The Observer: scarpe prestigiose prodotte grazie a sfruttamento operaio e salari da fame

The Observer: scarpe prestigiose prodotte grazie a sfruttamento operaio e salari da fame

L’accusa che emerge dall’inchiesta pubblicata sul settimanale inglese The Observer è di quelle forti: alcune grandi marche di calzature italiane, tedesche, spagnole fanno profitti enormi, milionari grazie al lavoro sottopagato di operai e operaie macedoni, albanesi, montenegrini, serbi, bosniaci. Si crede che le scarpe vendute a prezzi esorbitanti sulle vie dei negozi prestigiosi di Roma, Milano, Berlino e Francoforte siano Made in Italy o Made in Germany, scrive l’Observer, ma sono prodotte nell’Europa dell’Est, e con un costo del lavoro bassissimo. L’inchiesta dell’Observer parla esplicitamente di scandalo della industria calzaturiera europea, che si muove tra salari illegali e pessime condizioni di lavoro. L’inchiesta punta esplicitamente il dito su alcune marche di prestigio, che stampano sulle etichette il Made in Italy o il Made in Germany o il Made in Spain, per suggerire che le loro scarpe sono di altissima qualità, mentre sono prodotte da operai malpagati dell’Europa orientale. L’inchiesta ha scoperto che gli operai calzaturieri in Albania guadagnano 49 penny (poco più di mezzo euro) all’ora, compresi gli straordinari. E il settimanale commenta che ciò è illegale anche in economie così povere.

L’indagine: Labour in a shoestring, il lavoro in un laccio di scarpe. 80 cents all’ora per un operaio macedone, 50 cents per un operaio albanese

Gli operai calzaturieri della Madeconia, dove il salario orario non raggiunge i 64 penny (80 centesimi di euro), lamentano spesso di essere costretti ad andare in ospedale a causa di fabbriche gelate in cui devono lavorare con agenti chimici. “Se il datore di lavoro ha bisogno di portare a termine, diciamo, un ordine di 9000 paia di scarpe, mette 90 paia sulla panchina e anche se vuoi morire, devi terminare il lavoro”, confessa un operaio ai ricercatori che hanno compiuto l’indagine dal titolo “Labour on a Shoestring”. Il rapporto ha scoperto che un’azienda macedone che lavora per la Geox, pagava illegalmente salari bassissimi di 131 euro al mese, compresi gli straordinari. Il salario minimo riconosciuto non può essere inferiore ai 145 euro al mese, prima degli straordinari. La Geox, interpellata dal settimanale, ha preferito non rispondere.

L’Observer. Il trucco è lo schema OPT, si dividono i pezzi delle scarpe e si inviano in Europa orientale per assemblaggio, incollatura e cucitura

Secondo l’Observer, gli industriali possono trarre vantaggio da un misterioso trucco, noto come OPT, outward processing trade, per il quale le aziende tagliano le parti per la produzione delle scarpe in un paese, prima di esportarle in un’economia a bassi salari dove vengono assemblate e cucite. Le scarpe vengono poi importate nel paese originario, duty free, ovvero senza dazio. Le scarpe finite vengono poi marcate come se fossero state prodotte nel paese originario. L’Observer, naturalmente, condanna lo schema OPT come “uno schema senza vie d’uscita per gli operai, le economie nazionale e le imprese” e lo descrive come “la via economia e sociale alla rovina”. I marchi “incriminati” dall’Observer sono tra i più noti in Europa: Zara, Lowa, Deichman, Ara, Geox. Bata e Leder & Schuh.

