Banche. Camusso chiude il Terzo Forum Fisac Cgil. “Siamo preoccupati per il Paese. Non ce la fa più. Urge terapia shock”

Banche. Camusso chiude il Terzo Forum Fisac Cgil. “Siamo preoccupati per il Paese. Non ce la fa più. Urge terapia shock”

“La legge di stabilità è il tema fondamentale, siamo preoccupati per il Paese”. Con queste parole il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, è intervenuta al terzo forum Fisac, dal titolo ‘Banche e assicurazioni, oltre la crisi’, che si è chiuso oggi a Roma. L’appuntamento si è tenuto nella capitale dal 20 al 22 settembre, presso l’auditorium di via Rieti. “Una parte del Paese non ce la fa più – ha spiegato Camusso -: il tempo della crisi è lunghissimo, e, ad esempio, non si discute che oltre 11 milioni di italiani non si curano più, che l’abbandono scolastico cresce, così come aumenta la povertà. Tutto questo dovrebbe determinare la prossima legge di bilancio e dare un indirizzo al Paese verso una politica di riduzione delle diseguaglianze. L’obiettivo è invertire il trend, che per noi significa, per prima cosa, intervenire sulla disoccupazione giovanile. Se perdiamo un’altra generazione è un nuovo tracollo, il futuro sono i giovani, che finora sono stati esclusi, e chi può fa la valigia e va all’estero. 400.000 giovani italiani a Londra sono tanti, contro le poche centinaia d’inglesi in Italia. E gli indicatori segnalano che non siamo un Paese di prospettiva”.

La legge di bilancio deve indirizzare le risorse verso il lavoro, dunque. “È intervento pubblico? – si è chiesta -. Sì, è intervento pubblico, ma la diseguaglianza fomenta la crisi, non la risolve. Qualche idea c’è, da parte del governo. ‘Casa Italia’, il ‘Piano industria 4.0’, dove non ci sono più incentivi a pioggia, e qualche nuova proposta si fa strada. Ma che coerenza c’è fra queste cose e la legge di bilancio? Se il fine è sempre quello della riduzione dell’Ires, capisco, ma non approvo. Poi c’è la questione della previdenza, oggetto del desiderio dei sogni e degli incubi degli italiani. Anche lì bisogna vedere se ci sono o meno le risorse. Scuola dell’obbligo e Servizio sanitario nazionale, due riforme che hanno cambiato le cose e che oggi, guarda caso, sono entrambe in discussione”.

In tema di riforma contrattuale, ha proseguito, “sentiamo dire che il governo interverrà sul salario di produttività, ma lì bisogna fare un ragionamento serio. Privilegiare la contrattazione di secondo livello vuol dire andare verso una riduzione dei salari, e dunque si persegue sulla strada della diseguaglianza. Programmare la perdita del potere d’acquisto dei salari è profondamente sbagliato, soprattutto se si è in deflazione, come accade oggi. Invece devono ripartire la domanda e i consumi e, al contrario vanno incentivati i salari. Oltretutto, comincia a diminuire anche l’export, perché nessuno ce la fa da solo. Ciò è un segnale che stanno andando in crisi anche le poche imprese sane. Per questo, dobbiamo puntare sugli investimenti: è il pezzo che manca se si vuole promuovere una politica che guardi allo sviluppo”.

Sulle banche, invece, il nodo fondamentale è il cambiamento del sistema e come si organizza. “Il passaggio dallo sportello bancario all’automazione via internet è traumatico – così Camusso -. È un processo di trasformazione enorme, ma in tale ambito il governo deve intervenire anche dal lato delle politiche sociali, non solo dal punto di vista delle imprese. Esiste una relazione tra i processi d’innovazione e quali orizzonti si vuole dare al Paese. A breve, saremo tutti disoccupati? La ricostruzione delle filiere produttive, oltrechè contrattuali, è basilare, perché è un punto di uguaglianza tra i lavoratori, ma anche di ridisegno del sistema. Che politiche di welfare vogliamo fare? Ricordiamoci che meno lavoro c’è, più saranno le persone escluse. Si parla di welfare aziendale, ma, in realtà, assistiamo a una riduzione del welfare, e su questo dovremo fare i conti. E il modello sociale da adottare non è estraneo al fatto se ci sia o meno il lavoro”.

