incontro con Salvini che, dopo avere sparato a palle incatenate contro la stessa storia della Lega e il mito del suo padre fondatore, non è certo andato ad Arcore a proporsi come portatore d’acqua. Lo si sapeva, ma, in attesa di qualche folgorazione o di qualche evento esterno che favorisca il recupero dei milioni di consensi volati via negli ultimi anni, Berlusconi ha la strada obbligata dei piccoli passi di prammatica. Forse il mandato a Parisi era qualcosa di più di un piccolo passo, ma l’esito della convention di Milano ha tolto i dubbi anche ai più ostinati ottimisti. La frase con la quale Berlusconi avrebbe commentato la performance di Parisi è sintomatica: “E’ bravo, ma non scalda il cuore”. Che nel lessico di un demagogo equivale a una specie di foglio di via. “Convention professorale” ha aggiunto. Insomma proprio quello di cui Forza Italia non ha bisogno. E sì che il tono e gli argomenti di Stefano Parisi avevano una valenza significativa, specie laddove, accantonando le urlate accuse di eversione, attaccava Renzi soprattutto sul terreno economico. Insomma, il commissario ad acta Stefano Parisi, sembra destinato a riordinare le carte, a sistemare qualche pendenza organizzativa, a fare squadra con Marina, con Confalonieri, con Valentini e gli altri della scuderia storica, ma il futuro di Forza Italia non porta il suo nome.

La strada della destra è ancora tutta da costruire. Toti vanta grandi successi politico-elettorali conseguiti quando e dove si ricostituisce il vecchio patto d’azione con la Lega, ma più che la vittoria in Liguria (dovuta essenzialmente alle divisioni nel campo della sinistra), ha ben pochi trofei da esibire. E, soprattutto, quanti come lui vedono possibile se non facile ricostituire il vecchio impianto, sembrano trascurare l’atteggiamento assolutamente indocile della Lega di Salvini. Fra le molte sparate demagogiche del leader della Lega al raduno di Pontida, una soprattutto dovrebbe far riflettere i cultori del vecchio rito: “Se qualcuno pensa che il futuro della Lega sia ancora quello di un partitino servo di qualcun altro, di Berlusconi o di Forza Italia, ha sbagliato a capire”. Dove quell’“ancora” suona non solo come damnatio del vecchio fondatore Umberto Bossi, che era presente ma ha fatto finta di non sentire, ma soprattutto come pietra tombale del progetto di alleanza fondata sul primato di Forza Italia (o comunque la voglia chiamare Berlusconi).

Ostili e sparpagliati, sembra essere la strategia di Salvini, che suscita perplessità anche in chi, come Fratelli d’Italia, ha sin qui mostrato la massima consonanza col credo dei padani. Né i sondaggi sembrano incoraggiare questa ringhiosa strategia salviniana che, anche dopo i pasticci dei grillini a Roma, le difficoltà economiche di Renzi e l’ondata populisto-xenofoba che non risparmia neppure Berlino, continua a veleggiare, in tutti i rilevamenti attorno all’11-12%, più o meno in linea con l’ex alleato di Arcore.

Il clima politico generale sembrerebbe favorevole, anche in Italia, a una cospicua avanzata delle forze più marcatamente antieuropeiste, eppure, almeno per ora, chi in Italia interpreta questa tendenza, non sembra trarne profitto; né appare in grado di federare uno schieramento che per l’opinione pubblica insoddisfatta si presenti più credibilmente del Movimento 5 Stelle. Il quale, dopo la non ancora conclusa vicenda romana, ha perso qualche decimo di punto non a favore delle altre forze di opposizione, ma paradossalmente di Renzi.

Nel campo berlusconiano, nella sempre più faticosa attesa che Berlusconi ritrovi la lucidità di una volta (lo farà forse quando soffierà sulle ottanta candeline della sua torta di compleanno) si sprecano gli intenti bellicosi, ma anche le carenze di prospettiva. La grande scommessa è ora sul referendum: qui tutti puntano alla sconfitta di Renzi come alla fine del governo. Ipotesi non impossibile, certo, ma che non rivela alcun dopo, visto che nel campo di Agramante si continua a litigare. Le ultime amministrative hanno registrato un pesante arretramento del pd, grazie soprattutto ai ballottaggi ove il voto della destra è compattamente confluito sul grillino di turno. Ma un conto è eleggere un sindaco, un altro è governare il paese. E non è affatto detto che l’Italicum del doppio turno resti in piedi.

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