Grillo naviga a vista. Senza cultura e pensiero politico si sbatte contro gli scogli. O cambia oppure Roma e l’Italia pagheranno un prezzo altissimo

Grillo naviga a vista. Senza cultura e pensiero politico si sbatte contro gli scogli. O cambia oppure Roma e l’Italia pagheranno un prezzo altissimo

“I media italiani sono l’oppio dei popoli, nascondono la verità per rassicurarvi mentre morite lentamente”, scrive Beppe Grillo in un post intitolato ‘più licenziamenti meno assunzioni”, lasciando al leader dell’Adusbef, Elio Lannutti, il compito di motivare la scelta di negare la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024. Beppe Grillo compone una parafrasi della celebre frase di Carlo Marx, per il quale l’oppio dei popoli è la religione, ma la sostanza e la denuncia sono le medesime: i media, come la religione, utilizzano la credulità popolare per favorire una sorta di pensiero unico dettato dal potere. Fin qui, si potrebbe essere perfino d’accordo con Grillo, ma ci sono nelle sue parole tutti gli elementi che concorrono a definire lo stato confusionale in cui, purtroppo, è crollato il Movimento5Stelle dopo la morte di Gianroberto Casaleggio, l’ubriacatura da vittoria nelle recenti elezioni comunali e le stupefacenti vicende del Comune di Roma.

Grillo non ce ne voglia, ma c’è una discrasia temporale tra il racconto mediatico del caso Campidoglio e la obbligatoria rilevazione pubblica dei dati sull’occupazione. Diciamo la verità, è dal momento stesso in cui Virginia Raggi ha giurato nella sua qualità di sindaco di Roma, che sono cominciati i problemi all’interno del Movimento romano e nazionale, mentre la comunicazione obbligatoria da parte del Ministero del Lavoro è avvenuta il 9 settembre, due mesi dopo. Inoltre, l’opposizione al Jobs act e le molteplici denunce sull’uso smodato dei voucher e del lavoro precario sono state affermate in dozzine di occasioni da organizzazioni sindacali, la Cgil in testa, e da altri partiti dell’opposizione, come Sinistra italiana. En passant, ricordo a noi stessi, e a Beppe Grillo, che proprio il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha contestato al governo non solo l’uso di comodo delle cifre, ma soprattutto il regalo di 18 miliardi di euro concessi alle aziende, attraverso il meccanismo della decontribuzione, per creare poche migliaia di posti di lavoro. Ci si chiede dove fosse Grillo quando altri denunciavano il Jobs Act, e organizzavano manifestazioni e proteste. Ora, quel post ha tutto il sapore strumentale di nascondere, a sua volta, la realtà interna al movimento, costruendo un nuovo nemico, oltre a Renzi, i media quali “oppio dei popoli”.

Parafrasare Carlo Marx per difendere una pessima prestazione del movimento nella vicenda romana sembra davvero un’altra battuta che non fa ridere, non fa sorridere, ed è perfino offensiva, non solo perché non viene citata la fonte (si vergognava di Marx?) ma soprattutto perché è il sintomo di quella pericolosa ideologia che va diffondendosi sempre di più, di chi vuole tutti schierati come tifosi, o da una parte o dall’altra. In questo, Grillo e Renzi sono identici, e, forse non lo sanno, ma rispettano pienamente certe riflessioni del filosofo della politica Carl Schmitt, sull’uso dell’ideologia amico-nemico in politica. Grillo radicalizza esattamente come Renzi radicalizza, nella convinzione che la radicalizzazione dello scontro, che l’ideologia del “sei con me o contro di me”, porti alla conquista del consenso. Se Grillo avesse letto Marx, o Lenin, avrebbe invece scoperto che le forme della radicalizzazione, il giacobinismo forcaiolo, il giustizialismo, la creazione del nemico, portano inevitabilmente all’autoritarismo, interno ed esterno ai movimenti, e sono il frutto di una “malattia infantile”, come avrebbe giustamente detto Lenin.

