Caso Regeni. Un giornale arabo-inglese rivela che le autorità egiziane vogliano incriminare un alto funzionario dei servizi segreti

Caso Regeni. Un giornale arabo-inglese rivela che le autorità egiziane vogliano incriminare un alto funzionario dei servizi segreti

Sarebbe addirittura Khaled Shalabi il capro espiatorio che Al Sisi si accingerebbe a sacrificare per dimostrare all’Italia e all’Europa in generale la sua volontà di risolvere il caso Regeni. La notizia, se confermata, sarebbe una reale svolta. Lo scoop – perché di autentico scoop si tratterebbe – è di Al-Araby Al-Jadeed (The New Arab), un giornale arabo-inglese, con sede a Londra, molto diffuso in rete. Secondo questo giornale – che cita senza indicarla nominalmente una autorevole fonte egiziana – dopo il recente vertice del G20, il presidente egiziano si sarebbe deciso a mutare rotta, avendo registrato l’aperta freddezza o addirittura l’ostilità di importanti leader occidentali, che si sarebbero addirittura rifiutati di incontrarlo. In particolare la Merkel avrebbe detto ad Al Sisi che le relazioni fra Europa ed Egitto si sarebbero normalizzate se fossero state finalmente rivelate le responsabilità del sequestro e dell’assassinio di Giulio Regeni.

Per la verità, non si era notato in questi mesi che le relazioni fra Egitto ed Europa fossero compromesse, ma bisogna credere al lavorio delle diplomazie, e in effetti che questa svolta avvenga – se le rivelazioni di Al-Araby Al-Jadeed saranno confermate – pochi giorni dopo la chiusura del G20 in Cina (4-5 settembre). Evidentemente i vertici dei grandi della terra, se sono poco concludenti per quanto riguarda i temi all’ordine del giorno, possono essere utile mercato per trattative su temi residuali o di difficile collocazione in agenda.

Tornando al cuore della notizia pubblicata da Al-Araby Al-Jadeed: in essa non si fa il nome del “capro espiatorio”. Si parla di un alto ufficiale, e la sensazione (forse più che una sensazione) è che possa trattarsi di Khaled Shalabi, che comandava la stazione di polizia di Giza al tempo del sequestro di Giulio Regeni. Se fosse confermato che si tratta di Shalabi, non si tratterebbe di un pesce piccolo, ma di un importante dirigente, che proviene dai Servizi Segreti e che, pur essendo in disgrazia, continua ad avere un ruolo importante nell’apparato repressivo egiziano. Già in aprile era trapelata l’ipotesi di una sua possibile incriminazione, poi tramontata, evidentemente per le resistenze che il capo di stato egiziano incontra nel controllare i servizi di sicurezza e nel mediare fra i conflitti interni.

Ora, Al Sisi potrebbe aver capito che se si continua a battere la strada della banda di ladruncoli o del crimine maturato per sordidi motivi, non si va da nessuna parte. In questo senso, autentiche apparirebbero le aperture del procuratore generale cairota Sadek, nel recente vertice romano.

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