Bata, scrive l’Observer, non ha risposto alle accuse direttamente, ma ha dato il benvenuto all’inchiesta, che, scrive l’azienda, “ha fornito rivelazioni importanti sulle condizioni del lavoro nell’Europa orientale”. L’azienda ha anche ammesso che si attende dai suoi fornitori un impegno a rispettare le leggi locali. L’Observer afferma, poi, di aver indagato in sei paesi europei a basso salario: Albania, Bosnia, Macedonia, Polonia, Romania e Slovacchia. Un operaio su tre in Albania guadagna meno del salario minimo riconosciuto dalla legge, 121 euro al mese, compresi straordinari e bonus. E per le operaie la situazione è perfino peggiore: lavorano fino a 60 paia di scarpe al giorno, con uno salario che raggiunge a stento i 100 euro al mese. Le operaie rumene dicono all’Observer che i mariti sono costretti a cercare lavoro stagionale a basso reddito in Occidente per poter comprare la legna che serve a scaldare le case per l’inverno. Un operaio confessa: “Io e mia moglie lavoriamo in questa fabbrica. Siamo contenti di aver trovato un lavoro, ma non si riesce a tirare su i figli con questi salari. I nostri genitori e i parenti non possono sostenerci. Dipendiamo da questa miseria di salari. Volevano lasciare il villaggio per la città per una vita migliore, ma coi nostri salari non ci possiamo permettere di pagare l’affitto”.

Circa 24 miliardi di paia di scarpe vengono prodotti nel mondo ogni anno, e 729 milioni sono prodotti in Europa. Tuttavia, i prezzi delle scarpe europee sono più alti: la media di un paio di scarpe italiane da esportazione è di circa 45 euro, mentre un paio di scarpe cinesi non raggiunge i 3 euro. In una fabbrica macedone, che fornisce scarpe per Geox, Deichmann e Bata, gli operai dicono che a causa dell’uso di forti agenti chimici sono sottoposti a diverse patologie, reumatismi, dolori di schiena, allergie e problemi respiratori. La loro pelle è spesso esposta ad agenti chimici dannosi perché indossare i guanti vuol dire produttività più bassa e salari più scarsi. Deichmann dice di non essere consapevole dei problemi di quella fabbrica, ma ha condotto una indagine indipendente e probabilmente assumerà le contromisure necessarie.

Anna McMullen, Labour behind the Label: i consumatori devono sapere la verità sulla provenienza delle losor scarpe

Anna McMullen, esponente di Labour Behind the Label (Il lavoro dietro il marchio), organizzazione che si batte per i diritti nei luoghi di lavoro, afferma che i consumatori devono sapere la verità sulla produzione delle loro scarpe: “il trucco della spedizione delle parti delle scarpe in paesi a basso salario nell’Europa dell’Est per assemblaggio e incollatura o cucitura, prima di far ritorno per l’etichettatura del made in Europe, inganna i consumatori perché li induce a credere che i prodotti sono lavorati con dignità”. E prosegue: “Infatti, noi oggi sappiamo che agli operai in Albania e in Macedonia vengono pagati salari talmente bassi da non poter nutrire le loro famiglie – più o meno come in Cina, solo che la distanza tra salario minimo e salario di sopravvivenza è più ampio che in Cina. Questi metodi di outsourcing usati da alcune marche producono enormi profitti sulla miseria degli operai”. Infine, la stessa Mc Mullen riflette che “i consumatori associano le fabbriche che sfruttano i lavoratori con l’Asia, ma la realtà è che esse esistono a due passi da casa. I lavoratori guadagnano meno di un quarto del salario di cui hanno bisogno per vivere con dignità, nonostante il lavoro duro per molte ore per ottenere gli obiettivi previsti dai committenti. È uno sfruttamento vero e proprio. Spesso il Made in Europe non è sinonimo di prodotto con dignità”.

Le reazioni delle grandi marche

Interpellate dall’Observer, alcune grandi marche hanno risposto all’inchiesta, spesso ammettendo la realtà dei loro fornitori. Adidas: “siamo d’accordo… le condizioni di lavoro nell’Europa dell’Est sono spesso di sfruttamento ed è necessario aumentare i diritti dei lavoratori. Va fatto di più per migliorare i salari e sappiamo di prima mano che l’impegno tra fornitori locali, sindacati, governi e committenti può migliorare ovunque le condizioni dei lavoratori”. Inditex, azienda di proprietà di Zara, ha confermato di aver prodotto scarpe in Albania e Romania. Afferma di aver operato con un rigido protocollo di comportamento per soddisfare gli standard più rigorosi in materia di lavoro e di diritti umani. Aggiunge: “coerentemente con alcuni suggerimenti di questa inchiesta, Inditex lavora duramente, ovunque nel mondo, per salari di sussistenza in tutta la catena dei fornitori”. Altre marche hanno deciso di non replicare alle richieste di Observer.

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