Il Jobs Act non funziona, lo dicono i numeri

Il Jobs Act non funziona, lo dicono i numeri

Ormai siamo al gioco delle tre carte dove vince sempre chi tiene il banco. Renzi Matteo esulta ed esibisce dati  ufficiali Istat secondo cui nel secondo trimestre 2016 si registra un più 189 mila posti di lavoro. Dimentica che a luglio c’è stata una riduzione di 63 mila posti di lavoro. Non solo. Non sono una invenzione dei gufi la crescita zero, la deflazione, la stagnazione dei consumi, la produzione manifatturiera che va indietro come i gamberi. Ancora: è vero che stante i dati Istat il tasso di occupazione sale di 0,5 punti, 0,8 per i 15-34 enni, 0,6 per i 50-64enni. Ma i dati vanno scorporati e si vedrà che, tenendo sempre conto che si tratta di zeri più qualche decimale, i dipendenti a tempo indeterminato crescono solo dello 0,3% (46 mila), mentre quelli a termine del 3,2% (76 mila) e gli autonomi dell’1,2%( 68 mila).  Non solo, fra i lavoratori a tempo indeterminato vi sono non nuovi lavoratori ma solo i passaggi dai contratti a termine che  comunque crescono. La riprova del fallimento del jobs act.

“Non esiste alcuna statistica che dimostri che il Jobs Act abbia funzionato”. A dirlo è Riccardo Sanna, responsabile dell’Area delle politiche economiche e di sviluppo della Cgil nazionale, commentando i dati sul mercato del lavoro diffusi oggi (lunedì 12 settembre) dall’Istat e relativi al secondo trimestre 2016. “Rilevazioni già superate da quelle non positive di luglio, che vedono gli occupati di nuovo in calo, ma anche stando ai dati diffusi oggi l’apparente ripresa della domanda interna si è già esaurita” spiega Sanna: “Serve una terapia shock rivolta innanzitutto alle maggiori emergenze sociali: disoccupazione giovanile e femminile”.

L’economista Cgil ricorda che “sono stati spesi oltre sei miliardi di incentivi fiscali e contributivi nel 2015, e appena ne è stata prevista una riduzione si è registrata un’inversione di tendenza: nel secondo trimestre 2016 il numero dei nuovi lavoratori a tempo indeterminato, senza calcolare le trasformazioni contrattuali, è inferiore a quello dei nuovi occupati a termine e indipendenti”. Come si evince dalla “lettura integrata” dei dati Istat, prosegue il dirigente sindacale, ciò “induce le imprese a non investire, ad assumere occupazione precaria e ad aumentare le ore effettivamente lavorate”.

A preoccupare la Cgil è anche il tasso di disoccupazione, che come sottolinea Sanna  “è ancora doppio rispetto al livello del 2007 e comunque molto al di sopra dei principali paesi industrializzati. E la vera emergenza sociale resta la disoccupazione giovanile”. In conclusione, Sanna rileva che “per interpretare in modo onesto i dati il governo dovrebbe confrontare le recenti rilevazioni non solo con gli ultimi #trentamesi, ma con i livelli precedenti alla crisi, e considerare gli obiettivi di crescita e occupazione che il Paese potrebbe potenzialmente raggiungere, ma che ancora appaiono molto lontani”.

La Cgil ritiene che la vera ripresa dei livelli di crescita e di occupazione pre-crisi e un nuovo modello di sviluppo siano “obiettivi plausibili e raggiungibili in breve termine”. Come? Lo illustrerà in un’iniziativa in programma per domani (martedì 13 settembre, ore 9.45, corso d’Italia 25) nel corso della quale presenterà un Piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile, rilanciando così il suo Piano del lavoro in vista della Legge di stabilità.

Al dibattito, presieduto da Gaetano Sateriale, coordinatore del Piano del lavoro Cgil, interverranno Danilo Barbi (segretario confederale Cgil), Roberto Artoni (professore di Economia all’università Bocconi), Maurizio Franzini (professore di Economia all’università La Sapienza di Roma), Laura Pennacchi (coordinatrice del Forum economia della Cgil), Riccardo Realfonzo (professore di Economia all’università del Sannio). Conclude il segretario generale della Cgil Susanna Camusso.

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