Cicala: tutelare il risparmio e favorire l’occupazione nel settore credito

Nel corso del dibattito è intervenuto Nicola Cicala, dell’Istituto di ricerca Fisac (Isrf lab), che ha delineato la situazione del settore bancario. “A che punto siamo? È un circolo vizioso: meno impieghi, meno investimenti, maggiore crisi. Ma le prospettive per il 2017 parlano di un aumento attorno all’1%. Torniamo a crescere, dunque, ma meno di altri Paesi. Per le banche si prevede una riduzione del tasso di decadimento dei prestiti, che dovrebbe determinare un seppur lieve ritorno alla redditività nel settore bancario. Rimangono 200 miliardi di sofferenze nel sistema bancario. Le riforme fatte bastano? No, c’è un problema di metodo. Per questo, diciamo sì a un tavolo che convochi banche, governo e parti sociali, ripercorrendo l’esperienza del ’98 con il governo Prodi, che voleva portare a casa una riforma organica del settore”.

Sulle proposte, ha sottolineato Cicala, “è necessario ridurre lo stock delle sofferenze bancarie; va tutelato il risparmio e bisogna favorire l’occupazione nel settore. Perciò, è necessario ridurre i tempi di recupero del credito deteriorato. In Italia sono sette anni, in Europa sono tre. Se ci adeguassimo al resto d’Europa avremmo fatto un grande passo avanti. Rispetto all’occupazione e ai 150.000 addetti in meno ipotizzati: non c’è nessun fondo in grado di sopportare una quantità tale di uscite, equivalenti al 50% del totale degli occupati del settore. Senza traumi, la categoria è riuscita a far uscire 50.000 persone negli ultimi anni. Confermando il principio delle uscite volontarie, che dovrebbe prevedere un sostegno pubblico nella legge di Stabilità 2017, con accordi di gruppo che prevedano anche assunzioni. Infine, intendiamo inserirci nel solco di ridurre i contratti, arrivando a un contratto unico fra tutte le controparti datoriali”.

Megale: basta chiacchiere, ora servono risorse vere

Per il segretario generale Fisac, Agostino Megale, la situazione attuale ricorda la crisi del ’29, per impatto, durata, dinamiche sociali e coinvolgimento del sistema bancario. “Per questo, chiediamo che il governo apra un tavolo di confronto e metta al centro le prospettive del settore. È indubbio che l’esempio della fine degli anni ’90 sia costruttivo. Oggi la dimensione è diversa, per l’impatto globale, per via dell’Europa, della nostra sovranità limitata, ma se non si affronta drasticamente il problema, toppa dopo toppa, il vestito poi non c‘è più, e alla fine resteremo nudi”.

Occorre un confronto vero, con una posizione comune anche delle parti sociali. “Ciò aiuta – ha proseguito -, nella consapevolezza che il governo ci coinvolga nell’affrontare i problemi su occupazione, riorganizzazione e innovazione. Andrebbe poi in qualche modo riconosciuto che il sistema bancario paga 200 milioni tramite Naspi. Licenziamenti è un termine da cancellare dal nostro vocabolario. Si può ragionare sul tema del fondo di solidarietà, ma non si parli di Naspi, perché non si può fare – ha risposto alle nostre sollecitazioni il governo -, che però si deve far carico di un interesse generale, di tutte quelle realtà bancarie che si trovano in situazioni drammatiche”.

“Nella prossima legge di Stabilità si dica che in quei settori, come il nostro, che hanno i fondi, il governo mette a disposizione una quota simile per le uscite straordinarie e il tema della solidarietà redistributiva. Nella politica economica generale bisogna anche affrontare il tema delle sofferenze bancarie, ma tutte le realtà più a rischio hanno nel complesso 45.000 lavoratori in organico che vivono nel panico, ma amministratori delegati strapagati. Tutto questo non funziona e deve cambiare. Nel confronto con l’Abi, dobbiamo costruire assieme una posizione comune sul tema dell’occupazione, e nel contempo ci vuole grande chiarezza nel rapporto con il governo. È finito il tempo delle chiacchiere, è venuto il momento delle disponibilità economiche reali, se si vuole arrivare a risultati concreti”, ha concluso Megale.

Da rassegna.it

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