Caso Regeni. Il terzo vertice tra inquirenti romani e cairoti sembra meno deludente del passato

Caso Regeni. Il terzo vertice tra inquirenti romani e cairoti sembra meno deludente del passato

Stringi stringi, di concreto non c’è molto. Ma i toni sono cambiati. E qualche cauta apertura da parte egiziana c’è stata. Quindi, a voler praticare la religione dell’ottimismo, si può concludere che il terzo vertice sul caso Regeni fra magistrati romani e magistrati cairoti, che si è svolto oggi a Roma, è stato meno deludente del previsto e certamente molto meno deludente del passato. Vediamo rapidamente perché. Intanto perché a testimoniare un clima più collaborativo c’è la stesura di una nota congiunta. Che in sé rappresenta poco, soprattutto in quanto reitera le ritualità del “rinnovato impegno” e dell’“obiettivo comune”. Ma è comunque un piccolo passo avanti. Da parte egiziana poi c’è la dichiarata volontà del procuratore capo Sadek ad incontrare quanto prima i genitori di Giulio Regeni. Significa quanto meno che, oltre al rispetto umano per i familiari del giovane, c’è anche l’implicito riconoscimento che Giulio sia la vittima di un intrigo e non il protagonista di torbide storie di malavita. Questo passaggio risulta rafforzato dalla nota della Procura egiziana che definisce “deboli” gli indizi che collegano la morte di Giulio alla banda di rapinatori che a fine marzo furono uccisi dalla polizia del Cairo e che in un primo momento erano stati indicati come i responsabili del sequestro e dell’uccisione dell’italiano. Più esplicito il rinnegamento di quel depistaggio difficilmente avrebbe potuto esserlo in una nota impegnativa per tutta la magistratura egiziana.

E allora? E allora si attende ancora che il traffico telefonico relativo a Giulio e a quelle drammatiche giornate venga consegnato alla Procura di Roma. Infatti, a differenza di quanto recita la nota egiziana, “l’ampia, completa e approfondita relazione sull’esame del traffico delle celle che coprono l’area della zona della scomparsa e del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni” non è stata consegnato agli inquirenti italiani. Ancora una volta verrebbero registrate numerose omissioni in quella fondamentale documentazione. E continua ad essere promesso, risultando però sempre assente, il materiale video delle metropolitane, la consegna del quale, a distanza di oltre sette mesi, continua ad essere impedita da “ostacoli tecnici” non meglio precisati. Sul terreno delle indagini, Sadek ha rivelato (meglio sarebbe dire riconosciuto) che Giulio Regeni fu oggetto di pedinamento e attenzione da parte della polizia egiziana in seguito alla denuncia di uno dei capi del sindacato ambulanti che – come è stato ripetutamente ricordato precedentemente – era entrato in conflitto con il ricercatore italiano. Sadek peraltro ha precisato che l’attività di controllo, iniziata il 7 gennaio, si sarebbe esaurita in pochi giorni. E qui c’è una indubbia reticenza e minimizzazione da parte del procuratore egiziano.

Come si procederà ora? Potrebbe una più forte iniziativa politico-diplomatica, correlata a fermezza sul terreno degli scambi commerciali, degli investimenti e del flusso turistico produrre effetti anche nello sviluppo dell’inchiesta? Probabilmente sì, anche se non nell’immediato. E certamente sì, se si manifestasse non come ostinazione di un singolo stato (l’Italia), ma fosse la determinazione di una realtà chiamata Unione europea. Aver congelato l’invio del nuovo ambasciatore ha prodotto trascurabili esiti, a parte una piccata irritazione. Per tutto il resto, il continente che si considera custode dei valori di libertà, democrazia e integrità della persona, sembra pensare ad altro. Pensa ad altro, per esempio, la Gran Bretagna. La Brexit sta avendo pesanti ricadute nelle relazioni internazionali. Il nuovo primo ministro Theresa May sembra più sensibile ai richiami di Farage e di Boris Johnson, che alle nobili tradizioni della Magna Charta. Il muro di Calais accentua il distacco non solo dall’Unione europea, ma anche dalla condivisione di un comune destino nella difficile situazione determinata dal combinarsi della crisi economica, dell’ondata di migrazione e della minaccia terroristica.

Il governo italiano dovrebbe cambiare passo. E promuovere una efficace azione diplomatica sul governo inglese perché induca l’Università di Cambridge a collaborare. E’ ora al vaglio degli inquirenti una documentazione appena arrivata dalla direzione dell’ateneo inglese, che si spera superi la ostinata reticenza sin qui opposta dalla professoressa Maha Abdul Rahaman, che del giovane ricercatore italiano era la tutor. La docente inglese ha finora rifiutato di essere interrogata dal sostituto procuratore Coilaiocco, ma ha anche sbrigativamente liquidato la tesi che la missione di Regeni fosse pericolosa. Non solo. La sua versione, fornita per iscritto, è che fu Giulio stesso a chiedere di svolgere la ricerca sui sindacati degli ambulanti, mentre ai genitori di Giulio risulta il contrario, come sarebbe documentato dalle email che il giovane inviava alla famiglia. Questa contraddizione va risolta. Non è più un caso giudiziario, ma un caso politico. I muri della Brexit non devono tradursi in una chiusura alle norme del diritto internazionale.

 Accertare la natura della missione di cui fu incaricato Giulio, la responsabilità della scelta, i limiti e le condizioni operative non sono elementi di poco conto nella ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni. Morte che fu preceduta da giornate di infami, crudelissime torture, di cui non si vorrebbe neppure sentir parlare, ma che risultano inoppugnabilmente documentate dagli esami autoptici del professor Fineschi. La lunga, analitica descrizione, che ci ripugna anche riassumere, testimonia il prolungamento delle sevizie per giorni e giorni, la varietà dei tormenti inflitti in ogni parte del corpo dai torturatori, addirittura la sadica incisione sulla pelle di lettere dell’alfabeto, quasi l’impudica firma di un crimine che si vuole impunito. Tutto questo non ha nulla a che fare con le fole della banda di rapinatori o dei regolamenti di conti in torbidi ambienti, come le autorità egiziane hanno tentato di accreditare nei loro molteplici depistaggi. Sono il marchio di fabbrica dei professionisti della tortura, allevati, istruiti e comandati dalla macchina dei servizi di sicurezza.

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