Fisac Cgil, la violenza sulle donne in un silenzio assordante

Fisac Cgil, la violenza sulle donne in un silenzio assordante

Non sono casi isolati, ma di orrori che fanno parte delle radici della nostra cultura, legata a stereotipi, pregiudizi di genere e a differenze di potere, a una visione della donna come essere inferiore da sottomettere.Pubblichiamo di seguito una denuncia dell’Esecutivo nazionale donne della Fisac, che prende spunto dalla terribile vicenda di Melito di Porto Salvo (Rc), dove una bambina di 13 anni è stata vittima di stupri per tre anni consecutivi da parte di un “branco” composto da sette giovani.

Melito di Porto Salvo, Reggio Calabria. Il Procuratore Federico Cafiero De Raho il 2 settembre ordina l’arresto di 7 giovani con l’accusa di violenza sessuale di gruppo aggravata. La vittima è solo una bambina che alla data della violenza aveva 13 anni, pesava 40 kg ed era alta 1.55. Una bambina che quel branco di animali aspettavano davanti alla scuola per poi portarla in luoghi appartatati e violentarla a turno. Non una, non due, non tre volte ma per 3 anni consecutivi.

Orrore perché gli stupratori sono il figlio di un boss della ‘ndrangheta, il fratello di un poliziotto, il figlio di un maresciallo, a conferma, ahimé, che la cultura dello stupro si annida ovunque, senza confini e distinzioni. Orrore perché in paese quasi tutti sapevano, correva voce. Lo sapeva il poliziotto. Lo sapeva persino la madre. “Un giorno a scuola la mia professoressa d’italiano ci dà un tema dove dovevamo parlare del ruolo che avevano avuto i nostri genitori nella nostra vita. E io che nonostante non abbia detto niente per proteggere anche loro ero arrabbiata perché comunque loro non se ne sono mai accorti di niente. Di giorno in giorno non se ne sono accorti proprio di niente. (…) come fai a non accorgertene che tua figlia sta attraversando un periodo difficile, una difficoltà, niente completamente”. Sono queste le parole che la bambina riferisce alla psicologa.

Orrore perché, in questo contesto di mafia e violenza, ha vinto ancora una volta l’omertà. Secondo il sacerdote Domenico De Biase “Sono tutte vittime, anche i ragazzi. E poi, io credo che certe volte il silenzio sia la risposta più eloquente” . Orrore perché si sono invertiti i ruoli: è la bambina che difende e protegge i genitori non raccontando nulla sulle violenze e non la famiglia a proteggere la propria figlia abusata e violentata per anni. Non c’è ascolto, non c’è cura, non c’è protezione. Orrore perché “se l’è cercata”, era una ragazzina “movimentata”. Il parroco Benvenuto Malara riferisce che “purtroppo corre voce che questo non sia un caso isolato. C’è molta prostituzione in paese“. Cosa ha a che fare la prostituzione con una bambina di 13 anni violentata da un branco? Ogni volta che una donna, in questo caso una ragazzina, denuncia una violenza, immediatamente viene sottoposta a un processo e da vittima diventa colpevole, responsabile di aver “provocato” l’abuso. Al posto della condanna della violenza c’è la solidarietà agli stupratori.

Orrore perché alla fiaccolata organizzata a Melito per esprimere solidarietà alla ragazza e richiamare l’attenzione delle istituzioni, che hanno il dovere di difendere la legalità e la dignità, su 14.000 abitanti del paese, si sono presentati in solo 400, molti dei quali provenienti dai paesi limitrofi. La violenza perpetrata a Melito Porto Salvo non è un orrore isolato o legato a un Sud arretrato e soggiogato dalla mafia. La cultura dello stupro, la paura e l’indifferenza, purtroppo, non hanno confini e la violenza assume tante forme, dalla violenza verbale, alle battute offensive, alle occhiate maliziose, alle “pacche sul sedere”. Dai gesti apparentemente più innocui al femminicidio c’è un filo sottile ma robustissimo, una matrice comune, una visione maschilista e proprietaria che considera il corpo della donna un oggetto da possedere.

L’idea di una violenza sessuale “legittima” o per lo meno “giustificabile” fa parte delle radici della nostra cultura, legata a stereotipi e pregiudizi di genere, a differenze di potere, a una visione della donna come essere inferiore da sottomettere. Una cultura che non ci fa percepire la violenza nella sua reale portata e che si alimenta di un senso di impunità diffusa, di sfiducia nel sistema giudiziario. Per fermare questo orrore, per smantellare tutti gli alibi alla violenza, occorre demolire questa cultura e costruirne una diversa. Serve un lavoro di prevenzione insegnando nelle scuole -alle donne e a agli uomini di domani – il rispetto dell’altro, anche e soprattutto se diverso da sé, il riconoscimento del valore di ogni essere umano, la decostruzione degli stereotipi che condizionano le relazioni tra diversi (e in primis tra uomini e donne) minandone i rapporti e costruendo le basi per l’emarginazione e la violenza. Serve attenzione al linguaggio, al valore evocativo delle parole, al ruolo dei mass media, e una legislazione adeguata a contrastare questi fenomeni. Occorre vincere il peggiore dei mali: l’indifferenza che genera quel silenzio assordante che non vogliamo più sentire.

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