Considerazioni inattuali su cyberbullismo e Internet, dopo alcuni casi di cronaca. Solo un dio può ancora salvarci?

Considerazioni inattuali su cyberbullismo e Internet, dopo alcuni casi di cronaca. Solo un dio può ancora salvarci?

Martedì 20 settembre riprende nell’Aula della Camera dei deputati la discussione sul disegno di legge sul cyberbullismo, già votato all’unanimità in Senato. Alla luce di quanto sta emergendo nella cronaca di questi giorni, la vicenda di questo disegno di legge ha dell’incredibile (e contraddice il premier quando sostiene che una Camera soltanto può bastare a velocizzare l’iter delle leggi). La proposta di legge, di cui è prima firmataria la senatrice Pd Elena Ferrara, ex insegnante di musica di Carolina Picchio, la studentessa novarese suicidatasi a 14 anni perché non riusciva più a sostenere gli atti di  bullismo, viene trasmessa alla Camera il 15 maggio del 2015. Viene abbinata ad altri disegni di legge già presentati alla Camera. La discussione in Commissione inizia il 25 giugno del 2015 e si conclude l’8 settembre del 2016. Finalmente arriva in Aula per il voto definitivo, si spera. Poi, siccome sono state apportate modifiche, tornerà al Senato per diventare legge dello Stato. I deputati hanno trattenuto una legge così importante per più di un anno e mezzo, a testimonianza del fatto che la durata della discussione di un progetto di legge non è una questione tecnica ma eminentemente politica.

Cosa ne pensa il segretario del Partito democratico? Durante tutto questo tempo, i deputati della maggioranza hanno lavorato per cambiare in profondità la buona legge sul cyberbullismo approvata dal Senato, al punto che la senatrice Ferrara, la prima firmataria del documento, non perde tempo a manifestare il suo disappunto per l’inutile stravolgimento che è stato effettuato, e parla esplicitamente di una legge ormai quasi inutilizzabile. Inoltre, contro questo palese stravolgimento operato dai deputati della maggioranza, si lancia un vero e proprio allarme sociale attraverso un hashtag, #nocensuranobullismo. Una legge saggia, costruita per tutelare i minori, puntando soprattutto su prevenzione e alfabetizzazione, dai fenomeni di bullismo in Rete, diventa altra cosa, perché inasprisce le pene e soprattutto viene allargata al mondo degli adulti, attraverso la formulazione di un nuovo reato, lo stalking digitale. Ecco come i deputati lo hanno introdotto: “La pena è della reclusione da uno a sei anni se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici. La stessa pena si applica se il fatto è commesso utilizzando tali strumenti mediante la sostituzione della propria all’altrui persona e l’invio di messaggi o la divulgazione di testi o immagini, ovvero mediante la diffusione di dati sensibili, immagini o informazioni private, carpiti attraverso artifici, raggiri o minacce o comunque detenuti, o ancora mediante la realizzazione o divulgazione di documenti contenenti la registrazione di fatti di violenza e di minaccia”. Al di là della evidente oscurità semantica del testo legislativo, non si capisce cosa si voglia ottenere, a differenza della chiarezza con la quale il testo era uscito dal Senato. Insomma, una legge pensata, calibrata, organizzata, elaborata col contributo di tanti esperti, licenziata dal Senato con il fine di tutelare i minori, senza ledere né i loro diritti, né la loro libertà, ma intervenendo recuperando gli eventuali protagonisti negativi attraverso azioni educative, diventa non solo repressiva, ma confusa negli obiettivi.

La vicenda incresciosa di questa proposta di legge è utile per capire come i legislatori abbiano sottovalutato la fenomenologia del bullismo e del cyberbullismo. In un’intervista al Giornale di Sicilia, la signora Teresa Manes, presidente dell’Associazione italiana prevenzione bullismo, e madre di un adolescente che si è suicidato perché oggetto di scherno a proposito dei suoi “pantaloni rosa”, fornisce un giudizio molto severo sullo stravolgimento della legge alla Camera e offre alcuni spunti notevoli di riflessione. “È un errore introdurre nuove figure di reato”, sostiene la signora Manes, “o di nuove aggravanti di fattispecie già esistenti. Il rischio è di escludere alcune condotte dagli ambiti applicativi della norma, in quanto non formalmente previste. Paradossalmente non considerare determinate variabili del bullismo potrebbe essere letto come un preciso intento del legislatore a favore della negazione”. In sostanza, la signora Manes, che del bullismo è diventata esperta e gira nelle scuole non solo per raccontare la storia di suo figlio Andrea ma per affermare la necessità di lavorare su ciò che è utile per evitare e prevenire il fenomeno, teme appunto che il meccanismo di recrudescenza punitiva non serva a nulla, né nei confronti degli adolescenti, né nei confronti degli adulti. Si ha l’impressione, pertanto, che qualcuno alla Camera abbia voluto semplicemente mettersi a posto con la coscienza, anche se ciò francamente non spiega l’anno e mezzo impiegato per discussione e approvazione.

Stefano Rodotà lo ribadisce in un intervento sul quotidiano Repubblica del 17 settembre. A proposito della vicenda di Tiziana Cantone, la 31enne napoletana che si è suicidata perché vittima di linciaggi in rete, Rodotà scrive: “invocare in questo contesto la privacy non vuol dire soltanto esigere riservatezza ma andare oltre. Il tema vero è divenuto quello della libertà della persona. La rinnovata fortuna della privacy ha proprio qui il suo fondamento”. La connessione stretta tra libertà e riservatezza in tempi di diffusione capillare di Internet e nell’epoca dei social è la grande questione sulla quale vale la pena aprire un dibattito pubblico. Un dibattito che non può essere anticipato o superato dalla esasperazione repressiva dei deputati della maggioranza parlamentare. La rete è neutrale come un coltello, come tutti sanno: ci puoi sbucciare una mela oppure colpire a morte un essere umano. La rete è libera, come dimostrano ampiamente non solo i casi di cronaca, ma le esperienze quotidiane di tutti noi. La rete è un universo infinito di luoghi, di siti, appunto, ed è folle immaginare, pensare, sognare, auspicare un controllo repressivo su tutti, come ad esempio, sanno bene gli hacker, o più banalmente coloro che si godono le partite di calcio gratis. Un particolare microcosmo della Rete è rappresentato dai social network, che rispondono esattamente alle stesse caratteristiche di quell’universo: neutrale, libero, infinito.

Cosa definisce, invece, la differenza? Il dato di coscienza, il modo in cui ce ne appropriamo, l’intenzionalità con la quale utilizziamo uno strumento tecnologico. E la responsabilità dell’approccio. Intanto, un social network è davvero una comunità intersoggettiva, che riflette come uno specchio vizi e virtù della comunità reale? Ciascuno potrebbe rispondere come crede a partire dalla propria esperienza del mezzo. Tuttavia, il problema dell’identità digitale generata dalla partecipazione a quella comunità e alla sua utilizzazione resiste integro. Identità mediata, da scrittura e immagini. Identità potente, perché libera. Identità fortemente reputazionale, perché parole e immagini incidono, eccome, nella psiche, per quanto astratto e aleatorio possa esse quell’universo. Ecco perché è necessario un piano generale, diffuso, esteso anche agli adulti di alfabetizzazione digitale e responsabilità. Altrimenti, potrebbe avverarsi la profezia di un filosofo tedesco, Martin Heidegger, il quale sosteneva che dinanzi al dominio di un mezzo tecnico così potente, che modifica o distrugge i nostri linguaggi e le nostre relazioni, “solo un dio può ancora salvarci”.

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