Com’è potuto accadere? Una risposta possibile risiede nel convincimento antipolitico e antistorico che l’epoca delle grandi ideologie sia terminata. La destra e la sinistra non esistono più, e tutti i politici sono uguali, corrotti, magna magna, privilegiati. Perciò, molto meglio fare riferimento ad una fantomatica società civile contrapposta alla società politica. E tutto ciò viene detto senza elaborazione, senza pensiero, senza riflessione. Lo dice il capo. È così e basta. Con la fine delle ideologie chiunque può entrare in politica, diventare parlamentare, o sindaco. La storia personale di appartenenze politiche, le esperienze politiche non fanno parte del “curriculum”, anzi se non ci sono è meglio. È l’esaltazione antipolitica, nefasta, pericolosa, della cosa pubblica governata senza la politica, ma dalla tecnica, non importa se giuridica o ingegneristica, o economicistica. Questa ideologia dell’antipolitica prevede dunque che le istituzioni pubbliche possano essere governate senza esperienza politica, senza la formazione dei gruppi dirigenti, nella convinzione che una presunta onestà possa essere sufficiente a superare ogni ostacolo nel governo di un paese, di una metropoli, di una città.

Grillo fa la parafrasi di Marx quando gli conviene, ma se l’avesse letto davvero il suo movimento avrebbe compiuto notevoli progressi, proprio a cominciare dalla qualità della formazione dei suoi gruppi dirigenti. L’assenza della politica e il cedimento alla tecnica amministrativa producono mostri, soprattutto all’interno del movimento chiamato a governare. La faida tutta interna al Movimento5stelle, romano e nazionale, si spiega proprio per l’errore di aver generato quei mostri. Assessori e collaboratori selezionati non in base ad una generosa idea politica condivisa di trasformazione positiva della metropoli, non in base ad un dibattito pubblico il più possibile largo, non in base ad un progetto precedente di formazione della classe dirigente, ma sulla base di una presunta specializzazione tecnica, come se un Paese, una regione, una città fossero delle aziende, in cui il lavoro viene parcellizzato in virtù di “competenze”. Questo convincimento antipolitico è il vero oppio dei popoli, ed è all’origine delle faide interne al movimento, che purtroppo tanti mali stanno generando per Roma Capitale. Una classe politica all’altezza della sfida, un gruppo dirigente responsabile e politicamente formato, non avrebbe certo fatto inorridire l’opinione pubblica col disvelamento di messaggini telefonici e mail elettroniche nei quali ci si interrogava su un avviso di garanzia. Parlamentari della Repubblica, tra i quali il vicepresidente della Camera, sono stati protagonisti di un episodio che altrove ne avrebbe determinato la richiesta di dimissioni. Come è possibile che un messaggino telefonico e una mail del vicepresidente della Camera vengano consegnati alla stampa? E se si fosse trattato di questioni ben più rilevanti, come la sicurezza pubblica? Qual è il rispetto per gli organi istituzionali manifestato da chi ha materialmente consegnato, evidentemente dall’interno del movimento, copia di messaggi privati alla stampa? Ora dicono che i media sono “oppio dei popoli”, ma non rispondono agli interrogativi centrali che la vicenda romana pone.

Com’è potuto accadere? Una seconda risposta possibile è che proprio l’assenza di visione politica, di formazione politica e di elaborazione politica, abbia determinato l’implosione di un movimento verticistico, leaderistico, gerarchico. La legittimazione dei gruppi dirigenti avviene per investitura, piuttosto che per consenso diretto. La nomina appartiene al capo, che detiene i diritti del marchio. È feudalesimo allo stato puro, e la dimostrazione di una strampalata idea della democrazia interna. In questa situazione di assenza di regole democratiche e di legittimazione democratica prendono corpo i fantasmi dei tradimenti, delle apostasie, delle guerre intestine, e le cacciate, le gogne pubbliche, la messa al bando degli eretici. Purtroppo, il Movimento5stelle possiede questo difetto, enorme, originario. La vicenda romana è scoppiata proprio per effetto della strategia ideologica che ha portato il Movimento al successo, nel 2013 alle elezioni politiche, e nel 2016 alle elezioni comunali. E gli effetti, purtroppo, si vedono, si sentono, e non solo a Roma, ma ovunque governino.

Share

Leave a Reply